Benedetto Croce amava ripetere che l’unica cosa che i giovani devono fare è invecchiare.
Un paradosso, per molti una semplice battuta.
Ma, come ricorda Corrado Ocone su Libero, il filosofo napoletano non intendeva affatto combattere i giovani in quanto tali: il suo bersaglio era la retorica giovanilista, quella che li innalzava su un piedistallo e ne faceva un modello per la loro energia, la forza vitale, la spregiudicatezza e la capacità di innovare.
Ma era davvero così?
Secondo Croce, dietro quella presunta forza si nascondevano spesso velleitarismo, demagogia, confusione mentale e morale.
La vera forza e la vera creatività appartenevano piuttosto all’uomo maturo: quello capace di discernere e di agire di conseguenza, di opporre alle passioni forti la calma e una visione equilibrata delle cose del mondo.
Contro chi giustifica tutto
Le critiche di Croce, sottolinea Ocone su Libero, erano rivolte innanzitutto a quanti erano sempre pronti a giustificare i giovani e a evitare loro l’impatto con le difficoltà della vita, le sole che fanno crescere e diventare maturi.
Chi non li considera responsabili delle proprie azioni, anche delle più ingiustificate, non li aiuta.
Ma i suoi strali colpivano anche i giovani stessi, tentati talvolta di cercare scorciatoie per affermarsi senza impegnarsi e senza lavorare.
“Mi ascolti, lavori!”: era questa la raccomandazione, dal tono paternalistico, che il filosofo rivolgeva ai molti ragazzi che gli scrivevano per lettera.
Con queste idee Croce andava controcorrente rispetto al suo tempo, che esaltava le avanguardie, la guerra rigeneratrice, la violenza rivoluzionaria – basti pensare a Sorel – e la novità a tutti i costi.
Un unico filo rosso
Come ricostruisce l’articolo di Libero, un unico filo rosso collega le accuse di irrazionalismo che Croce muoveva ai giovani letterati delle riviste del primo Novecento, ai Papini e ai Prezzolini, ai futuristi, fino agli allievi della “scuola romana” di filosofia fondata da Giovanni Gentile, che a suo dire ripetevano come “pappagalli”, senza rifletterci, le idee del maestro.
È però con l’avvento del fascismo e con il mito della “giovinezza” celebrato da Mussolini e dai suoi che la critica crociana assume un rilievo direttamente politico.
Il culto del giovane
Non è un caso, osserva Ocone, che i totalitarismi abbiano coltivato questo culto.
Il giovane, non ancora formato nella tempra e nel carattere morale, è facilmente plasmabile, può essere indottrinato e diventare così il prototipo dell’“uomo nuovo” che si vuole costruire.
Se i fascisti, in un loro celebre inno, esaltavano la giovinezza come “primavera di bellezza”, Croce ricordava che gli anni giovanili non sono affatto i più lieti: sono anzi pieni di infelicità e di dolori, che a quell’età non si ha nemmeno la capacità di metabolizzare e di guardare con distacco, come sa fare soltanto l’uomo maturo.
Per questo il filosofo rimase fermo anche quando, caduto il fascismo, si tentò di proseguire con politiche a favore dei giovani che egli considerava uno dei peggiori lasciti del regime.
“L’unico diritto dei giovani, e dovere assieme – annotava nel 1944 in una pagina del suo diario – è, semplicemente, di cessare di essere giovani, di passare da adolescenti ad adulti; e a questo passaggio, a questa ascesa, bisogna esortarli, a questa prepararli, in questo aiutarli, e non già darsi ad accrescere l’èmpito, l’irriflessione e la baldanza loro, che sono certamente difetti naturali e perdonabili a quell’età, ma per ciò stesso non debbono essere artificialmente coltivati se il compito di quell’età consiste invece, unicamente, nell’andarli superando”.
Contro i cattivi maestri
Ai giovani tentati dai “cattivi maestri”, Croce cercò allora di offrire il buon esempio in prima persona, fondando una scuola di alta formazione culturale in un’ala della sua abitazione: l’Istituto Italiano per gli Studi Storici.
Parlando con i borsisti ammessi ai corsi, fu molto chiaro: “Si suol discorrere oggi, tra i tanti altri e gravi problemi che ci premono, del “problema dei giovani”. Orbene, mi permetterete di dirvi che questo problema non esiste, perché la giovinezza è un fatto e non è un problema”.
E ancora: “I giovani non possono avere altro fine che di maturarsi a uomini, di preparare il loro avvenire di uomini”.
Una lezione, conclude Libero, rimasta in larga parte ignorata.
Proprio come oggi.
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