Da Parigi a Nuova Delhi, da Tirana a Buenos Aires, da Giacarta a Lisbona: le piazze del mondo hanno un’età media sempre più bassa.
Liceali di quindici anni, universitari fuori sede, giovani precari e figli delle periferie scendono in strada con rivendicazioni diverse ma con un linguaggio comune, fatto di meme, dirette su TikTok, server Discord e un sentimento condiviso: le istituzioni che avrebbero dovuto garantire loro un futuro hanno smesso di farlo.
Secondo il Global Protest Tracker del Carnegie Endowment for International Peace, citato dall’AGI, la mobilitazione antigovernativa nell’ultimo anno ha toccato più di 57 Paesi.
L’organizzazione CIVICUS, ripresa da The Business Standard, ne conta 15 con proteste riconducibili esplicitamente alla Generazione Z, cioè ai nati tra il 1997 e il 2012.
E i dati ACLED riportati dallo stesso giornale bengalese parlano di oltre 148.000 manifestazioni in 197 Paesi e territori nel solo 2025, terzo aumento annuale consecutivo.
Ma dietro l’etichetta unica di “rivoluzione Gen Z” si nascondono storie molto diverse.
Come ha osservato Dazed, non tutte queste proteste sono guidate dai giovani e le cause spaziano dalle classi sovraffollate agli affitti impossibili, dalla corruzione ai timori per la tenuta della democrazia.
Vale quindi la pena guardarle una per una.
EUROPA: LA SCUOLA, LA CASA, IL CAROVITA
Francia.
È l’epicentro europeo.
Tutto è cominciato nella seconda metà di settembre in un liceo di Créteil, nella banlieue parigina, dove gli studenti si sono uniti ai docenti in sciopero per la carenza di personale e gli edifici fatiscenti: classi da 35 alunni e più, soffitti che perdono acqua, aule che non reggono le ondate di calore.
Secondo The Business Standard, già al primo ottobre il ministero dell’Interno contava 1.027 licei coinvolti su circa 3.700.
Il 6 ottobre, riferisce l’AFP, in piazza c’erano 256.000 persone secondo il governo e 450.000 secondo i sindacati.
Il 17 ottobre la protesta ha cambiato natura: come racconta El País, ripreso da Internazionale, ai liceali si sono uniti i gilet gialli, i sindacati, gli agricoltori, i trasportatori e i dipendenti pubblici, e le rivendicazioni si sono allargate al costo della vita, ai servizi pubblici e alla legge di bilancio.
Il governo, secondo Dazed, ha stimato in 550.000 i partecipanti di quella giornata.
A trasformare una vertenza scolastica in una crisi nazionale è stata soprattutto la gestione dell’ordine pubblico.
A Lens un quindicenne ha perso una mano per l’esplosione di una granata stordente, episodio dopo il quale il ministro dell’Interno Laurent Nuñez ne ha sospeso l’uso.
L’AFP riferisce di oltre 5.000 arresti, l’87 per cento dei quali riguardava minorenni, mentre Le Monde, citato da G1, parla di oltre 6.700 minori portati in custodia e di 36 indagini su possibili abusi.
La domanda che rimbalza nei cortei, riportata dall’ANSA, riassume il cortocircuito: “Non siamo abbastanza adulti per fare politica, ma lo siamo per farci picchiare dalla polizia?”.
La risposta del governo, circa 3.000 nuovi insegnanti, è stata liquidata dal sindacato degli studenti come “briciole”: la richiesta è di 10 miliardi di euro per i licei.
Italia.
Il contagio è stato esplicito. “Facciamo come in Francia”, gridavano gli studenti, e “Soldi per la scuola, non per la guerra”, come ha documentato El País.
Il 16 ottobre le manifestazioni studentesche contro il nuovo decreto sulla scuola e per la manutenzione degli edifici hanno attraversato il Paese; il giorno dopo la Cgil ha portato a Roma centomila persone, annunciando uno sciopero generale per il 20 novembre.
Ma la sera del 17, soprattutto a Milano, Torino, Bologna, Brescia e Bergamo, la protesta pacifica ha lasciato spazio a scontri e saccheggi, con almeno 141 agenti feriti.
