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Quasi 10 milioni di case vuote in Italia. Serve un’alleanza tra Stato e cittadini per rimetterle in circolo | L’analisi di Leonardo Becchetti

Oltre 35,6 milioni di abitazioni, di cui 9,5 milioni non occupate da residenti. Eppure senza dimora, studenti, lavoratori e anziani faticano a trovare un alloggio adeguato. L’economista Leonardo Becchetti su Avvenire indica le possibili risposte.

L’Italia possiede un patrimonio immobiliare enorme, ma offre sempre meno opportunità abitative.

È questo il paradosso al centro dell’editoriale firmato da Leonardo Becchetti sulle pagine di Avvenire, che individua nella casa una delle questioni sociali più rilevanti del nostro tempo.

I numeri sono eloquenti.

Secondo l’Istat, citato dal quotidiano, nel Paese si contano oltre 35,6 milioni di abitazioni, delle quali circa 9,5 milioni non risultano occupate da residenti.

Non significa, precisa l’economista, che siano tutte vuote o disponibili, ma la contraddizione resta evidente se si pensa alle persone senza dimora, ai giovani costretti a rinunciare a studiare fuori sede, ai lavoratori che non riescono a vivere nelle città dove hanno trovato un impiego e agli anziani soli in appartamenti troppo grandi.

La casa, osserva Becchetti, è uno dei luoghi in cui la distanza tra ricchezza e benessere si manifesta con maggiore forza.

Nel 2024 il 22,1% delle famiglie in affitto si trovava in povertà assoluta, contro il 4,7% delle famiglie proprietarie: la vulnerabilità abitativa diventa così una componente decisiva della disuguaglianza.

I senza dimora e l’Housing First

Il primo nodo affrontato su Avvenire è quello delle persone senza dimora.

Una rilevazione Istat del gennaio 2026 ha contato 10.037 adulti senza dimora nei quattordici comuni centro delle aree metropolitane.

Una risposta interessante, secondo l’autore, arriva dal modello Housing First, che considera una casa stabile la condizione di partenza per ricostruire autonomia, salute e relazioni.

Il punto decisivo è creare offerte abitative attraverso patrimonio pubblico recuperato, locazioni private garantite e partnership con il Terzo settore.

Anziani: ricchi di metri quadri, poveri di relazioni

Il secondo tema è l’invecchiamento.

Molti anziani vivono in case troppo grandi, costose o prive di accessibilità.

Si può essere, scrive Becchetti, ricchi di metri quadri e poveri di relazioni, mobilità e assistenza.

Esperienze come Civitas Vitae a Padova dimostrano il potenziale di abitazioni adattate, servizi condivisi, cohousing e relazioni intergenerazionali.

In questa prospettiva, una buona politica abitativa diventa anche politica sanitaria e di prevenzione.

Giovani e mobilità sociale

Il terzo problema riguarda i giovani.

Quando il costo di una stanza impedisce di frequentare una buona università o di accettare un lavoro in un’altra città, il mercato abitativo si trasforma in una barriera alla mobilità sociale.

Il Pnrr per le residenze universitarie rappresenta un progresso: a settembre 2026 il Ministero dell’Università aveva comunicato l’attivazione di oltre 63.200 posti.

Tuttavia, avverte l’editorialista, uno sconto applicato a canoni di mercato già elevatissimi può lasciare l’alloggio comunque inaccessibile.

Per questo occorre integrare le residenze universitarie con housing sociale, recupero di immobili inutilizzati e programmi che coinvolgano comuni, università, cooperative e fondazioni.

Affitti brevi e diritto all’abitare

Il quarto nodo è quello degli affitti brevi.

Il turismo genera reddito e opportunità, ma nelle aree urbane sottoposte a forte pressione turistica la maggiore redditività delle locazioni temporanee può sottrarre offerta al mercato residenziale.

Non si tratta di demonizzare il fenomeno, sottolinea Becchetti, ma di costruire regole proporzionate ai territori, capaci di conciliare proprietà, economia turistica e diritto dei residenti a non essere espulsi dalle proprie città.

Rimettere in circolo il patrimonio inutilizzato

Si arriva così al nodo economico fondamentale: come riportare sul mercato una parte del patrimonio abitativo inutilizzato.

Molte abitazioni si trovano dove la domanda non esiste, altre richiedono ristrutturazioni costose, altre ancora restano fuori dal mercato per il timore di morosità e contenziosi.

Qui può intervenire una buona politica pubblica, trasformando un’offerta potenziale in disponibilità effettiva attraverso garanzie, incentivi alla riqualificazione, contratti a canone concordato e servizi di intermediazione affidabili.

In questo senso, Avvenire richiama l’esperienza di Milano Abitare: tra il 2022 e il 2025 l’agenzia ha coinvolto oltre 9.000 proprietari e accompagnato più di 2.400 contratti a canone concordato.

La logica è quella dei giochi a somma positiva: il proprietario ottiene maggiori garanzie e minori rischi, l’inquilino un canone più sostenibile e la collettività un migliore utilizzo del patrimonio esistente.

Una lezione di Economia civile

La questione della casa, conclude l’economista, ricorda una lezione fondamentale dell’Economia civile: il mercato, da solo, non riesce sempre a coordinare disponibilità immobiliari, bisogni e servizi; lo Stato, da solo, rischia di non avere risorse e capacità organizzativa sufficienti.

Servono alleanze generative tra amministrazioni, proprietari, imprese, cooperative, fondazioni e organizzazioni sociali.

Una casa non è soltanto un investimento finanziario o una componente della ricchezza familiare, ma il luogo in cui si costruiscono relazioni, si studia, si lavora, si cresce e ci si prende cura degli altri.

La vera misura del successo delle politiche abitative, secondo Becchetti, non sarà soltanto il numero di edifici costruiti o recuperati, ma quante persone avranno ritrovato autonomia, quanti giovani potranno scegliere dove studiare e lavorare, quanti anziani potranno vivere meglio e quante famiglie non saranno più costrette a sacrificare una parte insostenibile del reddito per avere un tetto.

La sfida, scrive su Avvenire, è trasformare la ricchezza immobiliare del Paese in benessere condiviso.

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