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Maria Ressa, premio Nobel per la Pace: “Siamo nel mezzo di un golpe tecnologico. È il momento di reagire o Big Tech abbatterà le democrazie”

La premio Nobel per la Pace filippina lancia l’allarme sull’intelligenza artificiale senza regole: «Ci hanno trattato come i cani di Pavlov. Serve un accordo internazionale, come per il nucleare»

«Quando la Seconda guerra mondiale era in corso, le persone che la vivevano non la chiamavano Seconda guerra mondiale. Le abbiamo dato un nome guardandoci indietro. Adesso che cosa stiamo vivendo che non stiamo riconoscendo?».

Parte da questa domanda la riflessione di Maria Ressa, giornalista filippina e premio Nobel per la Pace, nell’intervista rilasciata a Riccardo Luna per il Corriere della Sera.

Una conversazione in cui la cofondatrice di Rappler descrive senza mezzi termini quello che, a suo giudizio, sta accadendo sotto i nostri occhi: un colpo di Stato delle Big Tech.

La legge del più forte

Secondo Ressa, l’attuale amministrazione americana si basa sull’idea che «la forza fa il diritto», e gli effetti di questa filosofia si vedono in tutto il mondo.

«Dov’è arrivato il prezzo del petrolio oggi? E della benzina? La domanda che dovremmo farci è: come gestiamo una superpotenza che agisce in base alla legge del più forte? Se abbiamo intenzione di cedere, allora faremmo meglio a prepararci a cedere tutto», ha spiegato al Corriere della Sera.

«Ma il mondo non può funzionare sulla forza, non è così che sono state costruite le Nazioni Unite».

La giornalista punta il dito anche contro l’Europa.

Nel Digital Services Act e nel Digital Markets Act, sostiene, ci sono clausole che fermerebbero la diffusione virale della disinformazione, ma non vengono applicate.

«Mi dicono che sia la paura dei dazi a frenarvi. Ma non lasciate che le vostre paure vi portino in un mondo nuovo in cui avrete ancora meno potere. È il momento di reagire. Siamo la maggioranza globale. Possiamo farcela».

Un costo, ammette, c’è: il Canada, per esempio, lo sta già pagando.

Ressa parla da Londra, dove è arrivata da New York dopo aver partecipato ai lavori dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite in qualità di copresidente del gruppo di esperti nominato dal segretario generale dell’Onu per delineare le linee guida globali sulla governance dell’intelligenza artificiale.

Ha 63 anni e nel 2021 ha ricevuto il Nobel per la Pace insieme al giornalista russo Dmitri Muratov «per i loro sforzi volti a salvaguardare la libertà di espressione, che è precondizione per la democrazia e per una pace duratura».

Commentando l’assegnazione del Nobel per la Pace 2026 alla magistrata della Corte penale internazionale Navy Pillay, Ressa ha detto: «Rappresenta un atto di speranza, una difesa della nostra umanità condivisa e un monito sul fatto che, senza giustizia, non può esserci una pace duratura».

«Un mondo sull’orlo del baratro»

Nel 2021, alla cerimonia di Oslo, Ressa aveva chiesto al pubblico di chiudere gli occhi e immaginare il mondo come dovrebbe essere.

Oggi, se chiude gli occhi pensando all’intelligenza artificiale, vede «un mondo sull’orlo del baratro».

Un momento esistenziale su molti fronti, racconta a Luna, «e non perché i costruttori dell’intelligenza artificiale ci abbiano portato fin qui dicono di avere paura per il futuro. Francamente, non avrebbero dovuto avere il permesso di sperimentare sul pubblico come hanno fatto. È come se avessero trattato il mondo intero, noi, i cittadini, come i cani di Pavlov. E ora ne stiamo pagando tutti il prezzo».

È dal 2024, ricorda, che parla di un colpo di Stato tecnologico «alla luce del sole»: «Ogni giorno in cui i governi non adottano misure di sicurezza, non approvano leggi, è un giorno in cui il governo perde altro potere. E parlo dei governi di tutto il mondo».

Un tema, sottolinea, che anche l’enciclica di papa Leone coglie in molti suoi punti.

Dai social ai chatbot, fino agli agenti

Dal 2013 il lavoro di Ressa mette sotto accusa la Silicon Valley: prima i social, poi l’intelligenza artificiale.