A Milano sono stati presi di mira i negozi attorno a piazza Duomo e alla Galleria Vittorio Emanuele, a Torino è stata devastata la libreria Feltrinelli di Porta Nuova.
Il sindaco Giuseppe Sala ha detto di non aver visto nulla di simile in dieci anni.
L’Indipendente parla, solo a Milano, di 17 arresti e quasi 300 fermi in due giorni, in gran parte minorenni.
Secondo gli investigatori citati dall’ANSA, il corteo milanese di “Italia in Piazza” aveva una composizione eterogenea, con una forte presenza di giovanissimi, molti italiani di seconda generazione.
Tgcom24 descrive un tam tam partito da TikTok e una rabbia “che non trova voce”.
L’appello che circola sui social, firmato “Gen Z Revolution – European Protest”, fissa già la prossima data continentale al 20 novembre con lo slogan “ogni nazione, ogni città, la stessa lotta”.
La sociologa Donatella della Porta, interpellata da El País, offre una chiave di lettura: questa generazione è cresciuta attraverso l’austerità, la crisi climatica, la pandemia e ora le guerre, e si è politicizzata nelle piazze per la Palestina, al punto che in Italia si parla di “generazione Gaza”.
Curiosamente, il sito marocchino Bladi riferisce che alcuni giovani manifestanti italiani hanno dichiarato di aver studiato il modello organizzativo senza leader del movimento GenZ 212 del Marocco.
Belgio.
Qui la miccia è universitaria.
Come spiega a El País Lenaïk Dumont, presidente della Federazione degli studenti francofoni, a far esplodere la protesta è stata la riforma del decreto Paysage, che lega il sostegno pubblico al completamento dei crediti entro tempi rigidi, insieme ai tagli per quasi 500 milioni di euro approvati dalla Federazione Vallonia-Bruxelles, istruzione compresa. “L’accesso all’università non dovrebbe dipendere da quanti debiti puoi fare”, dice Dumont.
A Liegi, secondo The Business Standard, le proteste sono iniziate il primo ottobre e in pochi giorni si sono contati 107 arresti.
Spagna.
La questione centrale è la casa.
Come ricostruisce l’AGI, la mobilitazione è esplosa nella seconda metà di settembre dopo lo sfratto di Maricarmen Abascal, 87 anni, disabile, a cui un fondo d’investimento aveva aumentato l’affitto del 230 per cento: la donna è morta due settimane dopo il ricovero in ospedale.
Le proteste hanno toccato una cinquantina di città, con richieste precise: affitti calmierati, stop agli sfratti, divieto per i fondi di acquistare immobili residenziali.
La base è intergenerazionale, ma il peso ricade soprattutto sui giovani.
E la piazza ha già prodotto un effetto politico: dopo la bocciatura della legge d’emergenza sugli alloggi, il premier Pedro Sánchez ha convocato elezioni anticipate per il 29 novembre.
Portogallo.
Sulla scia spagnola, la piattaforma “Non si può più vivere così” ha portato in piazza migliaia di persone a Lisbona, Porto, Aveiro, Braga e Funchal.
L’AGI, citando il Guardian, ricorda che tra il 2015 e il 2024 i prezzi delle case nel Paese sono aumentati del 124 per cento, circa il doppio della media europea.
Nella notte tra il 17 e il 18 ottobre, secondo l’agenzia Efe, centinaia di giovani hanno sfidato l’ordine di sgombero accampandosi in piazza Rossio a Lisbona e in piazza Dom João I a Porto, dove pochi giorni prima uno sgombero aveva provocato una quarantina di feriti.
Paesi Bassi e Irlanda.
Al Nord la protesta è più sindacale e meno di piazza.
Evy Kras, presidente del sindacato nazionale degli studenti olandesi, racconta a El País la battaglia decennale contro il sistema dei prestiti introdotto nel 2015 (“alcuni pagheranno fino a quarant’anni”) e l’opposizione alla militarizzazione con il movimento “Stop de Oorlogskoorts“, fermiamo la febbre bellica.
