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Olio, gli agricoltori pugliesi protestano: “Il nostro extravergine resta nei serbatoi”

Giacenze record, prezzi crollati e il sospetto di olio straniero spacciato per italiano. I produttori pugliesi chiedono controlli e lo stato di crisi per il settore.

“La raccolta sta per cominciare e noi non possiamo più raccogliere lacrime”.

È una delle frasi risuonate in piazza Prefettura a Bari, dove gli olivicoltori sono scesi in piazza nella manifestazione organizzata dalla Coldiretti, come racconta Davide Carlucci su la Repubblica.

Parole che potrebbero sembrare melodrammatiche, ma che – secondo i numeri – fotografano una situazione reale.

I numeri della crisi

Nei serbatoi italiani, secondo i dati del ministero dell’Agricoltura riportati da la Repubblica, ci sono 195.044 tonnellate di olio extravergine d’oliva in giacenza, il 46,7 per cento in più rispetto a un anno fa.

Oltre la metà è concentrata al Sud, in particolare in Puglia e Calabria, ma anche in Toscana.

Il crollo dei prezzi è netto: se a gennaio l’extravergine si vendeva all’ingrosso fino a 10 euro al chilo, ora – secondo le quotazioni dell’Ismea, l’istituto di servizi per il mercato agroalimentare – nella piazza di Foggia è sceso a 4 euro.

Così i frantoiani, che di solito anticipano gli acquisti e sono esposti con le banche, si ritrovano con olive comprate a un prezzo molto più alto di quello a cui possono rivendere il prodotto.

Con la nuova raccolta alle porte, molti non vogliono più acquistare dai coltivatori, a loro volta in difficoltà.

La richiesta: moratoria e stato di crisi

Riuniti nel comitato “Orgoglio Olivicolo”, i produttori chiedono una “moratoria bancaria straordinaria”, possibile solo se il governo dichiara lo stato di crisi.

“È da marzo che lo chiediamo”, spiega a la Repubblica Gennaro Sicolo, direttore pugliese della Cia.

Tra le voci più dure c’è quella di Onofrio Spagnoletti Zeuli, erede di una storica famiglia di latifondisti di Andria: “Servono controlli: troppi delinquenti importano porcherie, le mescolano all’olio nostro e fanno l’extravergine”.

Nel mirino finiscono gli oli extracomunitari che, arrivando a prezzi troppo bassi, avrebbero trascinato verso il basso anche le quotazioni dell’olio nostrano.

L’assessore regionale all’Agricoltura Francesco Paolicelli spinge per la bolletta elettronica, così da rendere tracciabile la provenienza del prodotto.

Il sindaco di Bari, Vito Leccese, ha scritto al direttore della Asl per chiedere “una campagna straordinaria di campionamenti e analisi sull’olio extravergine in vendita a Bari”, con verifiche nella grande distribuzione a partire dagli oltre 100 per cento italiani venduti a prezzi troppo bassi.

Tra le richieste anche quella di verificare i residui di fitofarmaci, altro sospetto sollevato dagli olivicoltori: potrebbero essere più alti negli oli provenienti da Paesi nei quali sono consentiti prodotti chimici vietati in Italia.

Il fattore Spagna e Tunisia

Ma la crisi dell’olio italiano, sottolinea la Repubblica, ha anche altre cause, a partire dalla Spagna.

Dove quattro anni fa la siccità aveva messo in ginocchio la produzione, favorendo la concorrenza italiana, oggi l’olivicoltura spagnola, fortemente meccanizzata, si è ripresa, e alla grande.

“Nella prossima campagna”, spiega Primo De Santis, rappresentante dell’associazione italiana dell’industria olearia, “si prospetta una produzione da 1,6 milioni di tonnellate.

E questo comporta un blocco delle contrattazioni sul nostro prodotto”.

Il risultato è che oggi sugli scaffali la differenza tra oli italiani e comunitari è esagerata: i primi, che scontano costi di produzione molto più alti, arrivano a costare il doppio dei secondi.

“Abbiamo chiesto alla grande distribuzione di comunicare in modo differente al consumatore il valore aggiunto che sta dietro quel differenziale”, aggiunge De Santis.

Maria Lisa Clodoveo, docente di tecnologie alimentari, assolve invece l’olio tunisino: “Il 95 per cento della loro olivicoltura è tradizionale, con un impiego minimo di fertilizzanti chimici”.

La genetista: “Grazie al Dna ho scoperto che era falso”

Sull’etichetta c’è scritto italiano o comunitario, ma in realtà si consuma olio nordafricano.

Lo ha scoperto Cinzia Montemurro, genetista agraria dell’Università di Bari, che – come riferisce la Repubblica – ha pubblicato uno studio condotto con altri ricercatori sulla rivista scientifica Foods.

“Lavoriamo sulla tracciabilità dell’olio da più di vent’anni, collaborando con i tribunali e con l’Icqrf, l’istituto che si occupa della repressione delle frodi”, spiega Montemurro.

Grazie a una banca dati delle varietà, il gruppo ha analizzato 28 campioni di olio: alcuni rispettavano quanto dichiarato in etichetta, ma in altri, etichettati come oli europei, sono state trovate varietà extraeuropee, provenienti da Tunisia e Algeria.

Il metodo è quello dell’analisi del Dna: i ricercatori ricostruiscono le varietà presenti nella bottiglia analizzando i residui delle cellule con marcatori chiamati microsatelliti, gli stessi utilizzati nella genetica forense.

Tranne alcune eccezioni, come il leccino diffuso a livello internazionale, le varietà dell’olio sono radicate in territori ben definiti: ogni nazione ha il suo patrimonio varietale.

Come difendersi, allora?

“Il consumatore deve guardare l’etichetta e correlarla al prezzo, facendo attenzione ai prezzi esageratamente bassi, perché molto probabilmente non si tratta di oli di origine italiana”, consiglia la genetista.

I controlli ci sono, assicura, soprattutto quando si aprono le campagne olearie, e oggi sono rafforzati da metodi molecolari, spettroscopici e chimici: le frodi vengono perseguite.

E lei, quale olio compra?

“Acquisto direttamente da chi possiede alberi e molisce al frantoio”.

La varietà preferita?

“La coratina, perché è più ricca di tutte di polifenoli”.

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