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Così si crea un martire jihadista | L’analisi del Wall Street Journal

L’idea del Segretario alla Difesa americano Pete Hegseth di giustiziare pubblicamente l’autore della strage di Fort Hood rischia di trasformarsi in un regalo alla propaganda jihadista. A sostenerlo è il Wall Street Journal, che in un editoriale intitolato “Come creare un martire jihadista” boccia senza mezzi termini la proposta.

Hegseth vorrebbe che Nidal Hasan, l’ex maggiore dell’esercito statunitense che nel 2009 uccise 13 persone e ne ferì altre 32 nella base militare di Fort Hood, in Texas, in nome dell’Islam, morisse davanti a un plotone d’esecuzione aperto al pubblico, con la possibilità per chiunque di assistere e registrare.

Una scelta che, secondo il quotidiano newyorkese, è sbagliata per molte ragioni, non ultima quella di offrire all’assassino proprio il martirio pubblico che desidera.

Il giornale precisa di non essere contrario alla pena di morte: per alcuni omicidi, scrive il Wall Street Journal, essa dimostra che una società prende sul serio la propria autoconservazione al punto da esercitare una giustizia retributiva.

Ma l’esecuzione di Hasan, argomenta l’editoriale, andrebbe eseguita in silenzio, con pochi testimoni oltre ai funzionari e ai familiari delle vittime che desiderino essere presenti.

In questo modo sarebbe consegnato alla storia nell’ignominia, ma senza clamore.

Lo stesso Hasan, ricorda il quotidiano, ha dichiarato che “sarebbe comunque un martire” se giustiziato e di aver ucciso quei soldati perché “andavano contro l’Impero islamico”.

Una morte trasmessa in diretta streaming, magari accompagnata da qualche incendiaria ultima parola, è esattamente ciò che vuole.

Secondo il Wall Street Journal, Hegseth sembra convinto che una fucilazione in diretta rappresenterebbe una dimostrazione di fermezza degli Stati Uniti e un deterrente per chi medita atti analoghi.

Ma questo, osserva il giornale, significa fraintendere la mentalità jihadista: un errore di calcolo che i leader occidentali commettono spesso nei confronti dei jihadisti rivoluzionari, come quelli che oggi governano l’Iran.

Hasan e quelli come lui, prosegue l’editoriale, sanno bene che probabilmente moriranno: fa parte del loro calcolo febbrile.

Immaginano che con la loro violenza contribuiranno al califfato sanguinario che sperano di costruire sulla terra.

Una morte pubblica davanti al plotone d’esecuzione garantirebbe a Hasan quella notorietà per sempre, alimentando il culto della morte promosso da una perversione dell’Islam che cerca di reclutare nuovi attentatori suicidi.

Lungi dallo scoraggiare i jihadisti, conclude il quotidiano, diventerebbe un video di reclutamento su YouTube.

Per il Wall Street Journal, gli Stati Uniti non hanno bisogno di giustiziare Hasan in televisione per lanciare un messaggio di deterrenza.

Devono piuttosto vincere la guerra contro i jihadisti nel mondo, che in questo momento significa la lotta contro i Guardiani della Rivoluzione islamica e i loro alleati Houthi.

E se l’attacco di questo fine settimana a Riad è un’indicazione, chiosa il giornale, Hegseth ha compiti ben più urgenti su quel fronte.

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