Dietro le vetrine infrante e le razzie nei negozi del centro di Milano non c’è soltanto teppismo.
C’è un deserto di valori che riguarda l’intera società.
È la tesi dell’editoriale di Massimo Calvi pubblicato su Avvenire, che invita a guardare oltre la sola risposta repressiva.
Le cause, molte e intrecciate
Gli atti di teppismo giovanile, osserva Calvi su Avvenire, non hanno mai una causa sola: possono nascere da un contesto familiare difficile, da un disagio personale, dal degrado del luogo in cui si vive, dalla mancanza di opportunità educative o dall’influenza del gruppo.
Psicologi, sociologi, criminologi ed educatori offrono molte spiegazioni, senza per questo voler giustificare violenza e devastazioni.
Ma ciò che accomuna gli episodi visti soprattutto a Milano, secondo l’editorialista, è forse un bisogno di farsi vedere, un modo per dire: “Guardatemi, esisto anche io”.
Il fatto che questa “ricerca di visibilità” passi attraverso azioni violente e inaccettabili, spesso compiute da minorenni, dovrebbe far riflettere.
La repressione è una soluzione possibile, e viene istintivamente da invocarla durissima.
Ma ristabilire la quiete, avverte Avvenire, non eliminerà il problema di fondo: più il bisogno di visibilità è disperato e nasce da un vuoto di valori, più è probabile che troverà altre strade per emergere.
La grammatica della guerra
Calvi allarga lo sguardo al contesto internazionale.
In una stagione segnata dai conflitti, chi è refrattario alla grammatica della pace dovrebbe comprendere un meccanismo quasi fisico: se il codice di fondo è quello dell’odio e della violenza, il messaggio si propaga.
Se si può invadere una nazione, sterminare una popolazione, attaccare giovani in festa e bombardare palazzi, si chiede provocatoriamente l’editoriale, perché non si dovrebbe poter “occupare” un negozio e portarsi a casa scarpe che valgono pochi euro di produzione ma ne costano duecento?
Per l’autore c’è una buona dose di ipocrisia nell’accettare l’assuefazione alla logica della guerra, nell’esaltare l’idea che a prevalere debba essere il più forte, chi urla, insulta e “picchia” di più, e poi invocare il pugno di ferro contro i ragazzini che spaccano le vetrine.
Una violenza quotidiana, non solo nel weekend
Questo non significa sminuire il fenomeno.
I teppisti, scrive Calvi, sono semplicemente teppisti: periferie e hinterland conoscono bene giovani che delinquono, scippano, spacciano, generano risse e terrorizzano le persone.
È vita quotidiana.
E fanno paura perché sono abbastanza “evoluti” da raggirare gli anziani fingendosi carabinieri, sfuggendo al controllo delle forze dell’ordine e delle istituzioni educative.
Vederli agire in gruppo nel salotto del centro di Milano restituisce l’immagine di un esercito informale, organizzato per bande, gang senza padri, manovrato da chissà chi attraverso i social network.
Sneakers e vetrine di lusso
Il vuoto di valori, osserva Avvenire, non spinge ad assaltare i forni del pane, ma i negozi di sneakers più ambite e le vetrine dei grandi marchi globali.
Non è un caso che le manifestazioni più estreme si siano viste proprio a Milano, non dove la povertà colpisce storicamente di più.
Col tempo, il racconto pubblico ha allontanato il capoluogo lombardo dall’immagine della città “col cuore in mano”, capace di accogliere e di premiare il lavoro, trasformandola in una capitale del mondo benestante, dove si entra solo se si è ricchi e si è accettati se si hanno molti soldi, a prescindere dal valore o dai valori che si esprimono.
Non bastano più i “danè”, sintesi di una conquista sociale ottenuta con sacrificio e impegno: serve il “cash”, lo stesso elemento cantato dai trapper di riferimento nella sottocultura delle periferie.
Vista dall’hinterland, Milano appare come una fortezza, una città-simbolo in cui le opportunità sono confinate in un’area sempre più ristretta e inaccessibile di privilegio.
E i soldi, unica chiave capace di aprire tutte le porte, possono arrivare dai grattacieli o dai pandori, dall’evasione o dai capitali stranieri esentasse: “non puzzano mai”, mentre lavoro e impegno sembrano pagare sempre meno.
Un tema nazionale
Non è però un problema solo milanese.
Per Calvi è una questione sociale ed educativa che riguarda una cittadinanza precisa: dove la disuguaglianza raggiunge i livelli più alti, la percezione della “roccaforte” si fa più netta, come ha scritto Stefano Arduini su Vita.it parlando di “protesta conformista”.
E mentre l’area dell’esclusione si allarga, aumentano le contiguità pericolose.
Se il vuoto è diffuso, sostiene Avvenire, andrebbe riempito parlando ai giovani di fatica, sacrificio, impegno, studio, lavoro onesto, rispetto delle regole, strade in salita da percorrere insieme, famiglia, crescita dei figli, solidarietà verso il prossimo, buona integrazione e pace.
Il problema è che chi ci prova resta spaesato, sperimenta una strana forma di emarginazione e fatica a mostrare orizzonti di speranza che pure esisterebbero.
La comunità circostante ha eletto la violenza a linguaggio comune ed esalta l’apparenza, il consumo, il denaro, il successo senza etica.
Fermarli, ma non solo
La conclusione dell’editoriale è netta: il vuoto di valori c’è, ma purtroppo non è un’esclusiva dei “maranza”.
Teppisti e vandali vanno fermati, arginati nella violenza che segna ogni giorno le loro vite, non solo nei fine settimana quando arrivano in centro.
Ma farlo soltanto perché disturbano la quiete, senza saper offrire autentiche alternative di senso, sarebbe, nelle parole di Calvi, come imporre a forza un trattamento estetico a un corpo che rischia la decomposizione.
Per saperne di più:

Oltre la sfiducia organizzata: la democrazia alla prova delle urne tra elezioni delegittimate e radi...

Croce e i giovani: la lezione dimenticata del filosofo sul dovere di maturare contro la retorica gio...

Lo spread, il convitato di pietra della legge di Bilancio: rischi per i conti italiani tra la crisi ...

Sicurezza: l’ossessione per l’ordine alimenta il disagio, la paura diventa consenso e mancano rispos...

L’Italia deve imparare a prendersi cura delle famiglie | L’analisi di Ramiro Baldacci







