L’accordo tra Bruxelles e Pechino sulle vetture ibride allenta le tensioni commerciali, ma secondo il Financial Times offre soltanto una breve pausa. Il vero nodo resta la competitività dell’industria europea.
Una “pace ibrida”, come l’ha definita con efficacia un commentatore, sembra essere scoppiata tra l’Unione europea e la Cina.
Dopo la visita a Pechino del commissario Ue al Commercio Maroš Šefčovič, Bruxelles e il governo cinese hanno raggiunto un’intesa pensata per raffreddare le tensioni commerciali che covavano da tempo.
Il risultato principale, riporta il Financial Times, è un tetto alle importazioni di auto ibride cinesi per i prossimi anni: un flusso cresciuto in modo vertiginoso, al punto da suscitare forte preoccupazione in Europa.
Si tratta tuttavia di un piccolo passo rispetto al deficit commerciale dei beni che l’Unione registra con la Cina, pari a circa un miliardo di euro al giorno.
L’accordo arriva dopo cambiamenti profondi e rapidi, sia economici sia politici, nel settore automobilistico europeo.
Alcuni anni fa, ricorda il quotidiano britannico, un analogo allarme per le auto elettriche a batteria si era attenuato quando le importazioni di veicoli elettrici cinesi si erano stabilizzate: una frenata che ha preceduto, e che forse è stata rafforzata, dai dazi antisovvenzioni.
Misure fortemente volute dalla Francia ma osteggiate dalla Germania, le cui case automobilistiche temevano di irritare un mercato per loro fondamentale.
Per nulla scoraggiati, i costruttori cinesi hanno puntato allora sulle ibride.
Le loro vendite in Europa mostrano oggi un’ascesa altrettanto vertiginosa di quella registrata dalle elettriche qualche anno fa, sottraendo quote soprattutto ai motori a combustione interna.
A differenza di allora, però, anche Berlino guarda ormai alle importazioni cinesi come a una minaccia.
Parigi e Berlino hanno firmato una nota congiunta in cui chiedono all’Unione di dotarsi di strumenti più incisivi per frenare le impennate dell’import, e il vertice dei leader europei è chiamato a far avanzare il confronto sull’insieme degli strumenti di difesa commerciale del blocco.
L’intesa sulle ibride può alleggerire la pressione, osserva il Financial Times, ma garantisce ai produttori europei solo un sollievo temporaneo.
Né renderà meno temibili i rivali cinesi, tanto più che la debolezza della domanda interna li spinge a cercare clienti all’estero.
I sussidi di Pechino hanno senza dubbio aiutato l’industria automobilistica cinese, ma i suoi costruttori si sono dimostrati anche più innovativi e più rapidi nell’adattarsi rispetto ai concorrenti europei.
Il tetto concordato, sottolinea il giornale, è di fatto una “restrizione volontaria delle esportazioni” sotto altro nome, e con ogni probabilità avrà gli stessi effetti delle VER concordate dal Giappone negli anni Ottanta.
Per un periodo la crescita delle importazioni potrebbe moderarsi, il che, per inciso, significa che le auto che riusciranno comunque a entrare spunteranno prezzi più alti a carico dei consumatori europei, già in difficoltà economiche.
Nel medio termine, però, politiche di questo tipo incentivano i costruttori cinesi, e non solo, a insediarsi direttamente all’interno dell’Unione.
Una prospettiva che può anche andar bene per il futuro industriale dell’Europa, ma che sarà di scarsa consolazione per le aziende già presenti sul mercato.
La domanda, secondo il Financial Times, è se questi gruppi sapranno sfruttare la protezione temporanea per migliorarsi anziché temporeggiare.
La vera sfida per la competitività industriale europea, infatti, nasce in casa.
Mentre le aziende cinesi spingevano in avanti la frontiera tecnologica della mobilità elettrica, quelle europee distribuivano dividendi e facevano pressione contro gli obiettivi di abbandono del motore a combustione interna.
Bruxelles, nel frattempo, ha tergiversato sulle riforme che rafforzerebbero la competitività industriale, dall’integrazione dei mercati dei capitali all’eliminazione delle barriere all’interno del mercato unico.
Per le stesse ragioni, conclude il quotidiano della City, è improbabile che misure protezionistiche più energiche e complessive offrano una tregua duratura.
Il rischio è che l’ossessione per la difesa delle quote di mercato distolga decisori politici e imprese dal migliorare le proprie prestazioni, invece di limitarsi a tenere a distanza i rivali stranieri.
I leader europei, avverte il Financial Times, non dovrebbero dimenticare che l’aumento delle importazioni può avere anche un effetto salutare, costringendo i produttori interni a innovare e a migliorare.
Dopotutto, non c’è niente di meglio della concorrenza per stimolare la competitività.








