In un anno il prezzo del jet fuel è raddoppiato e i vettori tagliano 2,8 milioni di posti. L’Agenzia internazionale dell’energia immette sul mercato 20 milioni di barili di gasolio, meno della metà di quanto promesso dal G7. In Italia crisi delle forniture in Puglia e autotrasportatori in protesta.
Il carburante è sempre di più il tallone d’Achille dei trasporti europei.
Come riporta Il Messaggero, i forti rincari, soprattutto del diesel, stanno mettendo sotto pressione automobilisti e autotrasportatori in tutto il continente.
In Francia le tensioni proseguono, con code ai distributori e una disponibilità discontinua in una parte della rete: in 375 stazioni di servizio, soprattutto nella regione del Grand Est, il gasolio è risultato esaurito.
Cherosene alle stelle, Francoforte resta a corto
Nel frattempo il jet fuel, il cherosene per gli aerei, è arrivato a costare il doppio rispetto a un anno fa, e in alcuni aeroporti le forniture sono sotto pressione.
Secondo quanto ricostruito da Il Messaggero, a Francoforte Lufthansa ha chiesto ai piloti di imbarcare carburante aggiuntivo prima di raggiungere lo scalo, per ridurre la dipendenza dai rifornimenti locali.
La disponibilità è condizionata dalla manutenzione programmata di un oleodotto, e anche il basso livello del Reno potrebbe limitare i trasporti via chiatta.
Il gestore Fraport assicura però che le scorte e le forniture alternative bastano a evitare interruzioni dei voli.
Possibili carenze di cherosene anche allo scalo di Zurigo: il governo svizzero ha autorizzato il prelievo dalle riserve obbligatorie per eventuali emergenze, ma secondo la compagnia Swiss, per ora, non ci sono ripercussioni sui vettori.
A settembre il jet fuel è rincarato del 20% rispetto ad agosto e di oltre il 32% rispetto a luglio, superando sul mercato europeo i 1.500 dollari a tonnellata.
Un anno fa costava circa 700 dollari.
Tagliati 2,8 milioni di posti
La conseguenza è una riduzione dell’offerta aerea.
Il quotidiano romano riferisce che nell’ultima settimana sono stati rimossi dalla programmazione 2,8 milioni di posti.
British Airways ha tagliato 1,5 milioni di posti, Air France 1,2 milioni, Lufthansa 1,1 milioni e Turkish Airlines oltre un milione.
Ryanair ha tolto più di 500 mila posti ed easyJet ha previsto ulteriori riduzioni per circa 700 mila.
In calo anche Volotea (-690 mila), Air Dolomiti (-661 mila), airBaltic (-300 mila), Swiss (-271 mila), Aer Lingus (-219 mila) e Ita Airways (-200 mila).
Aegean, Austrian Airlines e Sas hanno ridotto rispettivamente di 168 mila, 119 mila e 80 mila posti.
Si tratta di tagli alla capacità programmata, non necessariamente di voli già cancellati, ma il dato pesa.
La pressione finanziaria è più forte sulle compagnie fragili: Animawings ha avviato procedure d’insolvenza, mentre airBaltic e Volotea hanno chiesto la protezione finanziaria preventiva dai creditori.
Air India ha avviato un piano per contenere le spese.
Per alcuni vettori low cost il carburante, di solito pari al 40-45% dei costi operativi, sarebbe arrivato a pesare fino al 72%.
Alcune compagnie, come scrive Il Messaggero, valutano così nuovi rincari dei biglietti fino al 50%, anche se per ora non sono stati applicati aumenti.
Ryanair, tuttavia, non sta riducendo i voli ovunque.
Ha annunciato l’uscita da 13 aeroporti (non italiani) entro la primavera 2027, citando gli alti costi aeroportuali oltre alle condizioni geopolitiche in Giordania, ma per l’inverno ha programmato a Milano 8,7 milioni di posti, l’11% in più.
A Malaga ha aggiunto sei rotte e 92 mila posti.
Wizz Air prevede 5,6 milioni di posti in più su base annua, un’espansione che però ora potrebbe essere rivista.
Il nodo italiano: Puglia e Sud in difficoltà
In Italia la crisi ha colpito le forniture di carburante soprattutto in Puglia.
Il blocco degli accessi alla raffineria Eni di Taranto, durante la protesta dei lavoratori dell’ex Ilva, ha rallentato le autocisterne.
Aeroporti di Puglia ha segnalato possibili criticità per Bari, Brindisi, Foggia e Grottaglie, chiedendo alle compagnie, se possibile, di evitare il rifornimento a Bari.
Secondo Il Messaggero, Enilive ha denunciato carenze nei distributori di Bari e Brindisi, con oltre 50 stazioni senza rifornimenti su circa 300 interessate.
Situazioni che hanno portato a prendere d’assalto alcuni distributori nel Foggiano, nel Cosentino e nel Catanzarese.
Sul diesel, con un prezzo medio di 2,27 euro al litro nonostante il tetto ai prezzi di molte compagnie petrolifere, gli autotrasportatori italiani denunciano un aumento superiore a 50 centesimi al litro dall’inizio della guerra.