Il filo che li unisce, spiega, è un decennio di soprusi.

«Prima ci sono stati i social media, che hanno hackerato la nostra attenzione; poi sono arrivati i chatbot che hanno hackerato la nostra intimità. Ora arrivano gli agenti dei modelli di frontiera che stanno hackerando la nostra stessa capacità di agire».

Nel report presentato alle Nazioni Unite a settembre, racconta la Nobel al quotidiano di via Solferino, il gruppo di esperti ha dimostrato che questi agenti «evadono dai laboratori, mentono e modificano i registri».

Il documento spiega cosa è accaduto e cosa dovrebbero fare i governi per riprendere il controllo, ma soprattutto perché si è arrivati a questo punto: «Non abbiamo approvato in tempo leggi che imponessero la trasparenza e la responsabilità di chi sviluppa queste tecnologie».

La radice del problema

Capire, difendersi e costruire sono le tre sezioni del nuovo libro di Ressa, appena uscito nel Regno Unito, «The Fight Back: A Citizen’s Guide to Standing Up to Dictators», un manuale per resistere ai dittatori.

E tutto, conferma, parte dalle regole.

Alla base di quanto avvenuto c’è la Sezione 230, una legge americana del 1996 che consente di trattare i social media come semplici infrastrutture, «come tubi dove passano delle cose».

«Quando in realtà sono editori di contenuti, solo che lo fanno attraverso gli algoritmi. Ma non hanno alcuna responsabilità per le scelte che fanno».

Ressa cita il caso di Frances Haugen, l’ex dipendente di Facebook laureata ad Harvard che nel 2021 ha reso pubbliche decine di migliaia di documenti interni sul mancato controllo di Meta dei contenuti di odio, violenza e disinformazione.

«Le loro colpe sono evidenti, eppure i governi del mondo non sono riusciti a chiamarli a risponderne. Il motivo è che si nascondono dietro il potere degli Stati Uniti e usano parole come “autoregolamentazione”».

E alla domanda sul perché non ci si possa fidare delle aziende tecnologiche, i cui leader a fine settembre hanno firmato una dichiarazione solenne con il presidente Trump, la risposta è netta: «Perché sui social gli abbiamo dato dieci anni per dimostrare la loro buona fede e abbiamo visto il risultato. Dietro la corsa all’intelligenza artificiale c’è la stessa cultura: sorveglianza di massa a scopo di lucro. È ora di dire basta».

Un accordo come per il nucleare

Ma come dire basta finché alla Casa Bianca c’è Trump?

«È il momento di costruire», risponde Ressa al Corriere della Sera: sviluppare infrastrutture tecnologiche proprietarie che consentano di uscire dalla logica estrattiva e predatoria della Silicon Valley.

E nel frattempo «dobbiamo promuovere un grande accordo internazionale per far sì che chi rilascia modelli di intelligenza artificiale di frontiera sia soggetto a un monitoraggio indipendente sui suoi impatti e rischi. Come sul nucleare».

Anche senza Stati Uniti e Cina?

«I Paesi medi stanno già prendendo l’iniziativa. E possono aggregare quelli del Sud del mondo».

L’avvertimento finale è perentorio: «Se non lo facciamo adesso, se non ci uniamo per difendere l’integrità dell’informazione, la capacità di distinguere i fatti dalla finzione, Big Tech abbatterà le istituzioni democratiche».

Chi è Maria Ressa

Giornalista filippina, dopo vent’anni come corrispondente della Cnn nel 2012 ha cofondato Rappler, testata online diventata il principale punto di riferimento del giornalismo investigativo nelle Filippine.

Durante la presidenza di Rodrigo Duterte (2016-2022) lei e la sua testata sono state bersaglio di un duro accanimento giudiziario: arrestata più volte, è stata accusata tra l’altro di diffamazione ed evasione fiscale.

Nel 2021 ha ricevuto il Nobel per la Pace con Dmitri Muratov per il suo impegno per la libertà di espressione.

Nei suoi libri ha mostrato come le piattaforme digitali vengano usate dai regimi per manipolare l’opinione pubblica.

È copresidente del comitato scientifico indipendente dell’Onu sull’intelligenza artificiale.

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