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Connettere per crescere: infrastrutture e investimenti. Serve alleanza pubblico – privato. L’aeroporto di Fiumicino esempio da seguire | L’intervento di Renato Loiero, Consigliere per le politiche di bilancio del Presidente del Consiglio dei ministri

Tra le voci di spesa pubblica, gli investimenti in connettività sono quelli con il ritorno più alto in termini di crescita: riducono i tempi, allargano i mercati del lavoro, rendono un territorio raggiungibile per chi investe.

Ma il rendimento c’è solo a una condizione: che l’opera venga completata e poi gestita.

Un’infrastruttura incompiuta è il peggiore degli investimenti, perché assorbe risorse senza produrre servizio.

Per questo, quando parliamo di mobilità, dovremmo misurare non quanto stanziamo, ma quanto tempo risparmiano cittadini e imprese.

Il 31 agosto si è chiusa la fase attuativa del PNRR.

Per cinque anni il Paese ha lavorato con traguardi, scadenze e verifiche esterne; secondo le stime della Commissione europea, il Piano ha aggiunto tra l’1,5 e il 2,5 per cento al PIL reale.

Ora torniamo alle regole ordinarie della governance europea, con il percorso della spesa netta.

Una parte degli interventi prosegue su strumenti nazionali.

La lezione da non disperdere è il metodo: cronoprogrammi credibili, monitoraggio, responsabilità chiare sui risultati.

I fondi del Piano finiscono; la disciplina che ci ha imposto deve restare.

Credo che il PNRR abbia prodotto un cambiamento che va molto oltre la quantità, pur straordinaria, delle risorse messe a disposizione.

Ha modificato il metodo di lavoro della pubblica amministrazione.

Per molti anni siamo stati abituati a una pubblica amministrazione prevalentemente orientata alla correttezza formale del procedimento e alla gestione della spesa.

Il PNRR ha imposto qualcosa di diverso: programmare per obiettivi, rispettare scadenze, misurare risultati, monitorare continuamente l’attuazione.

La logica di milestone e target ha quindi introdotto una cultura della performance e del risultato molto più forte.

E ha obbligato amministrazioni centrali, Regioni, enti locali e soggetti attuatori a lavorare con un livello di coordinamento molto superiore rispetto al passato.

A questo si sono aggiunti digitalizzazione, nuove modalità di reclutamento, rafforzamento delle competenze e semplificazione.

Non a caso la riforma della PA collegata al Piano ha riguardato proprio capitale umano, selezione, competenze, carriere, valutazione e capacità amministrativa.

La vera eredità del PNRR, quindi, non dovrebbe essere soltanto nelle opere realizzate.

Dovrebbe essere una PA che ragiona meno per adempimenti e più per risultati, senza naturalmente rinunciare alle garanzie di legalità e trasparenza.

Una prima cosa che ha funzionato è stata proprio la capacità del PNRR di esercitare una forte pressione verso il cambiamento.

Quando obiettivi, risorse e tempi sono definiti con precisione, anche amministrazioni molto complesse possono accelerare.

Abbiamo sperimentato procedure di reclutamento più rapide e digitalizzate, il Portale unico del reclutamento, il ricorso a professionalità tecniche specialistiche, task force di supporto alle amministrazioni, semplificazioni procedurali e una maggiore attenzione alla formazione.

Sono innovazioni che non dovrebbero essere considerate eccezioni legate al PNRR, ma patrimonio permanente della PA.

Il Piano ha però fatto emergere anche alcuni limiti strutturali.

Innanzitutto, la capacità amministrativa non è uniforme: una grande amministrazione centrale e un piccolo Comune non partono dalle stesse condizioni.

Inoltre, l’accelerazione delle procedure non può dipendere indefinitamente da strutture straordinarie, consulenze o personale a termine.

È quindi necessario passare dalla straordinarietà alla normalità: consolidare le competenze acquisite, semplificare stabilmente i processi, migliorare l’interoperabilità delle banche dati e rafforzare soprattutto le amministrazioni territoriali più fragili.

E c’è un ulteriore passaggio culturale: non basta digitalizzare una procedura complicata.

Bisogna prima semplificarla e, quando possibile, riprogettarla.

La tecnologia deve servire a cambiare l’amministrazione, non semplicemente a trasferire online la burocrazia esistente.

Ora che il Piano è terminato, occorre evitare quello che definirei un “effetto elastico”: una volta venuta meno la pressione straordinaria di milestone, target e scadenze europee, tornare lentamente alle vecchie modalità di funzionamento.

