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Francia: le rivolte mettono a nudo l’impotenza della classe politica | L’analisi del Financial Times

Violenze, divisioni sociali, vincoli di bilancio e una crisi di leadership: secondo il Financial Times, i disordini che hanno sconvolto il Paese sono lo specchio di un governo che ha perso il controllo

Anche per un Paese abituato alle proteste di massa, la violenza esplosa in Francia nel fine settimana ha lasciato il segno.

Circa 2.400 persone arrestate, almeno 3.000 negozi e attività commerciali saccheggiati o danneggiati, edifici municipali presi d’assalto o dati alle fiamme.

Un’ondata di devastazione che, come osserva il Financial Times in un editoriale, ha assunto i contorni di una vera e propria insurrezione.

L’immagine simbolo è quella del municipio ottocentesco di Limoges, incendiato dalla folla: tra le sue rovine fumanti giace, secondo il quotidiano londinese, ciò che resta dell’autorità già fortemente logorata del presidente Emmanuel Macron.

Le responsabilità

Il governo ha puntato il dito contro l’estrema sinistra e gli ambienti criminali, accusati di aver innescato i disordini dopo una giornata di proteste in larga parte pacifiche contro il calo del potere d’acquisto, il degrado dei servizi pubblici e numerose altre rivendicazioni.

Gli anarchici anticapitalisti del cosiddetto black bloc hanno con ogni probabilità avuto un ruolo nelle violenze, così come i “casseurs”, i distruttori di professione, e i saccheggiatori occasionali in cerca di bottino o di emozioni forti.

Tutti, scrive il Financial Times, portano la responsabilità di un caos tanto distruttivo quanto insensato.

Ma il governo, secondo il giornale, deve assumersi una parte significativa della colpa per un clamoroso fallimento sul piano dell’ordine pubblico e dell’intelligence.

Le autorità hanno gravemente sottovalutato la portata delle manifestazioni di sabato e la presenza di agitatori.

Le forze di polizia schierate erano insufficienti e in alcuni casi male equipaggiate.

Anche la gestione approssimativa dei disordini è finita sotto accusa: durante le settimane di mobilitazione degli studenti delle scuole superiori, gli agenti avevano talvolta usato metodi brutali; questa volta, invece, si sono trovati in netta inferiorità.

Lunedì Macron ha respinto le dimissioni del ministro dell’Interno Laurent Nuñez.

Un tempo, nota con amarezza il Financial Times, i ministri cadevano per molto meno.

Un governo senza controllo

Questa orgia di violenza nelle strade restituisce l’immagine di un esecutivo che ha perso il controllo della situazione.

Erode la fiducia dei cittadini nelle istituzioni, mina quella delle imprese e macchia la reputazione internazionale della Francia.

Il primo ministro Sébastien Lecornu, privo di una maggioranza parlamentare, e il presidente, privo del sostegno popolare, non possono realisticamente fare molto negli ultimi mesi di mandato prima delle elezioni della prossima primavera.

Ma devono almeno, sottolinea il quotidiano, garantire la sicurezza del Paese.

Lecornu ha chiesto lunedì l’introduzione di coprifuoco locali per prevenire nuovi disordini e non ha escluso la dichiarazione dello stato di emergenza.

Le casse vuote

Uno dei motivi per cui il governo fatica a disinnescare le proteste studentesche, che ora rischiano di trasformarsi in qualcosa di più ampio, è la mancanza di risorse da mettere sul tavolo.

Per placare la protesta dei Gilet gialli tra il 2018 e il 2019, Macron riuscì a trovare circa 11 miliardi di euro in concessioni.

Oggi, ricorda il Financial Times, le casse sono davvero vuote.

Qualsiasi tentativo dell’esecutivo di uscire dalla crisi a colpi di spesa rischierebbe di ritorcersi contro, provocando una nuova ondata di vendite sul debito francese e un ulteriore aumento dei costi di finanziamento.

La partita presidenziale

A sei mesi dalle elezioni presidenziali, le proteste e gli scontri delle ultime settimane hanno rafforzato le estreme del panorama politico francese, indebolendo il centro.

Per la leader dell’estrema destra Marine Le Pen, la sensazione di un governo che ha perso il controllo è un regalo.

Il suo partito ha attribuito le violenze all’immigrazione, tradendo, secondo il Financial Times, i suoi istinti peggiori.

Eppure è difficile contestare la sua descrizione di una presidenza “senza più slancio, esausta e disorientata”.

Il leader della sinistra radicale Jean-Luc Mélenchon, dal canto suo, ha incoraggiato le proteste e le ha sfruttate per rafforzare la propria immagine di candidato antisistema, anche se le violenze del fine settimana potrebbero frenare la sua recente crescita nei sondaggi.

Édouard Philippe, il principale candidato centrista, paga invece la vicinanza a un governo debole e fatica a definire una nuova direzione convincente.

In definitiva, conclude il Financial Times, il diffuso malcontento e il clima da polveriera hanno messo a nudo la profondità dei problemi sociali della Francia.

Purtroppo, nessuno dei candidati sembra sapere davvero cosa fare per risolverli.

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