Anche qui l’appuntamento è per il 20 novembre.
In Irlanda, segnala Freedom Press, gli studenti contestano tasse universitarie elevate e la mancanza di alloggi per studenti.
Albania.
È il caso in cui la protesta giovanile si è saldata più apertamente con una crisi politica.
Tutto nasce a maggio con la cosiddetta “Rivoluzione dei Fenicotteri” contro un resort di lusso in un’area costiera protetta, progetto in cui è coinvolto Jared Kushner, genero di Donald Trump.
Il 13 ottobre gli universitari, esasperati da dormitori fatiscenti, tasse elevate e assenza di prospettive, si sono radunati davanti al ministero dell’Istruzione a Tirana, e la protesta è degenerata.
Secondo Euronews, nei giorni successivi sono stati colpiti il ministero dell’Interno, una stazione di polizia e la sede del Partito socialista; dall’inizio degli scontri i feriti sono stati 272, di cui 169 agenti.
Il Sole 24 Ore conta quasi 200 fermi.
Lo slogan, riferisce Repubblica, è “Quando è troppo è troppo”, e la richiesta è una sola: le dimissioni di Edi Rama, al potere dal 2013.
Il premier, come riporta Reuters, si è detto disposto a discutere dei costi dell’istruzione ma ha escluso di dimettersi, attribuendo le violenze prima all’opposizione e poi a una “mano esterna”.
La Deutsche Welle sottolinea un dettaglio significativo: i manifestanti non si fidano nemmeno dell’opposizione.
Serbia.
È la protesta giovanile più lunga d’Europa e forse la più matura politicamente.
Nata dopo il crollo della pensilina della stazione di Novi Sad nel novembre 2024, che costò la vita a 16 persone, in quasi due anni si è trasformata da richiesta di giustizia in contestazione del sistema di Aleksandar Vučić.
Ora approda alle urne: alle elezioni anticipate del 25 ottobre la “Lista studentesca – Gli studenti vincono”, con 250 candidati scelti attraverso le assemblee universitarie, sfida il Partito progressista che governa dal 2012.
Vučić, racconta Il Fatto Quotidiano, si è dimesso dalla presidenza per guidare personalmente la lista.
Secondo i sondaggi citati da Courrier International, la lista studentesca oscilla tra il 37 e il 45 per cento, quella governativa tra il 47 e il 48.
L’Associated Press riferisce i timori che entrambe le parti possano rivendicare la vittoria.
ASIA: ESAMI TRUCCATI, LISTE ELETTORALI E FUMO TOSSICO
India.
Il movimento più originale per linguaggio è il Cockroach Janta Party, il “partito degli scarafaggi”.
Come ricostruisce The Business Standard, nasce a maggio come partito satirico online dopo che il presidente della Corte suprema Surya Kant aveva paragonato i giovani disoccupati che diventano attivisti a degli scarafaggi.
Il gruppo avrebbe superato i 25 milioni di follower su Instagram.
La prima battaglia è stata quella sull’esame di accesso a medicina, annullato per una fuga di notizie che ha colpito circa due milioni di candidati: il 25 luglio il ministro dell’Istruzione Dharmendra Pradhan si è dimesso, evento rarissimo nei dodici anni di governo Modi.
Dal 2 ottobre il bersaglio è diventato il capo della Commissione elettorale Gyanesh Kumar, per una revisione delle liste che secondo i critici avrebbe cancellato circa 130 milioni di nomi; Commissione e Bjp negano irregolarità.
Human Rights Watch denuncia che, in vista della protesta del 10 ottobre a Delhi, le autorità hanno schierato oltre 40.000 agenti, chiuso 43 stazioni della metropolitana e sospeso internet mobile.
Reuters parla del primo movimento giovanile di portata nazionale dell’era Modi.
Sullo sfondo, una disoccupazione tra i 15 e i 29 anni salita al 15,9 per cento.
Indonesia.
Il 20 ottobre, secondo anniversario della presidenza di Prabowo Subianto, gli studenti sono scesi in piazza a Giacarta, Yogyakarta, Bandung, Makassar e in altre città.
