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L’Italia deve imparare a prendersi cura delle famiglie | L’analisi di Ramiro Baldacci

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Due notizie, una sola grande questione: il futuro delle famiglie italiane

Ci sono due notizie, apparentemente distanti tra loro, che in questi giorni raccontano molto più di quanto sembri sul futuro dell’Italia.

La prima arriva dalla Banca d’Italia, dove un accordo sui congedi parentali introduce condizioni più favorevoli per i dipendenti che diventano genitori. La seconda arriva da Save the Children, che, commentando gli ultimi dati Istat, ricorda come nel nostro Paese un minore su otto viva ancora in povertà assoluta.

Da una parte, un’istituzione che investe sulla possibilità di conciliare lavoro e famiglia. Dall’altra, oltre un milione di bambini e adolescenti che crescono in nuclei familiari incapaci di sostenere pienamente le spese essenziali.

Sembrano due realtà diverse. Invece, a mio avviso, raccontano la stessa questione: non possiamo affrontare il declino demografico senza occuparci delle condizioni nelle quali le famiglie italiane decidono di avere figli e, soprattutto, riescono a crescerli.

Da anni discutiamo della diminuzione delle nascite, dell’invecchiamento della popolazione e delle conseguenze che questi fenomeni avranno sull’economia, sul welfare e sui territori.

Ma forse dovremmo porci con maggiore insistenza una domanda: che cosa stiamo facendo perché diventare genitori non rappresenti un rischio economico e professionale? E che cosa facciamo per garantire ai bambini che già vivono nel nostro Paese opportunità adeguate di crescita?

Bankitalia, un accordo che riconosce il valore del tempo dedicato ai figli

L’accordo raggiunto dalla Banca d’Italia, guidata dal Governatore Fabio Panetta, con le rappresentanze sindacali introduce un sistema di congedi parentali particolarmente favorevole.

La novità principale riguarda il riconoscimento di 90 giorni di congedo parentale retribuiti al 100% per ciascun genitore, utilizzabili fino al quattordicesimo anno di età dei figli.

Sono previste anche ulteriori misure per assistere i bambini in caso di malattia e una maggiore flessibilità nell’utilizzo dei congedi.

È importante chiarire che la possibilità di usufruire del congedo parentale fino ai quattordici anni è già prevista dalla normativa nazionale per i lavoratori dipendenti, a seguito delle modifiche introdotte nel 2026.

Il valore aggiunto dell’accordo Bankitalia riguarda soprattutto il trattamento economico integrale, che consente ai genitori di dedicare tempo ai figli senza subire, nei periodi previsti, una riduzione dello stipendio.

È una scelta che merita attenzione perché riconosce un principio spesso trascurato: il tempo dedicato alla cura dei figli non dovrebbe trasformarsi automaticamente in una penalizzazione economica.

La nascita di un bambino non cambia soltanto la vita privata di una coppia. Cambia l’organizzazione del lavoro, i bisogni della famiglia, le responsabilità quotidiane e le prospettive professionali.

Per questo considero l’accordo un esempio interessante di come la contrattazione possa contribuire a costruire condizioni più favorevoli alla genitorialità.

Save the Children: 1,14 milioni di bambini in povertà assoluta

Mentre Bankitalia rafforza le tutele per i propri dipendenti, i dati diffusi da Save the Children il 15 ottobre 2026, sulla base delle rilevazioni Istat relative al 2025, restituiscono un quadro che non possiamo ignorare.

In Italia 1,14 milioni di bambini e adolescenti vivono in condizioni di povertà assoluta, pari al 12,5% della popolazione minorenne.

È un dato che registra un miglioramento rispetto al 2024, quando i minori in povertà assoluta erano circa 1,28 milioni.

La diminuzione è un segnale positivo, che sarebbe sbagliato ignorare. Ma resta una realtà drammatica: un bambino su otto cresce in una famiglia che non dispone delle risorse necessarie per sostenere un paniere di beni e servizi considerati essenziali.

Le differenze territoriali sono significative.