Occorre invece trasformare il metodo PNRR in metodo ordinario.

Questo significa continuare a lavorare per obiettivi misurabili, valutare tempi e risultati delle politiche pubbliche, utilizzare sistematicamente i dati nelle decisioni e investire stabilmente nelle competenze delle persone.

La stessa politica di formazione della PA si sta muovendo verso programmazione, misurazione della performance, innovazione organizzativa e valutazione ex post delle politiche pubbliche.

Ma significa anche affrontare un tema economico molto concreto: gli investimenti realizzati devono essere gestiti e mantenuti.

Un’infrastruttura digitale, un nuovo servizio o una nuova organizzazione producono valore soltanto se, terminate le risorse straordinarie, esistono personale, competenze e risorse ordinarie sufficienti a farli funzionare.

Per questo il dopo-PNRR dovrebbe aprire una seconda fase: non più soltanto capacità di spendere e realizzare investimenti, ma capacità di gestire, valutare e migliorare ciò che abbiamo costruito.

Se riusciremo a fare questo, il risultato più importante del PNRR non sarà soltanto l’ammontare delle risorse investite.

Sarà aver lasciato al Paese una pubblica amministrazione più competente, più digitale, più veloce e soprattutto più orientata alla qualità dei servizi resi a cittadini e imprese.

In questo contesto, Roma e il Lazio mostrano bene che cosa significa connettere per crescere.

Fiumicino ha superato nel 2025 i 51 milioni di passeggeri e Aeroporti di Roma ha avviato un piano da 9 miliardi, in larga parte autofinanziato, per sostenere una domanda che potrebbe arrivare a 100 milioni di passeggeri l’anno.

È un esempio di come il capitale privato, dentro concessioni regolate, possa fare ciò che il bilancio pubblico da solo non potrebbe.

Ma questo capitale arriva solo dove c’è stabilità delle regole.

La certezza regolatoria non costa nulla al bilancio e vale moltissimo per chi investe: è forse la politica infrastrutturale più conveniente che abbiamo.

E un aeroporto di questa dimensione rende davvero al territorio solo se è integrato con il ferro e con il trasporto urbano: l’intermodalità è il punto in cui l’investimento privato e quello pubblico si incontrano.

Sullo stesso territorio convergono risorse statali, contratti di programma, fondi di coesione, bilanci regionali e comunali, capitale privato.

Spesso ciascuna fonte segue la propria logica e i propri tempi.

Propongo un’idea semplice: una lettura consolidata delle risorse per la mobilità di un’area metropolitana, che metta insieme ciò che si spende e ciò che si ottiene.

Non un nuovo fondo, ma un quadro unico di programmazione e di verifica dei risultati.

È così che si evita di finanziare due volte la stessa esigenza, o di lasciarne scoperta una terza.

Nella programmazione pluriennale le rimodulazioni di cassa seguono l’effettivo avanzamento dei cantieri: non sono rinunce all’opera.

Il punto vero è un altro: Roma ha bisogno di un quadro di finanziamento della rete metropolitana stabile e prevedibile, non di stanziamenti a ondate.

Il Governo ha appena aggiornato la stima di crescita per quest’anno all’1 per cento.

È un risultato da consolidare, e la connettività è uno dei moltiplicatori su cui possiamo contare, purché la spesa sia selettiva e misurata nei suoi effetti.

Luigi Einaudi ci ha lasciato una formula che vale anche per le infrastrutture: conoscere per deliberare.

Conoscere i fabbisogni reali, i costi, i tempi e i risultati delle opere è la condizione per decidere bene dove connettere.

Ed è, in fondo, il modo più serio di far crescere un territorio.

Finito il PNRR, I nuovi investimenti saranno finanziati attraverso tre flussi: il bilancio ordinario, dentro il percorso della spesa netta concordato in Europa; i fondi di coesione; il capitale privato attraverso concessioni e partenariato pubblico-privato.

La terza fonte cresce solo se le regole sono stabili e le procedure rapide.

Il nuovo quadro guarda alla spesa netta su un orizzonte pluriennale, e questo premia la programmazione rispetto all’emergenza.

Il disavanzo è previsto sotto il 3 per cento già quest’anno: è la credibilità dei conti che abbassa lo spread, e uno spread più basso libera risorse anche per le infrastrutture.

In merito al “modello Fiumicino” mi limito a ricordare che nei settori con una domanda solida e tariffe regolate, dove la domanda è debole, come in molte reti locali, il pubblico resta indispensabile; il privato può però portare capacità di gestione e progettazione.

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