Quattro anni a Palazzo Chigi, il mandato più lungo nella storia della Repubblica. Le Monde racconta come la leader di Fratelli d’Italia sia riuscita a imporsi al centro della scena europea
Nella politica italiana tutto comincia e tutto finisce con il tintinnio di una campanella d’argento.
Il rituale repubblicano vuole che il presidente del Consiglio uscente la consegni al suo successore perché la faccia suonare.
Il 23 ottobre 2022, nella Sala dei Galeoni di Palazzo Chigi, un uomo l’ha porta per la prima volta nella storia a una donna.
Un banchiere d’affari l’ha affidata a un’ex militante neofascista.
Mario Draghi, ex governatore della Banca centrale europea e puro prodotto dell’élite liberale occidentale, l’ha consegnata alla leader di uno dei partiti ostili al progetto europeo che avevano prosperato nel decennio precedente.
È da questa immagine che parte l’analisi del quotidiano francese Le Monde, firmata dal corrispondente da Roma Allan Kaval, che apre una serie di articoli dedicati a come la leader della destra si sia affermata: prima in patria, dove il suo discorso anti-immigrazione non è mai venuto meno, così come i suoi attacchi contro giornalisti, organizzazioni non governative e «toghe rosse»; ma anche in Europa, dove è diventata un’interlocutrice dichiaratamente di destra, fino a stringere un rapporto di complicità con la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen.
Dopo dieci secondi di scampanellio, il volto tirato in un sorriso immobile, il passaggio di consegne era compiuto.
E la leader di Fratelli d’Italia, il piccolo partito erede della Fiamma ha saputo reinventarsi, diventava a 45 anni presidente del Consiglio.
Un’Europa capovolta
Il 23 ottobre 2022, osserva Le Monde, si poteva credere chiusa la parentesi di Donald Trump, dopo il suo primo mandato alla Casa Bianca (2017-2021).
La resistenza dell’Ucraina, sulla quale ben pochi avevano scommesso dopo l’invasione russa del febbraio di quello stesso anno, dava slancio alle democrazie occidentali, mentre l’Unione europea si preparava a iniettare centinaia di miliardi di euro nelle economie nazionali per rilanciare un continente ferito dalla pandemia di Covid-19 e accompagnarne la transizione ecologica.
Quattro anni dopo, il miliardario è tornato alla Casa Bianca.
Di fronte a Kiev ha scelto di dare il vantaggio a Mosca e non esita a maltrattare gli alleati europei, a colpi di aumenti dei dazi, di disimpegno dalla sicurezza del Vecchio Continente o di minacce all’integrità territoriale della Groenlandia.
Al Parlamento europeo, la destra e le estreme destre sono, dalle elezioni europee del 2024, in grado di formare una maggioranza, e non se ne privano, in particolare per smantellare le norme ambientali o inasprire la politica migratoria.
Niente «marziani»
Giorgia Meloni, invece, è ancora al potere, con il mandato più lungo di un capo dell’esecutivo nella storia della Repubblica italiana.
La campanella d’argento della Sala dei Galeoni è rimasta in silenzio.
Festeggiando il suo record di longevità, millequattrocentotredici giorni al potere, il 4 settembre Meloni lanciava ai suoi sostenitori riuniti a Bari: «Eravamo quelli che cambiavano governo continuamente. Con la stabilità possiamo dettare le scelte invece di subirle. Possiamo indicare la strada!».
L’Italia si è stabilizzata ed è riuscita a convincere che la sua normalizzazione ne fosse la causa.
«Quelli che ieri ci trattavano da estremisti oggi ci copiano!», proseguiva.
In effetti, sottolinea il giornale parigino, non ha all’attivo alcuna riforma sostanziale, ma ha vinto su un altro terreno: quello delle idee.
Eppure all’inizio del mandato aveva dovuto dare garanzie.
Poche settimane dopo aver fatto suonare la campanella, Giorgia Meloni, che in campagna elettorale aveva promesso che in Europa «la pacchia sarebbe finita», ha scelto Bruxelles come destinazione del suo primo viaggio ufficiale, nel novembre 2022.
Con la volontà di dimostrare ai suoi interlocutori che lei e i suoi non erano dei «marziani».
I suoi ospiti potevano già esserle grati per aver sostenuto l’Ucraina fin dal giorno successivo all’invasione su larga scala da parte della Russia.
Ma Giorgia Meloni, entrata in politica a 15 anni, aveva avuto il tempo di osservare, e di comprendere, i circoli del potere.
Sapeva di doverne essere accettata.
Il modello Draghi e i conti in ordine
Anche sul piano economico, durante la prima visita a Bruxelles, ha saputo rassicurare i suoi interlocutori.
In palio c’erano molti soldi, essendo l’Italia il primo beneficiario del piano di rilancio post-Covid, e Meloni era stata ampiamente accompagnata da Mario Draghi.
«Ripeteva per filo e per segno il discorso di Mario Draghi», confida a Le Monde una fonte che ha assistito ai suoi esordi nella capitale europea.
