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Giustino Trincia, direttore della Caritas diocesana di Roma: “Sfratti, fame e disperazione, anche chi lavora chiede aiuto”

Il direttore della Caritas diocesana di Roma commenta i dati Istat sulla povertà assoluta: “Bambini malnutriti, anziani che si lasciano morire perché non hanno i soldi per le cure”. E denuncia la crescita dell’usura di vicinato.

Non sono più soltanto i disoccupati e gli emarginati a bussare alle porte della Caritas.

Oggi a chiedere un pasto caldo o la spesa negli empori solidali sono anche lavoratori con uno stipendio regolare, che però non basta più ad arrivare alla fine del mese.

È il quadro tracciato da Giustino Trincia, direttore della Caritas diocesana di Roma, in un’intervista rilasciata a Maria Novella De Luca per la Repubblica, nella quale commenta i più recenti dati Istat sulla povertà assoluta in Italia.

“I dati Istat sulla povertà sono drammatici, ma purtroppo non ci sorprendono”, afferma Trincia.

Secondo il direttore, dal 2008 il Paese è entrato in una crisi strutturale in cui l’indigenza cresce di anno in anno e si allarga a fasce di popolazione sempre più ampie.

Una breve tregua, spiega, si era avuta con il reddito di cittadinanza, poi tutto è tornato a precipitare.

Il risultato sono nuclei familiari strozzati dai debiti, bambini con carenze alimentari, rinuncia alle cure, sfratti.

“Nelle nostre mense e nei nostri empori solidali oggi arrivano persone che hanno un lavoro ma il cui stipendio, divorato da prestiti e inflazione, finisce ben prima della terza settimana”, racconta a la Repubblica.

Le cause e la spirale dell’usura

Tra le cause principali della povertà assoluta Trincia indica la perdita del lavoro, ma anche impieghi retribuiti in modo del tutto inadeguato rispetto al costo della vita.

Le famiglie si indebitano, smettono di pagare affitto, spese condominiali e bollette, e finiscono per tagliare su tutto: cure, cibo, libri scolastici dei figli.

A questo si aggiunge un fenomeno in forte espansione: “Assistiamo alla crescita esponenziale dell’usura di vicinato”, denuncia il direttore della Caritas romana.

Si chiedono soldi nel quartiere, a chi offre piccoli prestiti, ma gli interessi diventano presto insostenibili.

“E quando arriva lo sfratto è il crollo”.

Chi perde la casa, spiega Trincia nell’intervista al quotidiano, finisce a vivere in tenda, in auto, oppure occupa alloggi.

Molti si rivolgono alla Caritas, mangiano nelle mense e prendono il cibo negli empori solidali.

Ma il passo non è semplice, perché “ci si vergogna di essere poveri”.

Nelle grandi aree metropolitane, a partire da Roma, il direttore vede una vera e propria “desertificazione dei servizi pubblici”: la casa è diventata un lusso inarrivabile, la sanità sempre più inaccessibile, perfino un chilo di frutta è un bene per pochi.

“Abbiamo bambini gravemente malnutriti, anziani che si lasciano morire”, dice.

E ci sono famiglie che non hanno nemmeno il denaro per pagare il funerale di un proprio caro: “Così ce ne occupiamo noi”.

La povertà assoluta triplicata

Uno scenario che Trincia definisce senza mezzi termini tragico.

“Non possiamo nascondere la realtà, del resto dal 2008 la povertà assoluta è triplicata”, sottolinea, avvertendo che o la politica deciderà di mettere questa emergenza al centro della propria agenda, o la situazione peggiorerà ulteriormente.

Il direttore cita un esempio poco noto: più le persone sono indebitate, più tendono, per disperazione, ad affidarsi a scommesse e gioco d’azzardo, perdendo anche quel poco che hanno.

“E cosa fa lo Stato? Invece di dare un reddito minimo, edilizia popolare, alzare i salari, apre nuove sale giochi”, osserva critico.

Per Trincia occorre comprendere che la povertà è ormai multidimensionale: alimentare, abitativa, sanitaria.

Fino a trent’anni fa colpiva categorie ben precise; oggi, spiega a la Repubblica, anche chi si sentiva protetto, il piccolo ceto medio con un minimo di benessere, può ritrovarsi povero.

E il prezzo più alto lo pagano i più piccoli.

Essere un bambino povero

Cosa significa, oggi, essere un bambino povero?

“Essere diverso dai coetanei”, risponde il direttore della Caritas di Roma.

Vuol dire non avere i libri di testo, il corredo scolastico, i soldi per la gita, un’alimentazione adeguata, una connessione internet per studiare.

“Vuol dire avere il futuro ipotecato dalla povertà”.

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