Conftrasporto chiede lo sblocco degli aiuti stanziati a maggio, non ancora arrivati alle imprese, e nuove risorse.
Unatras considera la situazione insostenibile e minaccia un fermo nazionale.
Il governo ha convocato le associazioni a Palazzo Chigi per il 27 ottobre.
Intanto si registrano proteste e blocchi stradali, anche degli agricoltori, in Puglia, Sicilia e Calabria, dove è partito un fermo locale dei camion della durata di cinque giorni.
Scorte Iea, un rilascio troppo timido
Sul fronte internazionale, l’analisi de Il Messaggero evidenzia come la risposta dell’Agenzia internazionale dell’energia (Iea) non riesca a frenare i prezzi.
L’imperativo è accelerare su petrolio, prodotti raffinati e diesel da immettere subito sul mercato: il diesel programmato va rilasciato “il prima possibile” e l’Agenzia si dice “pronta ad adottare ulteriori misure per affrontare le sfide nei mercati energetici globali”.
Suona come un “whatever it takes” l’allarme lanciato dall’Iea, riunita per fare il punto sulla manovra di rilascio internazionale sollecitata da Donald Trump a fine settembre, pena lo stop alle esportazioni di diesel dagli Stati Uniti, di cui Asia ed Europa non possono fare a meno.
L’Agenzia, però, conta più sull’effetto annuncio che sui numeri.
Con la piena disponibilità a muoversi e a sollecitare i Paesi ritardatari, l’Iea sperava di influire sulle quotazioni del gasolio e di tenere a bada le richieste e le minacce di Trump.
Ma guardando ai numeri annunciati, con una sensibile riduzione delle quantità previste, emerge il timore di andare oltre la linea rossa nell’utilizzo delle riserve strategiche, mentre all’orizzonte aumentano i rischi di una crisi che può allungarsi fino al 2027.
Meglio non scoprirsi troppo in caso di una crisi più profonda, è il ragionamento dei 32 Paesi coordinati dall’Iea.
Per questo l’Agenzia ha concordato di immettere sul mercato (solo) “oltre 20 milioni di barili di diesel il prima possibile”, oltre a “qualsiasi quantità di petrolio rimanente” dal rilascio record delle riserve di emergenza promesso a marzo.
Quei 20 milioni di barili di gasolio sono meno della metà dei 50 milioni presi in considerazione qualche settimana fa sull’onda dell’emergenza, nel conto complessivo dei 100 milioni di barili (metà petrolio e metà gasolio) promessi dal G7 (Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Canada, Germania, Italia e Giappone).
Restano dunque in riserva, per ora, 30 milioni di barili.
E il resto delle promesse?
A marzo i Paesi industrializzati si erano impegnati a rilasciare oltre 400 milioni di barili di greggio e prodotti petroliferi.
Finora ne sono stati rilasciati circa 330 milioni, spiega l’Iea, che punta a un traguardo che può arrivare a 430 milioni grazie ai Paesi che hanno rilasciato più del previsto.
“Si è concordato di adottare tutte le misure necessarie per completare il rilascio dei restanti 100 milioni di barili in modo tempestivo e coerente con le circostanze nazionali”, ha chiarito l’Agenzia.
Ma per ora il conto si ferma qui.
La delusione dei mercati e l’irritazione di Trump
La promessa sul diesel non ha convinto i mercati.
I prezzi europei del gasolio sono saliti sulla piattaforma Ice, benchmark mondiale di riferimento, per poi cedere lo 0,5% in chiusura.
Questo “suggerisce una certa delusione per la mancanza di un impegno concreto ad aggiungere ulteriori barili qui e ora”, secondo Ole Hansen, analista di Saxo Bank citato da Reuters.
Tanto che anche Trump si è risentito: secondo quanto riferisce Bloomberg News, gli Stati Uniti hanno comunicato agli altri membri dell’Iea il proprio disappunto per gli attuali piani di rilascio, giudicati “non sufficienti a contenere l’aumento dei prezzi del carburante”.
Il presidente americano ha battuto diverse strade, tra promesse e annunci a effetto, pur di calmierare i prezzi del diesel che stanno infiammando l’inflazione Usa: ha allargato le maglie del diesel detassato tinto di rosso, ha giocato la carta del diesel russo e ha stretto un accordo con il Canada per far arrivare più gasolio negli Stati Uniti.
Ma non basta.
A venti giorni dalle elezioni di Midterm, secondo i dati Lseg, i costi di trasporto rappresentano oltre il 40% del prezzo del petrolio Usa (da trasformare in diesel e prodotti raffinati), contro una media del 7% nel 2025.
L’inflazione galoppante arriva dunque anche dal costo dei noli alle stelle.
Come racconta Reuters, quando la superpetroliera Esteem Explorer salperà dagli Stati Uniti per il Giappone a novembre con circa 2 milioni di barili di greggio, il viaggio costerà 81 milioni di dollari: lo scorso anno lo stesso tragitto sarebbe costato in media 9,1 milioni.
È un treno in corsa, quello dei prezzi in salita, e secondo gli economisti non sarà facile fermarlo.








