Analisi, scenari, inchieste, idee per costruire l'Italia del futuro

Crescita a zero nel 2027 se lo Stretto di Hormuz resta chiuso | Le previsioni del Centro Studi Confindustria

Pil all’1% quest’anno grazie a consumi e Pnrr, ma su prossimo anno pesano inflazione, tassi e il rischio di uno shock energetico. Orsini: “L’Europa smetta di fare solo l’arbitro con il fischietto”

L’economia italiana chiuderà il 2026 con una crescita superiore alle attese, pari all’1%, sostenuta dalla tenuta dei consumi delle famiglie, dagli investimenti delle imprese e dalla fase finale del Pnrr.

Ma il rallentamento è già in corso e si farà sentire nel 2027, quando il Pil dovrebbe frenare allo 0,6%.

Sempre che lo Stretto di Hormuz lo permetta.

È il quadro in chiaroscuro tracciato dal nuovo rapporto di previsione del Centro Studi di Confindustria, come riporta la Repubblica in un articolo firmato da Filippo Santelli.

Lo scenario elaborato dagli industriali è a legislazione vigente: non tiene conto, quindi, degli eventuali effetti positivi della prossima legge di Bilancio, a partire dalle maggiori spese per difesa ed energia consentite dalla flessibilità europea.

Sulle stime pesa però un forte rischio al ribasso.

L’ipotesi di base del Centro Studi è che, dopo le elezioni di metà mandato negli Stati Uniti, il conflitto in Medio Oriente trovi una soluzione e si ripristinino i normali flussi di idrocarburi in uscita dal Golfo.

Se invece il blocco di Hormuz dovesse proseguire oltre aprile, le scorte non sarebbero più sufficienti a compensare e le quotazioni del petrolio salirebbero a livelli mai visti.

Con un Brent in media a 126 dollari al barile e il metano a 89 euro al megawattora, calcolano gli industriali, la crescita italiana del 2027 verrebbe azzerata.

Nonostante una resilienza per certi versi sorprendente mostrata finora da Italia ed Europa di fronte agli shock, la crescita resta dunque fragile.

Il rapporto individua diversi fattori, in parte collegati tra loro, destinati a frenare l’economia nei prossimi mesi.

Il primo, definito “la principale vulnerabilità dell’economia italiana”, è il costo dell’energia: la sua incidenza sui conti della manifattura è cresciuta del 40% rispetto a sei anni fa, con il consueto svantaggio competitivo rispetto ai Paesi vicini e lontani.

Il gas all’ingrosso in Europa viaggia intorno agli 87 euro, contro i 35 di prima della guerra.

L’elettricità in Italia, a settembre, ha toccato secondo il Gme quota 207 euro al megawattora, in aumento del 90% rispetto all’anno scorso e al livello più alto da gennaio 2023.

Un divario evidente anche nel confronto con la Germania: nei primi nove mesi dell’anno il prezzo italiano è rimasto costantemente sopra quello tedesco, che a settembre si è fermato intorno ai 145 euro.

L’Agenzia internazionale per l’Energia, intanto, prevede che i prezzi dei carburanti resteranno sotto pressione per tutto il 2027.

Secondo gli industriali, la nuova ondata di inflazione ridurrà il potere d’acquisto delle famiglie, rallentando i consumi, mentre i nuovi rialzi dei tassi attesi da parte della Bce raffredderanno gli investimenti.

Tutto questo condizionerà la manifattura, che pure nel 2026 ha registrato una produzione in leggera crescita (+0,4%), anche grazie al buon andamento della nuova misura di iperammortamento per gli investimenti in macchinari, finalmente operativa a pieno regime.

I numeri del rapporto descrivono una frenata diffusa.

I consumi delle famiglie passano dall’1,1% del 2026 allo 0,5% del 2027, mentre quelli collettivi, fermi quest’anno, scenderanno dello 0,3%.

Gli investimenti fissi lordi crollano dal 3,3% allo 0,8%.

Rallentano anche le esportazioni (dal 2,9% all’1,7%) e le importazioni (dal 3,4% all’1,5%).

L’occupazione in unità di lavoro cresce dell’1% quest’anno e dello 0,4% il prossimo; in termini di persone occupate, dallo 0,8% allo 0,3%.

I prezzi al consumo salgono del 3,2% nel 2026 e del 2,2% nel 2027.

Sul fronte dei conti pubblici, l’indebitamento della Pa è stimato al 2,9% quest’anno e al 2,8% il prossimo, mentre il debito si attesta al 137,9% del Pil, per salire al 138% nel 2027.

“Dobbiamo continuare a spingere sugli investimenti”, ha detto il presidente di Confindustria Emanuele Orsini, chiedendo che nella legge di Bilancio l’incentivo venga non solo prorogato nel tempo, come già promesso dal governo, ma anche esteso a software e formazione.

Nella lista dei desideri degli industriali figurano anche misure a sostegno delle aggregazioni e della patrimonializzazione delle imprese.

All’Europa, invece, Orsini chiede di “smettere di fare solo l’arbitro con il fischietto”.

Il riferimento è alle regole sugli Ets, i certificati che le aziende pagano per le emissioni di CO2, giudicati “un macigno per la competitività”.

Il rapporto stima che la riduzione delle emissioni ottenuta tra il 2005 e il 2025 nei settori coinvolti sia dovuta per metà alla chiusura di impianti e per un’altra parte a una minore produzione: fenomeni, sottolineano gli industriali, tutt’altro che virtuosi.

E le risorse raccolte, che in teoria dovrebbero sostenere la transizione verde delle imprese, in Italia sono state in larga misura impiegate per coprire altre spese pubbliche.

SCARICA IL PDF DELL'ARTICOLO

[bws_pdfprint display=’pdf’]

Iscriviti alla Newsletter

Ricevi gli ultimi articoli di Riparte l’Italia via email. Puoi cancellarti in qualsiasi momento.

Questo sito utilizza i cookie per migliorare l'esperienza utente.