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Da Lula a Meloni: i candidati francesi cercano i loro modelli all’estero per la corsa all’Eliseo del 2027 | L’analisi de Le Figaro

Per dare credibilità alle proprie promesse, i pretendenti alla presidenziale francese del 2027 si richiamano a politiche condotte fuori dai confini nazionali che, a loro dire, hanno già dato prova di sé.

È il quadro che emerge dall'analisi pubblicata da Le Figaro, firmata dal giornalista John Timsit, sul ricorso agli esempi stranieri nella corsa all'Eliseo.

LULA, IL MODELLO IMBARAZZANTE DEGLI INSOU MIS

Pronti a reagire alla minima polemica, gli uomini di La France Insoumis brillano per il loro silenzio sulle difficoltà elettorali di Lula.

E per ragione: al primo turno della presidenziale brasiliana del 4 ottobre, il capo dello Stato uscente è stato superato di due punti dal senatore conservatore Flávio Bolsonaro, figlio dell'ex presidente condannato per tentato colpo di Stato.

Un passo falso tanto più bruciante in quanto il leader del Partito dei Lavoratori sperava di essere rieletto già al primo turno.

Nessun dubbio, tuttavia, che in caso di vittoria i mélenchonisti non avrebbero esitato a sbandierarla: al di là di un assunto tropismo latino-americano, Jean-Luc Mélenchon intrattiene legami stretti con l'ottantenne, che andò a trovare in prigione nel 2019.

Anche se affronta il secondo turno del 25 ottobre in condizione di svantaggio, il veterano della sinistra brasiliana resta un modello per gli Insoumis: il coordinatore del movimento, Manuel Bompard, non ha forse ricordato, per difendere la quarta candidatura di Mélenchon, che l'ex metalmeccanico è stato eletto solo al termine di altrettanti tentativi?

Come Lula per il fondatore di LFI, del resto, ogni candidato ha i suoi riferimenti esteri, che invoca per dare credibilità alle proprie promesse.

“Trovano in questi dirigenti stranieri la legittimazione della propria posizione e un mezzo per promuovere le politiche che intendono attuare, dal momento che altrove avrebbero riscosso successo”, spiega il politologo Gilles Ivaldi, ricercatore di Sciences Po, citato da Le Figaro.

SÁNCHEZ, IL CONTRO-MODELLO DELLA SINISTRA

Sul fronte socialista, il riferimento è Pedro Sánchez.

Politiche contro la violenza sulle donne, fermezza verso il governo israeliano, regolarizzazione di massa dei senza permesso: dal suo arrivo al potere, il premier spagnolo si propone come contro-modello alla crescita del nazionalismo in Europa.

Un esempio che restituisce slancio ai socialdemocratici francesi, desiderosi di dimostrare che una sinistra moderata può governare.

È il caso di Raphaël Glucksmann, che ha lodato la politica migratoria di Madrid, con una precisazione: l'eurodeputato di Place Publique intende regolarizzare soltanto i lavoratori senza permesso impiegati nei mestieri a corto di personale, per “porre fine all'ipocrisia”.

SCHRÖDER E THATCHER PER IL BLOCCO CENTRALE

Nel blocco centrale, gli sguardi si rivolgono piuttosto alla Germania, celebre per la sua cultura del rigore di bilancio e per la riforma del mercato del lavoro avviata da Gerhard Schröder nei primi anni Duemila.

Un'eredità politica di cui Édouard Philippe dichiara di ispirarsi, al pari di quella dell'ex primo ministro britannica Margaret Thatcher, vessillo della svolta liberista degli anni Ottanta.

Due dirigenti riformatori le cui “trasformazioni”, salutava nel giugno 2025 il leader di Horizons, sono nate da un'“analisi lucida dei problemi” dei rispettivi paesi.

VALORI SOLIDI E PRAGMATISMO: L'ASCESA DI MELONI

Nella scia di Thatcher, il candidato dei Repubblicani Bruno Retailleau richiama invece l'ex presidente americano Ronald Reagan, di cui riprende volentieri la celebre formula anti-statalista: “Tutto ciò che si muove lo si tassa; ciò che continua a muoversi lo si regolamenta; ciò che non si muove più lo si sovvenziona”.

Ma i modelli di ieri perdono smalto davanti alla presidente del Consiglio italiano, Giorgia Meloni, ormai inevitabile per le destre d'Oltralpe.

“È diventata un modello, assumendo valori solidi e idee conservatrici chiare, pur sapendo mostrarsi pragmatica e giocare il gioco internazionale”, analizza lo storico Giovanni Orsina, professore all'università Luiss di Roma.

Retailleau le si è richiamato durante il suo passaggio a Place Beauvau, salutando gli accordi conclusi dall'Italia con Tunisia ed Egitto per frenare le partenze dei migranti, senza però soffermarsi sull'apertura romana all'immigrazione lavorativa, con quasi 500.000 ingressi previsti in tre anni.

Dal lato del Rassemblement National l'entusiasmo è più tiepido: Marine Le Pen, alleata di lungo corso di Matteo Salvini, ha poco gradito i compromessi di Meloni con Bruxelles.

Resta il fatto che la presidente del Consiglio incarna oggi una via populista più pragmatica e meno estrema di quella di Donald Trump, la cui influenza è sbiadita, perfino all'interno di Reconquête, che se ne ispira ormai solo sporadicamente.

MILEI, L'ICONA LIBERALE

In tutt'altro registro, il presidente argentino Javier Milei è stato elevato a icona dalla destra liberale per la sua crociata contro la spesa pubblica.

Tra i pretendenti al 2027, il sindaco uscente di Cannes David Lisnard, già esponente di LR, è quello che ne assume più apertamente la discendenza.

Salutando i risultati economici del suo modello, a cominciare dal netto calo dell'inflazione, il leader di Nouvelle Énergie sosteneva a maggio che “Milei ha dimostrato che il liberalismo può funzionare”.

In America latina, forse; in Francia è impossibile prevedere l'esito di una simile politica: il liberalismo, infatti, non è mai riuscito a imporsi alle urne.

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