Deficit verso il 3%, ma la manovra premia difesa e imprese mentre produttività, welfare e sanità arretrano
“Vedo nuvoloni all’orizzonte”.
L’avvertimento del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti viene ripreso dall’economista Emiliano Brancaccio in un’analisi pubblicata su il manifesto, che osserva come proprio le scelte del ministro e della premier Giorgia Meloni stiano contribuendo non poco a rendere il cielo più cupo.
Dopo diversi tentativi andati a vuoto, a fine 2026 il deficit pubblico dovrebbe finalmente scendere sotto la soglia del 3% del Pil.
Ma, come ricorda il manifesto, lo stesso Giorgetti ammette che negli anni successivi il disavanzo tornerà a superarla.
L’uscita dalla procedura di infrazione europea si allontana così, lasciando un’eredità scomoda al prossimo governo.
Una manovra ancora nella nebbia
Secondo l’analisi di Brancaccio su il manifesto, quello del deficit è uno dei pochi punti fermi di una legge di bilancio ancora in larga parte indefinita: i singoli provvedimenti non sono stati dettagliati e il governo attende il confronto con Bruxelles.
L’unica certezza è che i margini di spesa si restringono, e della promessa “manovra elettorale” resta ben poco.
A beneficiare delle risorse disponibili saranno i soliti noti: 4,6 miliardi alla difesa e 3,4 miliardi alle imprese.
Alle famiglie, alle infrastrutture e alla sanità andrà il residuo, appena sufficiente a coprire l’aumento dell’inflazione.
Per i tagli fiscali si parla di soli 2,2 miliardi, tutti ancora da verificare.
Sul fronte delle coperture, il quotidiano riporta che circa 5 miliardi dovrebbero arrivare da banche e assicurazioni, 1,2 miliardi da ulteriori tagli ai ministeri e 700 milioni dai giochi e da altre voci minori: in totale una decina di miliardi.
Altri 13,5 miliardi saranno finanziati in deficit, sfruttando soprattutto le deroghe europee per difesa e sicurezza energetica.
Un’indulgenza bellica tutt’altro che gratuita, avverte l’economista: il riarmo farà crescere il debito e la futura spesa per interessi, che ha già raggiunto livelli da crisi economica.
Il bilancio del quadriennio
Per Brancaccio, però, l’azione di un governo non si può giudicare dalla sola manovra annuale, che modifica i saldi netti ed è soltanto la punta dell’iceberg.
Sotto c’è l’intero bilancio dello Stato, oltre un migliaio di miliardi distribuiti in una miriade di voci di entrata e di uscita.
Solo osservando come cambiano le loro proporzioni si coglie l’impronta complessiva della politica economica.
Il confronto tra le principali voci del bilancio statale nel quadriennio meloniano, dal 2023 al 2026, proposto su il manifesto, fa emergere con evidenza il boom della spesa per il riarmo, cresciuta del 7,2%.
Di contro, la quota destinata alla protezione sociale resta ferma, l’istruzione scende del 7,4%, la sanità del 7,5% e la cultura precipita del 22,4%.
La spesa per l’ambiente crolla del 72%, anche per l’esaurimento delle misure straordinarie.
Il capitolo più rilevante riguarda le imprese.
In questi anni la spesa statale alla voce “competitività e sviluppo” ha registrato un’esplosione superiore al 100%, un incremento che rafforza la posizione dell’Italia ai vertici della classifica Ocse per sussidi, prestiti e garanzie al capitale privato.
Non si tratta di regali, precisa Brancaccio, ma la cifra è enorme e il governo continua a puntare su nuove agevolazioni agli imprenditori.
Con l’obiettivo, almeno sulla carta, di farli crescere, innovare e magari premiare i più efficienti.
Produttività ferma, sommerso in crescita
I dati, sottolinea l’analisi pubblicata da il manifesto, dicono il contrario.
Negli anni del governo Meloni la produttività del lavoro è diminuita ulteriormente o è rimasta stagnante, aggravando la catastrofe dell’ultimo ventennio: un periodo in cui la produttività italiana è cresciuta appena dell’1,4%, contro l’11% della Germania e il 18% della Spagna.
È la fotografia impietosa di un sistema produttivo refrattario alla modernizzazione, in cui il lavoro irregolare torna a crescere, superando i 3 milioni di unità.
E di un governo che, invece di spronare, asseconda il peggio: gli obiettivi quantitativi di riduzione del sommerso previsti dal Pnrr vengono sostituiti da generici impegni organizzativi.
Da questo punto di vista, conclude Brancaccio su il manifesto, la “melonomics” ha aggravato l’antico male italiano: un capitalismo in larga misura grigio e parassitario, che vive di una blanda vigilanza statale e di prebende pubbliche pagate dalla classe lavoratrice.
È questa, nella sostanza, l’eredità che Meloni e Giorgetti lasceranno.
E sarà il problema principale per chi verrà dopo.