Ai temi del carovita, della corruzione e della libertà di espressione si è aggiunta un’emergenza ambientale: gli incendi che da luglio devastano Borneo e Sumatra e che, secondo Arab News, hanno già causato almeno 277.000 casi di infezioni respiratorie acute. “Se bruciamo noi, bruciate con noi”, recitava uno striscione citato da Mathrubhumi.
Gli studenti chiedono che gli incendi siano dichiarati disastro nazionale e che le aziende responsabili siano perseguite.
Il consenso di Prabowo, secondo Anews, è sceso dall’81,2 al 44,5 per cento in un anno.
Nepal e Bangladesh, i precedenti.
Sono i due casi che hanno fatto scuola.
In Bangladesh, nell’estate 2024, gli studenti hanno costretto alla fuga la premier Sheikh Hasina; il partito nato da quelle proteste, il National Citizen Party, ha però conquistato solo 6 dei 30 seggi in cui si era candidato, ricorda The Business Standard.
In Nepal, nel settembre 2025, il blocco dei social network ha innescato una rivolta che secondo Amnesty International, citata da G1, ha causato almeno 76 morti; il governo è caduto e alle elezioni di marzo il partito dell’ex sindaco di Kathmandu Balendra Shah ha conquistato la maggioranza, portandolo alla guida del Paese.
Per l’AGI è “di gran lunga la vittoria più grande della Gen Z fino a oggi”.
AFRICA: DOPO LA PIAZZA, IL CARCERE O LE URNE
Marocco.
Il movimento GenZ 212, dal prefisso telefonico del Paese, è nato su Discord nel settembre 2025 dopo la morte di otto donne in seguito a parti cesarei in un ospedale di Agadir, con lo slogan “ospedali prima degli stadi”.
Un anno dopo, come documenta Le Monde, il bilancio è pesante: circa 5.700 persone arrestate e circa 650 ancora detenute secondo l’Associazione marocchina per i diritti umani.
Oggi la parola d’ordine è “Free Koulchi”, liberateli tutti.
Rfi osserva che il movimento non si è trasformato in offerta politica e le legislative del 23 settembre sono state in larga parte disertate dai giovani, in un Paese in cui la disoccupazione giovanile è al 37 per cento.
Kenya.
È il Paese in cui la Gen Z si è definita, come ricorda The Standard, “senza tribù, senza partito, senza leader”.
Le proteste del 2024 contro la legge finanziaria costrinsero il presidente William Ruto a ritirarla.
Il 25 giugno scorso, nel secondo anniversario, la Commissione nazionale per i diritti umani ha documentato 361 arresti e sette casi di sparizione forzata.
Ora la sfida si sposta alle urne: secondo The Standard, la campagna “Tuko Kadi” ha contribuito alla registrazione di oltre 2,3 milioni di nuovi elettori in vista del voto dell’agosto 2027.
Lo stesso Ruto, nel discorso per il Mashujaa Day, ha riconosciuto che il costo della vita, le tasse e la disoccupazione hanno spinto i giovani in piazza.
Madagascar.
Interruzioni di acqua ed elettricità hanno acceso nel 2025 la protesta che, con il passaggio di un’unità militare dalla parte dei manifestanti, ha portato all’uscita di scena del presidente Andry Rajoelina, ricorda The Business Standard.
AMERICHE: L’UNIVERSITÀ PUBBLICA E LA VIOLENZA
Argentina.
Il 15 ottobre si è tenuta la quinta Marcia federale universitaria dall’insediamento di Javier Milei: secondo gli organizzatori, citati da El País, circa un milione di persone in tutto il Paese.
Gli studenti e i docenti chiedono che il governo applichi la legge sul finanziamento universitario approvata dal Congresso e confermata nonostante il veto presidenziale.
Uno studio dell’Università di Buenos Aires, ripreso dall’AFP, stima un calo del 40,5 per cento in termini reali delle risorse per gli atenei rispetto al 2023.
La giornata si è chiusa con gas lacrimogeni e idranti davanti al Congresso e, secondo i dati ufficiali, 31 fermati e 8 agenti feriti. “Milei, rispetta la legge” era lo slogan più diffuso.
