L’ex prefetto di Roma interviene dopo la guerriglia di Torino: «I tredicenni non sono più quelli di una volta, abbasserei l’età imputabile». E sul decreto che porta 500 militari a Milano: «Sulla carta bello, ma l’applicazione pratica è un’altra cosa»
Un senso diffuso di impunità, che nasce proprio dove si dovrebbe trovare la risposta più ferma dello Stato.
È questa la chiave di lettura che Achille Serra offre sulle violenze di piazza degli ultimi giorni, dagli scontri di Torino durante il corteo contro il carovita fino agli episodi che coinvolgono giovanissimi in tutta Italia.
Questore, prefetto, vicecapo della Polizia, Commissario anticorruzione e parlamentare, Serra resta per molti l’uomo che, alla guida della Squadra mobile di Milano, sgominò la mala di Turatello, Vallanzasca ed Epaminonda.
In un’intervista rilasciata a Francesco Grignetti per La Stampa, l’ex prefetto non nasconde il proprio pessimismo: «La vedo male. Ci aspettano tempi sempre più duri».
L’impunità come radice del problema
Prima di ogni analisi, Serra tiene a esprimere «affetto incondizionato» alle forze di polizia chiamate a contrastare quelli che definisce «mascalzoni violenti».
Il punto, spiega a La Stampa, è che chi colpisce un agente non paga quasi mai: «Se ad un poliziotto o ad un carabiniere arriva un sasso in testa, bisogna che chi l’ha tirato paghi severamente. Ma non succede mai».
E alla consueta giustificazione dell’età replica senza mezzi termini: «Dicono: sono ragazzini, quasi bambini… E allora? Non si vuole capire che a monte c’è il senso di impunità».
Un atteggiamento che, secondo l’ex prefetto, accomuna situazioni molto diverse: dai ragazzini che con una minicar mandano all’ospedale un attore, a chi devasta tutto sapendo di non rischiare nulla.
Da qui la proposta più netta: «Personalmente sarei per abbassare l’età dell’imputabilità: i ragazzi non sono più quelli di una volta, ormai a 12 o 13 anni spaccano e devastano».
Il paragone con gli anni Settanta
Serra, che ha vissuto da protagonista le stagioni più difficili dell’ordine pubblico, richiama la lezione del passato.
«Siamo già passati per fasi terribili di ordine pubblico», ricorda a La Stampa.
«Ma negli Anni Settanta ci si mosse tutti assieme: magistratura e politica, maggioranza e opposizioni. Se invece cominciamo a dividerci, i mascalzoni si infilano nelle pieghe del sistema».
Anche sul decreto che prevede l’invio di 500 militari a Milano, l’ex prefetto prevede polemiche sulla presunta militarizzazione della città, ma le liquida così: vale lo stesso discorso, serve unità.
Ribellioni senza capi, ma non senza politica
Alla domanda se le proteste attuali siano ribellioni pulviscolari, prive di leader e di finalità politiche, Serra risponde con cautela, ma indica una possibile lettura diversa: «Forse però la politica c’entra moltissimo, perché gli incidenti avvengono in Francia, Italia e Albania, dove ci sono elezioni alle porte o comunque dove si spera di costringere un premier alle dimissioni per andare a nuove elezioni».
Condivide inoltre la valutazione del ministro della Difesa Guido Crosetto, che ha parlato di un episodio di guerra ibrida: «Totalmente. Sono ragazzi emarginati, senza nessun ideale, mobilitati e aizzati da una folla di strane sigle su chat e social. C’è materia per l’intelligence».
Il deficit di intelligence
È proprio su questo terreno che, secondo Serra, qualcosa non ha funzionato.
L’ex prefetto difende la professionalità della Polizia, ma individua una falla precisa: «È inaccettabile e non dovrà mai più accadere che mille violenti si diano appuntamento in piazza Duomo attraverso le chat e nessuno lo scopra prima. Quindi sì, c’è stato un deficit di intelligence».
Accanto a questo, Serra solleva quello che lui stesso definisce un «discorso spigoloso»: lo squilibrio tra il trattamento riservato agli agenti e quello riservato ai violenti.
«In Italia il poliziotto ormai va sotto processo pure per una manganellata e invece a chi devasta un negozio non succede niente».
Il modello da seguire, a suo giudizio, è quello di Gran Bretagna e Stati Uniti: processo per direttissima e, in caso di condanna, pena scontata davvero.
«Non è normale che distruggi tutto e dal giorno dopo sei libero come l’aria».
Dialogo e fermezza: l’esperienza di Firenze
Pugno duro, zero scappatoie, nessun lassismo, dunque.
Ma la gestione della piazza, gli fa notare l’intervistatore, non è sempre stata anche un esercizio di dialogo tra Digos e manifestanti?
Serra non lo nega e attinge alla propria esperienza da prefetto di Firenze, quando dovette gestire il primo Social Forum dopo Genova: «Potete immaginare gli animi. Ci furono 20 giorni di trattative. Mi chiedevano di andare in piazza della Signoria. Roba da rabbrividire».
Alla fine si trovò un accordo con i portuali di Livorno: «2000 uomini robusti che in piazza hanno fatto da servizio d’ordine a protezione dei monumenti. E quando si presentarono gli incappucciati, perché si presentano sempre, ci pensarono i portuali. Stanno ancora scappando».
Poi la chiosa amara: «Ma erano altri tempi».
Quanto al nuovo decreto sulla sicurezza, il giudizio di Serra raccolto da La Stampa è sospeso tra fiducia e scetticismo: «Sulla carta mi sembra tutto molto bello. Ma l’applicazione pratica è un’altra cosa».
Per saperne di più:

Disabilità e inclusione: introduzione al tema, servono un nuovo modello culturale, sport e formazion...

Consiglio Ue, Meloni: “Senza misure l’industria è a rischio”. Migranti, muro contro muro con Sánchez

Michael Spence, premio Nobel per l’Economia: “Debiti sovrani e tassi in crescita, non ci sono vie d’...

Fabio Panetta, governatore della Banca d’Italia: “Prevenire costa meno che ricostruire, servono poli...

Marco Natali, presidente di Confprofessioni: “Più rinnovabili per tagliare i costi. Basta bonus a pi...