«Giorgia Meloni è arrivata con la volontà di durare e con la chiara consapevolezza che in Italia nessun governo regge senza essere ortodosso sia in politica estera sia in materia di finanza pubblica. Ora, scendere verso il 3% di deficit, come ha fatto Meloni, significa rinunciare a un programma», spiega un ex consigliere di Palazzo Chigi.
E gli elettori?
«Per tenere la base, le basta agitare i temi identitari sull’immigrazione, la sicurezza eccetera, purché non si devii sul resto».
Così si chiude il circolo virtuoso che, secondo questo liberale convinto, ha offerto all’Italia e alla sua classe dirigente quattro anni di stabilità.
Ovvero, in un contesto europeo deteriorato, il «migliore dei mondi possibili».
Le ricette illiberali in patria
Se ha smesso di prendere di mira Bruxelles, Giorgia Meloni si è impegnata ad applicare in Italia le ricette illiberali di alcuni suoi omologhi altrove in Europa.
Non ha mai smesso, ricorda Le Monde, di attaccare i contropoteri, i giornalisti, le organizzazioni non governative e soprattutto le «toghe rosse», la parte «ideologizzata» del potere giudiziario, accusata di «erodere la sovranità popolare» e di collaborare con i nemici interni.
«Immigrati illegali, stupratori, pedofili, spacciatori (…) violenti [dell’estrema sinistra]»: era questo l’elenco delle persone che sarebbero rimaste libere di circolare per le strade, avvertiva il 12 marzo, se i suoi elettori non avessero votato sì al referendum sulla riforma della magistratura voluta dal suo governo.
Lo avrebbe perso dieci giorni dopo.
Ma poco importa: a pochi mesi dalle elezioni, previste nel 2027, il suo partito resta in testa alle intenzioni di voto, mentre il suo discorso se la prende sempre più con i musulmani.
La polarizzazione paga.
L’alleanza con von der Leyen
«A Bruxelles non si vede nulla dei suoi sforzi di isterizzazione del dibattito interno. Al contrario, abbiamo imparato a conoscere la leader normale di un grande Paese che non cerca lo scontro con il sistema», riferisce al quotidiano francese un veterano delle istituzioni europee.
Al Parlamento europeo, del resto, Meloni è diventata un’interlocutrice riconosciuta, se non un’alleata naturale, dei democratici cristiani del Partito popolare europeo (Ppe).
Proveniente dalle file della Cdu tedesca, la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha spesso mostrato complicità con Giorgia Meloni.
Le immagini della loro visita congiunta del 17 settembre 2023 a Lampedusa, isola legata a una storia di morte e sofferenza delle migrazioni nel Mediterraneo, ne furono il culmine.
Dopo l’arrivo, in pochi giorni, di quasi 10.000 persone, per lo più provenienti dall’Africa subsahariana, le due donne si erano ritrovate davanti alle telecamere su quello scoglio vicino alla Tunisia.
Ursula von der Leyen, che allora puntava a un nuovo mandato alla guida dell’esecutivo europeo, aveva accompagnato la presidente del Consiglio italiana in un centro di accoglienza saturo, dove aveva dichiarato alla stampa: «Siamo noi a decidere chi entra nell’Unione europea e in quali circostanze. E non i passeur e i trafficanti».
Prendeva così in prestito elementi di linguaggio perfettamente riconoscibili della sua ospite.
Lontano dallo scoglio mediterraneo, un uomo sorride ripensando alla scena.
La sua carriera riassume le porosità e le sinuosità del potere romano.
Diplomatico, ex capo dei servizi di intelligence, passato dai vertici dell’industria degli armamenti al mondo accademico e ai think tank internazionali, Giampiero Massolo vede in questo irrigidimento il segno di una «Europa nuova» che deve usare il tema migratorio, la sua «percezione» tanto quanto la sua realtà, per essere presente sui temi delle campagne elettorali nazionali.
Altrimenti «la disconnessione tra gli europei e le loro istituzioni diventerebbe irreparabile».
Secondo lui, il sistema dovrebbe dunque integrare i suoi vecchi avversari, anche all’interno dell’estrema destra, per non disintegrarsi.
Un bottino di guerra
Il 17 giugno è stato adottato dal Parlamento europeo un testo che prevede la creazione di centri di rimpatrio per gli stranieri irregolari al di fuori dei confini dell’Ue, in Paesi con cui gli interessati potrebbero non avere alcun legame.
Il provvedimento si ispira in particolare a un progetto italiano in Albania, giudicato da Amnesty International contrario ai principi democratici.
Portatore di disposizioni di una durezza inedita, è passato grazie a una maggioranza che andava dal partito di estrema destra tedesco dalle frequentazioni neonaziste, Alternative für Deutschland, ad alcuni centristi, passando per il partito di Giorgia Meloni.
Sulla questione migratoria, la leader italiana è perfino riuscita a farsi un’alleata socialdemocratica al tavolo del Consiglio europeo: la premier danese Mette Frederiksen, che non esita a mettere sullo stesso piano la Russia, nemico esterno, e i musulmani europei, nemici interni.
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