Cile.
Sotto il governo di José Antonio Kast, il primo ottobre oltre 20.000 persone hanno risposto all’appello della Confederazione degli studenti con lo slogan “Neanche un peso in meno per l’istruzione”, racconta G1.
Il 18 ottobre, settimo anniversario dell’estallido social del 2019, migliaia di persone sono tornate a Santiago contro i tagli alla spesa pubblica, con scontri e fermi.
Messico.
Qui la mobilitazione giovanile ha preso la forma della protesta contro la violenza e la corruzione.
Il collettivo Generación Z México ha convocato una nuova marcia nazionale per il 15 novembre, riferisce La Crónica, con richieste che vanno dalla fine della violenza all’accesso alla giustizia.
A Jalisco i giovani sono scesi in piazza per la pessima qualità dell’acqua, come racconta El Informador.
E Proceso segnala un parallelismo con l’India: l’estate scorsa centinaia di aspiranti studenti della Unam hanno protestato contro l’annullamento dei test d’ingresso per sospetti di frode con l’intelligenza artificiale.
LE ASSONANZE: COSA UNISCE LE PIAZZE
Il primo filo comune è economico.
In Europa, ricorda El País, la disoccupazione sotto i 25 anni è al 15,4 per cento contro il 6,1 della popolazione generale, e il 24,2 per cento dei giovani tra 15 e 29 anni è a rischio povertà o esclusione sociale.
In India la disoccupazione giovanile è ai massimi della serie storica, in Marocco tocca il 37 per cento.
Ovunque, come sintetizza Dazed, il titolo di studio non garantisce più un lavoro e lo stipendio basta a malapena per l’affitto.
Il politologo di Oxford Tim Vlandas ha coniato un termine per descrivere il fenomeno: “gerontonomia”, un’economia in cui il crescente peso elettorale degli anziani spinge la politica a privilegiare pensioni e consumi rispetto agli investimenti sul futuro.
Il secondo filo è la scuola, intesa come promessa tradita di mobilità sociale.
Le aule fatiscenti in Francia, gli edifici scolastici in Italia, le tasse universitarie in Belgio e in Albania, i bilanci tagliati degli atenei in Argentina e Cile, gli esami truccati in India e in Messico: la protesta parte spesso da lì, perché è il luogo dove i giovani misurano concretamente lo scarto tra ciò che viene loro promesso e ciò che ricevono.
Il terzo è la sfiducia nella rappresentanza.
Secondo i sondaggi riportati da El País, il 74 per cento dei francesi sotto i 30 anni ritiene di non essere né rappresentato né ascoltato dalla classe politica; in Italia la quota è del 69 per cento, in Spagna del 59.
Da qui la diffidenza verso partiti e sindacati, anche d’opposizione, visibile in Albania come in Marocco e in Kenya.
Il quarto è il metodo.
Movimenti senza leader, organizzati su TikTok, Instagram, Discord e Telegram, con un’estetica comune fatta di ironia e simboli pop: gli scarafaggi indiani, i fenicotteri albanesi, la bandiera del manga One Piece sventolata nei cortei messicani, come racconta El Universal.
La politologa Regiane Bressan, intervistata da G1, spiega che i giovani seguono in tempo reale le immagini delle proteste in altri Paesi e ne adottano i repertori d’azione.
Il caso italiano, che imita la Francia e studia il Marocco, ne è la prova.
Il quinto, purtroppo, è la risposta repressiva.
Arresti di massa di minorenni in Francia e in Italia, sospensione di internet in India, sparizioni forzate in Kenya, centinaia di detenuti ancora in carcere in Marocco: in quasi tutti i casi è stata la gestione dell’ordine pubblico ad allargare la protesta anziché contenerla.
LE DIFFERENZE: NON È UNA SOLA RIVOLUZIONE
Le differenze sono altrettanto rilevanti.
La prima riguarda gli obiettivi.
Nei Paesi del Sud globale e nell’Est europeo le piazze chiedono la testa dei governi: Rama in Albania, Vučić in Serbia, il capo della Commissione elettorale in India, e prima ancora Hasina, Oli e Rajoelina, effettivamente caduti.