Nel Mezzogiorno, la povertà assoluta riguarda il 15,2% dei minori, mentre nel Centro Italia l’incidenza scende al 10,7%.

L’11,2% delle famiglie con figli minorenni vive in povertà assoluta. La percentuale sale al 17,7% nelle famiglie con almeno tre figli minori.

Ancora più marcata è la differenza tra famiglie composte esclusivamente da cittadini stranieri, nelle quali l’incidenza raggiunge il 31,4%, e famiglie composte soltanto da cittadini italiani, dove si attesta al 7,8%.

Sono numeri che mostrano come le condizioni economiche e familiari continuino a incidere profondamente sulle opportunità dei bambini.

E ci ricordano che la questione demografica non riguarda soltanto quanti figli nascono, ma anche come vivono i figli che già abbiamo.

La povertà dei bambini è anche una questione demografica

Quando parliamo di natalità, siamo abituati a concentrarci soprattutto sulle decisioni delle coppie: avere o non avere figli, quando averli, quanti desiderarne.

Ma esiste un’altra dimensione, che troppo spesso rimane ai margini del dibattito.

Una società che vede crescere una parte significativa dei propri bambini in condizioni di povertà non affronta soltanto un problema di giustizia sociale. Si confronta anche con una difficoltà strutturale nel valorizzare le generazioni sulle quali dovrà costruire il proprio futuro.

La povertà minorile può incidere sull’accesso all’istruzione, sulle opportunità formative, sulla salute, sulla partecipazione ad attività sportive e culturali e, nel lungo periodo, sulle prospettive professionali.

Non significa che ogni bambino cresciuto in una famiglia povera sia destinato a rimanere povero. Significa però che le condizioni di partenza possono rendere molto più difficile sviluppare pienamente le proprie capacità.

Save the Children richiama proprio il rischio che le disuguaglianze si trasmettano da una generazione all’altra, ostacolando la mobilità sociale.

Ecco perché ritengo necessario inserire stabilmente il contrasto alla povertà minorile nelle politiche demografiche.

Non possiamo chiedere al Paese di guardare con fiducia alla nascita di nuove generazioni se non garantiamo opportunità adeguate a quelle che stanno già crescendo.

Il lavoro deve sostenere la famiglia, non diventare un ostacolo

Il collegamento tra le due notizie diventa ancora più evidente quando osserviamo il rapporto tra occupazione, reddito e genitorialità.

Da una parte, l’accordo Bankitalia interviene sul tempo disponibile per la cura e sulla continuità del reddito durante i congedi.

Dall’altra, Save the Children richiama la necessità di rafforzare il sostegno economico alle famiglie con figli e di promuovere l’occupazione femminile.

Sono due facce della stessa questione.

Per molte famiglie, la difficoltà non consiste soltanto nel trovare un lavoro. Consiste nel riuscire a mantenerlo e a conciliarlo con le responsabilità familiari, senza dover rinunciare a una parte significativa del reddito.

Il problema riguarda in modo particolare le donne, sulle quali continua a ricadere una quota rilevante del lavoro di cura.

Ma riguarda anche i padri, che devono essere messi nelle condizioni di partecipare pienamente alla crescita dei figli.

Da questo punto di vista, la possibilità di riconoscere congedi adeguatamente retribuiti a entrambi i genitori rappresenta un passaggio importante.

Perché sostenere la natalità significa anche distribuire meglio il tempo della cura, rendendo la genitorialità una responsabilità condivisa.

Famiglie numerose, perché il rischio di povertà aumenta con i figli

Tra i dati di Save the Children ce n’è uno sul quale vorrei soffermarmi.

Nelle famiglie con tre o più figli minorenni, l’incidenza della povertà assoluta raggiunge il 17,7%.

È un dato particolarmente significativo per chi si occupa di natalità.

Non significa che avere più figli determini automaticamente una condizione di povertà. Ma indica che le famiglie numerose incontrano più frequentemente difficoltà economiche, anche perché devono sostenere spese maggiori per alimentazione, abitazione, trasporti, istruzione e cura.

