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L’Italia non è la Francia: quattro numeri smontano il paragone: crescita, povertà, potere d’acquisto e disuguaglianze | L’analisi

Accostare le violenze giovanili di Milano alle sommosse francesi è fuorviante. Come spiega l’economista Marco Fortis su Il Messaggero, crescita, povertà, potere d’acquisto e disuguaglianze raccontano due Paesi molto diversi.

I disordini che hanno visto protagonisti numerosi minorenni a Milano e in altre città del Nord, da Torino a Bologna, hanno suscitato una condanna unanime.

Si tratta, osserva Marco Fortis in un’analisi pubblicata da Il Messaggero, di un teppismo che affonda le radici in fragilità valoriali individuali e in modelli ispiratori, inclusi quelli musicali, che attraverso i social esaltano la violenza fine a sé stessa come segno di distinzione all’interno del gruppo.

Nulla a che vedere con le manifestazioni giovanili ordinate o con la legittima protesta sociale e sindacale garantita dalla Costituzione.

Eppure alcuni commentatori e politici hanno accostato questi episodi alle sommosse che stanno infiammando una Francia in piena crisi politica, economica e finanziaria, con uno spread oltre i 150 punti base rispetto alla Germania e oltre i 40 rispetto all’Italia.

La tesi è che anche il nostro Paese sarebbe “in fiamme” per le stesse ragioni: un’economia debole, l’aumento della povertà e dell’esclusione sociale, la perdita di potere d’acquisto, un divario crescente tra ricchi e meno abbienti.

Un “contagio” non augurabile e immeritato

Secondo Fortis, in una fase segnata da una presidenza Trump turbolenta e imprevedibile, da guerre, debiti pubblici e privati fuori controllo e rischi finanziari incombenti, l’ultima cosa di cui l’Italia avrebbe bisogno è essere “contagiata” dalla Francia.

Un contagio, scrive l’economista su Il Messaggero, che non solo non è augurabile, ma sarebbe anche ingiustificato: l’Italia ha ritrovato stabilità, credibilità internazionale e crescita economica, un patrimonio ricostruito faticosamente negli ultimi dieci anni dopo quattro shock consecutivi (la concorrenza asimmetrica cinese, i mutui subprime, il debito greco e l’austerità) e una pandemia che ci ha colpiti per primi in Europa e da cui il Paese è uscito con compattezza e spirito civile.

Un risultato costruito da più governi di diverso colore, incluso quello attuale.

Al di là delle polemiche, tra la Francia delle periferie in fiamme e l’Italia delle scorribande di qualche centinaio di “maranza” minorenni a Milano, corrono almeno quattro differenze.

Prima differenza: la crescita economica

Tra il 2019 e il 2025, al netto dell’inflazione, il Pil pro capite italiano è aumentato dell’8,8% in termini reali, quasi il triplo rispetto alla Francia (+3,2%).

Nello stesso periodo i consumi pro capite delle famiglie sono cresciuti del 4,2% in Italia, circa quattro volte più che Oltralpe (+1,2%).

Quanto al Pil complessivo, sulla base dei dati trimestrali destagionalizzati, dal quarto trimestre 2019 pre-Covid al secondo trimestre 2026 l’Italia è cresciuta dell’8,7%, quasi due punti e mezzo in più della Francia (+6,3%).

E negli ultimi dodici mesi disponibili, dal secondo trimestre 2025 al secondo trimestre 2026, il Pil italiano è salito dell’1%, il doppio di quello francese (+0,5%).

Seconda differenza: povertà ed esclusione sociale

In occasione della Giornata mondiale delle Nazioni Unite per lo sradicamento della povertà, celebrata il 17 ottobre, Eurostat ha diffuso dati che, sottolinea Fortis su Il Messaggero, dovrebbero far riflettere chi nel dibattito italiano interviene in modo confuso.

Nel 2025, su 244 regioni dell’Unione europea, solo 24 registrano una quota di persone a rischio di povertà o esclusione sociale inferiore al 13% della popolazione, la classe migliore: sei di queste sono regioni del Nord Italia.

Tra esse c’è la Lombardia (12,5%), teatro dei disordini di piazza Duomo e del centro di Milano, che qualcuno vorrebbe innalzare a simbolo di una rivendicazione giovanile.

La regione più ricca di Francia, l’Île-de-France con Parigi, si colloca invece tre classi più in basso, con una percentuale di persone a rischio superiore a quella lombarda di oltre otto punti (20,9%).

Nessuna regione francese, così come nessuna regione di Germania, Spagna, Olanda, Paesi scandinavi, Austria, Slovenia, Portogallo, Grecia e persino Svizzera, figura nella classe Eurostat meno povera.

Il Nord Italia, in sostanza, è un caso pressoché unico di bassa povertà.

Terza differenza: il potere d’acquisto

Secondo i dati Ocse elaborati dalla Fondazione Edison, nonostante il ritardo nel recupero dell’inflazione da parte dei salari reali, grazie alle misure compensative e all’aumento degli occupati il potere d’acquisto pro capite delle famiglie italiane è cresciuto del 4,6% dal primo trimestre 2023 al primo trimestre 2026 (rispetto al quarto trimestre 2022), contro appena lo 0,6% della Francia: un risultato oltre sette volte e mezzo superiore.

L’Italia ha registrato il miglior risultato del G7, davanti a Regno Unito (+2,2%), Germania (+1,7%) e Canada (+1,4%).

Quarta differenza: il divario tra ricchi e poveri

In tutti i Paesi avanzati, non solo in Italia, il 10% più facoltoso della popolazione detiene in genere più del 50% della ricchezza netta, mentre il 50% più povero ne possiede una frazione molto bassa, generalmente inferiore al 10%.

Sono numeri “normali” nelle democrazie capitalistiche mature, mentre nei Paesi con dittature e oligarchie il divario può essere ancora più ampio.

Su queste cifre, da non confondere con quelle dei redditi, si gioca spesso sul filo dell’equivoco per infiammare gli animi e alimentare risentimento, specie tra le classi sociali meno abbienti.

La realtà, ricorda Fortis su Il Messaggero citando i dati della Bce, è che in Italia il 10% più facoltoso dal punto di vista del patrimonio finanziario e immobiliare detiene una ricchezza netta “solo” otto volte circa più alta di quella del 50% delle famiglie più povere, che nel nostro Paese possiede comunque 821 miliardi di euro, la quota più consistente d’Europa.

In Francia il rapporto sale a 11 volte, in Olanda a 18, in Austria a 19, in Germania addirittura a 27, così come negli Stati Uniti, dove la disuguaglianza è massima.

Inoltre, considerando il periodo da fine 2022 al primo trimestre 2026, la ricchezza netta mediana, cioè quella del cittadino che divide esattamente in due la popolazione, è cresciuta in Italia del 6,3%, mentre in Francia è diminuita dello 0,4%.

Un patrimonio da difendere

In conclusione, osserva l’economista, chi nelle stesse ore in cui le famiglie italiane, nonostante i disordini milanesi, acquistano con fiducia i Btp Valore, invoca una “patrimoniale” per ridurre le disuguaglianze sociali, fa soltanto demagogia.

In Italia, infatti, il grande patrimonio che c’è è già unico al mondo per dimensioni: famiglie e imprese italiane detengono “spontaneamente” 470 miliardi del debito pubblico, di cui 431 in titoli di Stato.

Garantendo così non solo la stabilità del debito, ma anche il finanziamento dello Stato sociale e dei cittadini meno abbienti.

Sono questi, conclude Fortis su Il Messaggero, i numeri veri.

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