In Europa occidentale le richieste sono invece settoriali e negoziabili: più insegnanti, affitti calmierati, borse di studio, fondi per le scuole.
Non si chiede di rovesciare la democrazia ma di farla funzionare.
La seconda differenza riguarda il contesto istituzionale.
Dove la democrazia è fragile o in tensione, come in Serbia, Albania o India, la protesta diventa una battaglia per le regole del gioco: elezioni libere, liste elettorali pulite, lotta alla corruzione.
Dove le istituzioni sono solide, la contesa è sulla distribuzione delle risorse in una fase di finanze pubbliche sotto pressione: El País ricorda che il debito della Francia ha raggiunto il 117,6 per cento del Pil.
La terza è la composizione sociale.
In Francia la protesta è nata tra i quindicenni dei licei di periferia; in Serbia e in Albania tra gli universitari; in Spagna e Portogallo ha una base intergenerazionale legata alla casa; in Argentina è guidata dalle istituzioni universitarie stesse, rettori compresi.
In Italia, a quanto riferiscono gli investigatori, è emersa una componente di giovanissimi delle periferie e di seconde generazioni che non si riconosce in alcuna organizzazione.
La quarta riguarda la capacità di trasformare la piazza in politica.
Qui i risultati divergono nettamente.
Il Nepal ha portato un outsider al governo; la Serbia prova a vincere le elezioni con una lista studentesca; il Kenya punta sulla registrazione dei nuovi elettori.
Il Bangladesh, al contrario, mostra quanto sia difficile passare dalla rivolta al consenso elettorale, e il Marocco come la repressione possa svuotare un movimento.
Il sociologo Luciano Gomes, sentito da G1, avverte che la capacità di mobilitare migliaia di persone non garantisce la costruzione di un’organizzazione duratura né di proposte condivise, e che gli stessi social che amplificano le proteste le espongono a disinformazione e polarizzazione.
Lo dimostrano il Marocco, dove GenZ 212 ha dovuto smentire falsi appelli a manifestare circolati a suo nome, e il Messico, dove alcune convocazioni sono state accompagnate da video generati con l’intelligenza artificiale.
Infine, il colore politico.
Non esiste un orientamento unico.
In Italia i giovani guardano in maggioranza a sinistra, secondo YouTrend; in Spagna sotto i 25 anni Vox è appaiato al Partito popolare; in Francia il 77 per cento dei giovani elettori sceglie tra Rassemblement National e France Insoumise, cioè tra le due ali radicali.
In Messico la Gen Z protesta contro un governo di sinistra, in Argentina e Cile contro governi di destra.
Il nemico non è un’ideologia ma un “sistema” percepito come chiuso.
UN AUTUNNO CHE DIVENTA CALENDARIO ELETTORALE
Il dato politico più rilevante è forse la coincidenza temporale.
La Serbia vota il 25 ottobre, la Spagna il 29 novembre, l’Italia l’anno prossimo, la Francia ad aprile 2027 per le presidenziali, il Kenya ad agosto 2027.
Il 20 novembre è già segnato come giornata europea di mobilitazione, con lo sciopero generale della Cgil in Italia e gli scioperi studenteschi nei Paesi Bassi, mentre il 15 novembre toccherà al Messico.
Lo European Students’ Union, ricorda El País, aveva già registrato 54 azioni di protesta in 22 Paesi tra marzo e maggio, contro le 31 in 13 Paesi del periodo precedente: l’onda non è improvvisa, era in crescita da mesi.
“Non siamo apatici”, ha detto la studentessa belga Lenaïk Dumont. “Siamo arrabbiati e non vogliamo restare con le mani in mano”.
Su uno striscione portato dagli studenti italiani si leggeva: “Se ci rubate il futuro, bloccheremo il presente”.
Resta da capire se quella rabbia saprà diventare voto, organizzazione e riforme, oppure se, come in Marocco, verrà soffocata, lasciando dietro di sé processi, detenuti e una generazione ancora più distante dalle istituzioni.
La risposta, in molti Paesi, arriverà proprio dalle urne dei prossimi mesi.
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