Secondo la ricostruzione del Wall Street Journal, l'Iran continua a colpire le navi in transito nello Stretto di Hormuz e la guerra rimane un terreno conteso anche nella politica interna statunitense.
Un editoriale del Wall Street Journal mette a confronto le crescenti richieste di chiusura del conflitto avanzate da alcuni esponenti democratici con i rischi che un ritiro immediato comporterebbe per la navigazione e per gli interessi americani.
Il quotidiano statunitense ricostruisce due episodi emblematici dei dibattiti elettorali.
In Iowa, il candidato democratico al Senato Josh Turek, interrogato sulla prospettiva di lasciare all'Iran il controllo dello stretto e su quale possa considerarsi una conclusione accettabile della guerra, ha risposto auspicando una fine “il prima possibile”, ripetendo due volte la parola “immediatamente”.
Nel Maine, l'esponente democratico Troy Jackson ha suggerito di tagliare i fondi all'azione militare contro l'Iran, pur con truppe statunitensi ancora impegnate nella zona di guerra: la senatrice uscente Susan Collins, repubblicana e presidente della commissione per gli stanziamenti del Senato, avrebbe a sua disposizione lo strumento per fermare i finanziamenti, ha osservato.
Il suo consiglio al presidente Donald Trump è stato netto: “Dovrà assumersene la responsabilità, perché non c'è modo di risolvere questa situazione.
Usciamone e basta”.
Entrambi i partiti, rileva il Wall Street Journal, hanno registrato l'insoddisfazione dell'opinione pubblica per la conduzione giudicata altalenante della guerra da parte di Trump, motivo per cui anche molti repubblicani la criticano.
Ma per il giornale l'alternativa proposta da Turek e Jackson equivale a una sconfitta e alla concessione all'Iran del controllo dello stretto, con il rischio di dare alla Cina l'impressione che le acque internazionali siano negoziabili in base al calendario politico americano.
Secondo l'editoriale, Teheran vuole trasformare lo Stretto di Hormuz in una rotta a pedaggio, ricavandone miliardi di dollari per finanziare quello che il quotidiano definisce il suo “impero del terrore”.
Il regime, che il Wall Street Journal descrive come messianico, oltre a colpire le navi vicine ha sparato anche contro Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Bahrain, Kuwait, Giordania e Israele.
“Non voglio lasciare le nostre truppe senza protezione”, ha replicato Collins alla proposta di Jackson.
“Sarebbe del tutto irresponsabile.
Voglio assicurarmi che siano al sicuro: si trovano nei Paesi che circondano l'Iran”.
Posizione simile quella di John Sununu, candidato repubblicano al Senato nel New Hampshire, nel confronto con il deputato democratico Chris Pappas: “È stato un errore entrare in Iran senza un piano per mantenere aperto lo Stretto di Hormuz”, ha dichiarato.
Ma, ha aggiunto, “non ritengo sia saggio, in questo momento, tagliare i fondi alle navi e alle portaerei che aiutano a far transitare merci e petrolio attraverso lo stretto e a mantenere vivi i commerci”.
Gli alti prezzi del petrolio creano difficoltà concrete agli elettori.
Ma per il Wall Street Journal la prospettiva offerta dai due democratici rischia di rivelarsi peggiore per gli interessi americani: una resa che consegnerebbe all'Iran il controllo delle rotte e al mondo il messaggio che la determinazione di Washington si misura con il calendario elettorale.
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