Se vogliamo costruire una società nella quale le persone possano realizzare liberamente il proprio desiderio di famiglia, dobbiamo affrontare anche questa dimensione.

Il sostegno economico non può essere concentrato esclusivamente sul momento della nascita.

Occorre accompagnare le famiglie durante l’intero percorso di crescita dei figli, tenendo conto delle diverse condizioni economiche e della composizione del nucleo familiare.

Altrimenti rischiamo di sostenere la scelta iniziale senza garantire le condizioni per affrontarne le conseguenze negli anni successivi.

Non soltanto reddito: la povertà educativa limita le opportunità

Save the Children richiama un altro aspetto decisivo: le conseguenze della povertà sulle opportunità educative.

Quando le spese per la casa, l’energia, i trasporti e l’alimentazione assorbono una parte crescente del reddito familiare, le prime rinunce possono riguardare proprio ciò che contribuisce alla crescita dei bambini.

Lo sport, i libri, le attività culturali, le esperienze formative e le occasioni di socialità rischiano di diventare possibilità riservate a chi può permettersele.

È il terreno sul quale la povertà economica può trasformarsi anche in povertà educativa.

Secondo Save the Children, poco più di sei bambini su dieci beneficiano della mensa scolastica.

L’organizzazione propone di garantire il servizio a tutti gli alunni della scuola primaria, prevedendone la gratuità per chi vive in condizioni di povertà.

Chiede inoltre maggiori investimenti nei servizi educativi per la prima infanzia e la realizzazione di spazi socioeducativi pubblici, accessibili e sicuri, soprattutto nei territori più fragili.

Sono proposte che meritano attenzione perché riguardano la possibilità di offrire ai bambini opportunità concrete, indipendentemente dalle condizioni economiche della famiglia di origine.

E riguardano anche l’organizzazione quotidiana delle famiglie, che possono beneficiare di servizi educativi più accessibili e continuativi.

Dalle grandi istituzioni alle piccole imprese: come estendere le buone pratiche

L’esperienza della Banca d’Italia dimostra che, attraverso la contrattazione, è possibile introdurre condizioni più favorevoli alla genitorialità.

Ma dobbiamo evitare un equivoco.

Non tutte le realtà produttive italiane dispongono delle stesse risorse economiche e organizzative.

Una grande istituzione pubblica non può essere paragonata automaticamente a una piccola impresa, a un’attività commerciale o a un lavoratore autonomo.

Per questo non sarebbe realistico immaginare che ogni datore di lavoro possa sostenere autonomamente le stesse misure.

La sfida è piuttosto individuare come trasformare una buona pratica in un modello progressivamente accessibile a una platea più ampia di lavoratori.

Servono strumenti pubblici, incentivi, contrattazione collettiva, welfare aziendale e soluzioni organizzative capaci di adattarsi alle caratteristiche dei diversi settori.

Ma serve soprattutto un principio condiviso: la possibilità di diventare genitori non dovrebbe dipendere in misura così determinante dal contratto di lavoro, dalla dimensione dell’impresa o dal territorio nel quale si vive.

Lo stesso vale per i servizi educativi e per il sostegno alle famiglie economicamente più fragili.

Una politica nazionale per la natalità dovrebbe puntare a ridurre queste differenze, non ad ampliarle.

Dalla nascita all’adolescenza: una politica familiare che accompagni davvero

Le due notizie suggeriscono anche una riflessione sulla durata delle politiche familiari.

Troppo spesso gli interventi pubblici si concentrano sulla nascita o sui primi anni di vita del bambino.

Eppure le responsabilità dei genitori non terminano con il congedo di maternità o con l’ingresso all’asilo nido.

Continuano durante la scuola primaria, l’adolescenza e il percorso di crescita.

La scelta di Bankitalia di valorizzare congedi utilizzabili lungo un arco temporale ampio riconosce questa continuità.

Le richieste di Save the Children, dal potenziamento dei servizi educativi alla mensa scolastica e agli spazi di aggregazione, vanno nella stessa direzione.

