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Kristalina Georgieva, direttrice generale del Fondo monetario internazionale: “L’Ue cammina mentre il mondo corre. Non c’è più tempo da perdere”

Kristalina Georgieva, direttrice generale del Fondo monetario internazionale, intervistata su La Repubblica di domenica 18 ottobre da Francesco Manacorda, spinge l’Europa a fare di più su produttività e mercato unico.

«Anche in Italia la crescita non è forte.

Se ti limiti a camminare, resti indietro.

Devi correre».

Alla fine di una settimana di incontri con i 191 Paesi del Fondo — e un’assenza vistosissima come quella del segretario al Tesoro Usa, Scott Bessent — l’ex studentessa bulgara dell’Università Karl Marx di Sofia, che da sette anni ricopre uno dei ruoli chiave dell’economia mondiale, vede «sia ottimismo sia preoccupazione».

L’ottimismo viene «dalla resilienza dell’economia globale, dalle promesse dell’intelligenza artificiale, dal dinamismo dell’Asia.

Ma l’IA è anche fonte di preoccupazione, assieme all’inflazione, ai debiti elevati e all’aggravarsi dei rischi climatici».

Per il Fondo l’economia mondiale ha resistito a una serie di shock, a cominciare da quello energetico, ma proprio per questo ogni Paese deve sbrigarsi a “mettere a posto la casa”, ossia i conti pubblici, e a ridurre il debito prima che arrivi un’altra crisi.

Può bastare in un mondo che vive gli sconvolgimenti attuali?

«Il margine di manovra dei bilanci pubblici si è esaurito a causa degli shock ripetuti che abbiamo attraversato negli ultimi anni e non c’è più tempo da perdere per ricostituirlo.

Non è facile farlo quando le richieste arrivano da così tante direzioni: preparare l’economia all’arrivo molto rapido dell’intelligenza artificiale; assicurarsi che le persone abbiano le competenze per inserirsi in questa nuova economia; continuare ad adattarsi al cambiamento climatico.

Eppure, la disciplina di bilancio è fondamentale.

Perché non sappiamo quale sarà il prossimo shock, ma sappiamo che arriverà».

L’Italia sta lavorando per non peggiorare i conti pubblici.

Ma la sua crescita resta debole, sotto l’1% nel 2026.

Osservazioni?

«Voglio esprimere il mio rispetto per l’Italia, dove il governo ha ridotto il deficit.

Lo vediamo già, anche se ancora non molto, ma è comunque bene che sia su una traiettoria discendente.

La crescita, invece, è un problema di gran parte dell’Europa.

In effetti, in Italia così come altrove, non è forte quanto dovrebbe essere per migliorare il tenore di vita e portare più benefici alle persone».

Anche nell’area euro la crescita economica è debole: le vostre previsioni indicano l’1,1% nel 2026.

In queste condizioni, dove si trovano le risorse per ridurre i deficit?

«L’unico modo per creare più margine di manovra nei bilanci pubblici è avere una crescita più rapida.

E l’Europa può ancora aumentare la sua crescita potenziale completando il mercato unico.

Vedo segnali che finalmente questo sta cominciando ad accadere: ci sono progressi sull’unione dei mercati dei capitali e su quella bancaria; sul riconoscimento della necessità del 28° regime (un quadro giuridico europeo, facoltativo, che permetterebbe alle imprese di operare nel mercato unico senza districarsi tra 27 sistemi di regole nazionali, ndr); si riconosce la necessità di integrare il sistema energetico europeo.

Tutte cose da fare il prima possibile».

E la cooperazione internazionale?

Con il nuovo atteggiamento degli Usa non rischia grosso?

«Abbiamo 191 Paesi membri e anche qui a Bangkok siamo riusciti a trovare un accordo su moltissimi temi e a produrre una dichiarazione che tutti sottoscrivono.

Quando presentiamo analisi e raccomandazioni oggettive e imparziali, che possono riconoscere come fondamentali per loro, ciò crea lo spazio giusto per il dialogo.

Oggi è più difficile tenere insieme i Paesi, ma non è impossibile.

A volte scherzo dicendo che il mio lavoro è tenere assieme 191 gatti.

Ma per fortuna sono una gattara!».

Gatti piuttosto rissosi, in questo momento…

«Parlando seriamente, i Paesi hanno effettivamente interessi diversi e ora sentono la pressione dei loro stessi cittadini, proprio perché il cambiamento è così rapido e gli shock arrivano uno dopo l’altro.

Ma la cooperazione rende possibili le soluzioni più di quanto faccia l’assenza di cooperazione.

E il commercio rende le economie più forti.

Il ruolo del Fondo è proprio favorire questa cooperazione e mostrarne i benefici.

Del resto, i Paesi cooperano tra loro non per spirito di carità, ma per un interesse personale illuminato».

Leggi l’intervista completa sul sito di InPiù

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