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L’inflazione continua a erodere i salari reali negli Stati Uniti | L’editoriale del Wall Street Journal

Il Wall Street Journal avverte Trump: lasci a Warsh il compito di domare i prezzi, o il 2028 rischia di ripetere il 2026 per i repubblicani

I prezzi negli Stati Uniti corrono più veloci delle buste paga, e questo basta a spiegare perché gli elettori americani restano insoddisfatti dell’economia.

È la lettura che il Wall Street Journal dà, in un editoriale, dell’ultimo rapporto sull’inflazione diffuso dal Dipartimento del Lavoro, giudicato senza mezzi termini “deludente”.

I numeri sono eloquenti.

A settembre l’indice dei prezzi al consumo è salito dello 0,6% su base mensile e del 3,7% su dodici mesi.

Più della metà dell’aumento è dovuta all’energia: le interruzioni delle forniture legate alla guerra con l’Iran stanno spingendo in alto i prezzi.

Secondo il quotidiano newyorkese, i consumatori troveranno un po’ di sollievo quando l’offerta di petrolio e carburanti tornerà alla normalità, ma potrebbe volerci del tempo.

L’inflazione cosiddetta “core”, depurata da energia e alimentari, è cresciuta dello 0,3% nel mese e del 2,6% su base annua.

Ma, osserva il Wall Street Journal, i consumatori non mangiano e non guidano con l’indice core.

E il prezzo della benzina è uno dei motivi per cui i repubblicani faticano nelle corse per il Senato in Iowa, Ohio, Texas e in altri Stati.

Il rincaro dell’energia potrebbe inoltre trasmettersi a beni e servizi come i biglietti aerei, saliti dell’1,2% il mese scorso.

Non solo: aumenti consistenti si registrano anche in voci meno sensibili ai costi energetici, come le auto usate e le spese ospedaliere (+0,7%), lo streaming video e la riparazione delle auto (+0,6%), i tagli di capelli e le abitazioni (+0,4%).

Eppure l’economia, a giudicare dalla maggior parte degli indicatori, è in salute e la Borsa è in rialzo.

Per il Wall Street Journal non sorprende comunque che gli elettori siano di cattivo umore.

Il problema politico per i repubblicani è che gli americani, in generale, non hanno visto un vero aumento di stipendio al netto dell’inflazione da un anno: i salari orari medi reali sono scesi dello 0,5% il mese scorso e risultano in calo dello 0,7% su dodici mesi.

La lezione per la politica monetaria, secondo il giornale, è che la Federal Reserve guidata dall’ex presidente Jerome Powell ha allentato i tassi troppo presto, sia alla fine del 2024 sia l’anno scorso, e ogni volta l’inflazione è ripartita.

Powell, che resta nel board come governatore, non ha fatto alcun favore al suo successore Kevin Warsh.

I mercati scontano ora un ulteriore rialzo dei tassi alla riunione del Federal Open Market Committee in programma entro la fine del mese, anche se la mossa politicamente più prudente, così a ridosso di un’elezione, sarebbe lasciarli invariati.

Il presidente Donald Trump, ricorda il Wall Street Journal, vuole che la Fed tagli i tassi come fa sempre, “con la pioggia o col sole, in primavera, estate, inverno o autunno”.

Ma la banca centrale ha chiaramente ancora del lavoro da fare contro l’inflazione.

La conclusione dell’editoriale è netta: Trump dovrebbe dare a Warsh il sostegno necessario per schiacciarla.

A meno che il presidente non voglia che l’inflazione resti un tema perdente per i repubblicani nel 2028, così come sembra destinata a esserlo per il partito nel giorno delle elezioni di quest’anno.

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