Dietro i violenti disordini che hanno scosso Milano e Torino ci sarebbero le impronte della guerra ibrida.
È la tesi sostenuta da Maurizio Molinari in un’analisi pubblicata su La Stampa, che legge gli scontri di piazza come un tassello di una strategia più ampia, mirata a destabilizzare le democrazie occidentali dall’interno.
Le origini: la dottrina Gerasimov
Secondo quanto ricostruito da Molinari su La Stampa, questa forma di conflitto prende corpo nel 2013, quando il capo di Stato Maggiore russo Valery Gerasimov illustra a Vladimir Putin la sua visione: l’unico modo per prevalere sull’Occidente è farlo implodere, sfruttando contro di esso il suo punto di forza più grande, la libertà di opinione.
Nasce così la strategia del “generare scompiglio” attraverso il web, alimentando ogni frattura interna alle società democratiche.
Da allora, ricorda l’editorialista, la guerra ibrida condotta da quelli che la Nato definisce “attori russi” ha agito come moltiplicatore di conflitti già esistenti: nel Regno Unito avrebbe contribuito alla vittoria della Brexit nel 2016, in Francia avrebbe tentato di ostacolare l’elezione di Emmanuel Macron, in Spagna avrebbe sostenuto la spinta indipendentista catalana, in Germania avrebbe accompagnato la crescita dell’estrema destra, mentre in Albania starebbe cercando di far cadere un governo filo-europeo e filo-atlantico.
Gli strumenti: bot, troll e intelligenza artificiale
Le armi di questa offensiva sono digitali.
Bot, troll, fake news e intelligenza artificiale trasformano i social network in catapulte dell’odio, scrive Molinari su La Stampa, cavalcando qualsiasi argomento, personaggio o fazione capace di polarizzare e generare intolleranza.
L’obiettivo è approfondire le ferite reali delle società democratiche: disuguaglianze, povertà, disoccupazione, degrado, razzismo, antisemitismo, ostilità verso migranti e musulmani, rifiuto dei vaccini.
Non conta il contenuto, ma il metodo: annientare il rispetto per il prossimo, che è l’anima della democrazia, e alimentare il disprezzo per le regole della convivenza.
A dieci anni dalla Brexit, osserva l’analisi, la guerra ibrida si è evoluta in un “conflitto cognitivo“, che ha come posta in gioco ciò che accade nella mente degli individui.
Inchieste e rapporti dell’Unione europea, del Parlamento europeo e della Nato indicano i Paesi da cui partono queste campagne di disinformazione: non solo la Russia, ma anche Cina, Iran, Corea del Nord e Bielorussia.
Sono i territori delle autocrazie, sottolinea Molinari, la fonte delle ondate di “veleno digitale” che, grazie al web e ai social, generano intolleranza nelle democrazie avanzate, sfruttando con abilità problemi veri, ferite aperte e conflitti profondi.
Il caso italiano: le tessere del mosaico
Per capire perché i disordini italiani porterebbero il segno di questa nuova tipologia di conflitto, l’editorialista de La Stampa invita a mettere insieme i fatti come tessere di un mosaico.
Al Tribunale di Milano, molti avvocati degli adolescenti arrestati ripetono la stessa frase: “Il mio cliente ha ricevuto un messaggio sui social che lo invitava a saccheggiare un negozio ed è uscito di casa”.
Chi ha inviato quei messaggi?
In rete è poi comparso un articolato “Manifesto del 17 ottobre” che legittima a posteriori la guerriglia urbana: difficile, osserva Molinari, che possa essere stato scritto da ragazzini.
Dopo gli scontri, decine di scuole hanno ricevuto quasi contemporaneamente messaggi WhatsApp ed e-mail identici che annunciavano violenze e stupri, seminando il terrore tra i minori.
Chi può aver orchestrato un’offensiva cyber così sofisticata?
E ancora: nel giorno della guerriglia gli attacchi più violenti sono scattati all’improvviso in più punti di Milano e Torino, usando i cortei studenteschi come diversivo per distrarre le forze dell’ordine.
È plausibile, si chiede l’analisi, che ragazzi di 14, 15 e 16 anni, italiani o immigrati che siano, abbiano organizzato tutto da soli e spontaneamente?
Minorenni e divise nere
I minorenni, argomenta Molinari, sono un’arma perfetta per mettere in difficoltà le forze di sicurezza, i cui agenti sono formati per tutelarli e non per considerarli nemici.
Anche l’abbigliamento dei “baby-saccheggiatori”, tuta nera con cappuccio, sarebbe frutto del tam-tam digitale: da un lato riflette la moda delle nuove generazioni, dall’altro rende i violenti anonimi e irriconoscibili, amplificando la paura nella popolazione, complicando il lavoro delle forze dell’ordine e portando lo scompiglio fin dentro le famiglie.
Le reazioni del governo
È in questo quadro, secondo La Stampa, che vanno lette le parole del ministro della Difesa Guido Crosetto, che parla apertamente di “guerra ibrida” contro l’Occidente, e quelle del sottosegretario all’Editoria Alberto Barachini, che ha denunciato la “carenza di collaborazione” di TikTok, il social network gestito dalla Cina con una tecnologia impenetrabile per chiunque in Occidente.
L’antidoto: la consapevolezza dei cittadini
Saranno le indagini della magistratura, riconosce Molinari, a dover chiarire il legame tra i disordini, le responsabilità individuali e le eventuali ingerenze di attori esterni.
Ma ignorare le impronte della guerra ibrida sarebbe, a suo giudizio, l’errore più grave.
Discutere apertamente della pericolosità di questa nuova forma di conflitto può invece aiutare a costruire l’antidoto: la consapevolezza dei singoli cittadini, di qualsiasi età, orientamento politico, fede, origine ed estrazione sociale.
La forza più grande delle democrazie, conclude l’analisi pubblicata su La Stampa, resta la volontà dei cittadini di difenderle: se ciascuno comprenderà il pericolo dell’odio generato dai social, della polarizzazione del pensiero e del veleno delle fake news, saranno proprio le scelte libere e indipendenti dei cittadini a respingere l’offensiva dello scompiglio che minaccia tutti.
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