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Anche l’Inghilterra vuole tassare le banche | L’analisi del Times

Il cancelliere dello Scacchiere John Healey sta pensando di alzare di nuovo la pressione fiscale sulle banche britanniche per racimolare oltre 2 miliardi di sterline l'anno.

Una soluzione a breve termine, avverte The Times in un editoriale, che rischia di danneggiare la crescita del Paese e di aggravare lo svantaggio competitivo della City.

Qualcuno nell'ufficio comunicazione del governo ha deciso che ciò che il pubblico britannico vuole vedere di Healey, 66 anni, ex ministro della Difesa, è il cancelliere mentre assaggia spuntini.

Così, poco dopo aver valutato snack al gusto di scampi e cotenna di maiale croccante in un pub di Harlow in compagnia di Andy Burnham, Healey è stato ripreso mentre testava stuzzichini thailandesi a bordo di un tuk-tuk a Bangkok, in viaggio con il ministro degli Esteri Ed Miliband.

Sul versante più istituzionale della visita, legata all'assemblea annuale del Fondo Monetario Internazionale, Healey ha elogiato le banche britanniche definendole “parte integrante del tessuto economico di questo Paese e delle nostre prospettive future”, anzi “parte del gioiello, per così dire, della corona economica britannica”.

Gli elogi, però, non hanno impedito la sterzata.

Con la turbolenza sui mercati energetici e il rialzo dei rendimenti obbligazionari che riduce il margine di manovra dei conti pubblici, il cancelliere è alla ricerca di nuove entrate.

Poco dopo i complimenti alle banche, è emerso che Healey punta con decisione ad aumentare le tasse sul settore, nella speranza di raccogliere oltre 2 miliardi di sterline l'anno.

L'ipotesi sul tavolo è di riportare l'addizionale sugli utili bancari superiori a 100 milioni di sterline dall'attuale 3 per cento nuovamente all'8 per cento.

Il paradosso è che quel taglio al 3 per cento, voluto nell'aprile 2023 dall'allora cancelliere conservatore Jeremy Hunt, serviva a compensare l'aumento dell'imposta sulle società dal 19 al 25 per cento.

Riportare l'addizionale all'8 per cento mantenendo l'imposta sulle società al 25 per cento, rileva The Times, cancellerebbe quel compromesso.

E aggraverebbe un primato già scomodo: Londra è l'hub finanziario occidentale con il carico fiscale complessivo più elevato sulle banche, e la misura lo porterebbe sopra il 50 per cento.

Nel confronto riportato dal quotidiano, il prelievo totale a Dublino era del 28,9 per cento e a New York del 27,9 per cento.

Questi argomenti pesano però poco su una parte del Labour e sui suoi referenti sindacali del Trades Union Congress, che vedono negli utili record delle banche britanniche una fonte di incasso irresistibile.

Il TUC stesso ha chiesto di portare l'addizionale al 16 per cento.

Le banche si oppongono con decisione, sostenendo che la misura ridurrebbe prestiti e investimenti: l'amministratore delegato di JP Morgan, Jamie Dimon, ha messo in guardia il cancelliere sulle “conseguenze negative” per le imprese, ipotizzando perfino la cancellazione del progetto da 3 miliardi di sterline di una nuova torre a Canary Wharf destinata a ospitare la sede della banca.

Ma gli avvertimenti arrivano anche dall'interno dell'area laburista: Lord O'Neill of Gatley, ex chief economist di Goldman Sachs e consulente informale di Burnham, sostiene che tasse del genere frenerebbero la crescita.

Lo stesso Fondo Monetario Internazionale — che pure ha apprezzato i piani britannici di “ridurre debito e disavanzo” — ha consigliato esplicitamente di tagliare la spesa per pensioni e welfare piuttosto che aumentare le tasse alle banche.

Parole sagge, commenta The Times.

Se il rischio di fuga di capitali, con i suoi potenziali effetti disastrosi sulla crescita, non è la prima preoccupazione di molti deputati laburisti, dovrebbe almeno essere al centro dei pensieri del cancelliere.

Ma le leve fiscali classiche, come IVA e imposte sul reddito, sono state bloccate dalle promesse elettorali del Labour.

Le imprese sono già provate dagli aumenti dei contributi previdenziali a carico dei datori di lavoro e del salario minimo.

Il Tesoro è così sempre più costretto a rovistare negli armadi della finanza pubblica in cerca di entrate immediate.

Anche per i cancellieri, come osserva il quotidiano, mangiare sempre gli snack sbagliati è un'abitudine molto difficile da perdere.

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