La famiglia ha bisogno di essere accompagnata nel tempo, non soltanto sostenuta attraverso misure occasionali.

È una prospettiva che dovrebbe guidare anche la discussione sulla Legge di Bilancio 2027.

Le politiche per la natalità, per il contrasto alla povertà minorile e per la conciliazione tra lavoro e famiglia non dovrebbero procedere come compartimenti separati.

Dovrebbero essere considerate parti di una strategia comune.

Dal mio viaggio nell’Italia che scompare emerge una domanda: quale futuro offriamo ai bambini?

Nel mio libro Viaggio nell’Italia che scompare ho raccontato il declino demografico attraverso territori nei quali la diminuzione della popolazione sta già trasformando scuole, comunità, servizi e prospettive economiche.

Da quel percorso ho maturato una convinzione: la denatalità non è soltanto una questione di numeri, ma di fiducia nel futuro.

Una coppia che rinvia la scelta di avere un figlio perché teme di perdere stabilità economica ci racconta una difficoltà del nostro modello sociale.

Una famiglia che non riesce a garantire ai propri bambini opportunità educative adeguate ci racconta un’altra difficoltà, altrettanto importante.

Sono problemi diversi, che richiedono risposte specifiche. Ma hanno una radice comune: la necessità di costruire condizioni nelle quali le persone possano progettare il proprio futuro con maggiore sicurezza.

Non dobbiamo convincere gli italiani a fare figli.

Dobbiamo permettere a chi desidera diventare genitore di realizzare quel progetto senza dover affrontare ostacoli sproporzionati.

E dobbiamo garantire a chi è già nato le opportunità necessarie per crescere, studiare e costruire la propria strada.

Perché un Paese non può preoccuparsi soltanto di quanti bambini nasceranno domani, dimenticandosi delle condizioni nelle quali vivono quelli di oggi.

Una proposta: un patto nazionale per la natalità e l’infanzia

Le esperienze di Bankitalia e i dati richiamati da Save the Children indicano, a mio avviso, la necessità di un salto di qualità.

L’Italia ha bisogno di un patto nazionale per la natalità e l’infanzia, capace di mettere attorno allo stesso tavolo istituzioni, imprese, organizzazioni sindacali, enti locali e realtà del Terzo settore.

Un patto che affronti contemporaneamente la sicurezza economica delle famiglie, la conciliazione tra lavoro e cura, la partecipazione dei padri, l’occupazione femminile, i servizi educativi e il contrasto alla povertà minorile.

Non si tratta di immaginare una misura risolutiva.

Nessun congedo parentale, nessun incentivo economico e nessun servizio, considerato isolatamente, può invertire una trasformazione demografica maturata nel corso di decenni.

Ma interventi coerenti, continuativi e accessibili possono contribuire a ridurre gli ostacoli che oggi rendono più difficile crescere una famiglia.

La vera sfida è passare da una successione di provvedimenti a una strategia riconoscibile, capace di accompagnare le persone nelle diverse fasi della vita.

La natalità comincia dalla dignità delle famiglie e dai diritti dei bambini

La Banca d’Italia ci mostra che è possibile organizzare il lavoro riconoscendo maggiore valore al tempo della genitorialità.

Save the Children ci ricorda che, nonostante alcuni miglioramenti, 1,14 milioni di minori vivono ancora in povertà assoluta.

Sono due notizie che non dovrebbero essere lette separatamente.

La prima parla delle condizioni che possono aiutare una famiglia a crescere. La seconda delle difficoltà che molte famiglie incontrano nel garantire ai propri figli ciò di cui hanno bisogno.

Insieme, ci ricordano che la politica demografica non può essere ridotta al solo obiettivo di aumentare le nascite.

Deve occuparsi anche della qualità della vita, della sicurezza economica, della libertà di progettare una famiglia e delle opportunità offerte alle nuove generazioni.

Non basta chiedersi quanti bambini nasceranno in Italia. Dobbiamo chiederci quale Italia troveranno i bambini che nasceranno.

È da questa domanda che dovrebbe ripartire una vera politica nazionale per la natalità.

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