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Il lavoro femminile e giovanile deve diventare una priorità demografica | L’analisi di Ramiro Baldacci

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355.772 nascite nel 2025 e appena 1,14 figli per donna. Il declino demografico non riguarda soltanto le famiglie, ma il futuro economico e sociale dell’Italia. Occorre passare dall’emergenza a una nuova narrazione culturale.

Ci sono numeri che raccontano una situazione. E altri che descrivono il futuro di un Paese. I dati sulla natalità in Italia, diffusi dall’Istat il 21 ottobre 2026, appartengono decisamente alla seconda categoria.

Nel 2025 sono nati 355.772 bambini, il 3,8% in meno rispetto all’anno precedente. Il numero medio di figli per donna è sceso a 1,14, segnando un nuovo minimo storico. Rispetto al 2008, quando le nascite superavano le 576mila unità, l’Italia ha perso oltre il 38% dei nuovi nati. E i primi dati del 2026, con un ulteriore calo dell’1,1% nei primi sette mesi, non lasciano intravedere un’inversione di tendenza.

Numeri che dovrebbero interrogare non soltanto la politica, ma l’intera società italiana. Perché la questione demografica non riguarda esclusivamente chi desidera avere figli. Riguarda il sistema produttivo, la sostenibilità del welfare, l’organizzazione dei servizi pubblici e la sopravvivenza di molti territori.

Soprattutto, riguarda un interrogativo che troppo spesso rimane sullo sfondo: quale Italia vogliamo consegnare alle prossime generazioni?

La denatalità è già una trasformazione del Paese

Quando ho iniziato il viaggio che mi ha portato a scrivere Viaggio nell’Italia che scompare, pubblicato da Edizioni Lavoro, volevo comprendere che cosa si nascondesse dietro le statistiche demografiche.

Ho scoperto che il declino della natalità non è una prospettiva lontana, ma una trasformazione già visibile nella vita quotidiana delle comunità.

A Drenchia, piccolo comune del Friuli-Venezia Giulia, lo spopolamento racconta la fragilità delle aree interne. A Enna, le difficoltà dell’occupazione femminile si intrecciano con le prospettive delle giovani famiglie. In Sardegna, territori come Perdasdefogu mostrano quanto possa essere profondo il cambiamento demografico.

Sono storie differenti, ma unite da una stessa domanda: che cosa accade a una comunità quando vengono meno le generazioni che dovrebbero garantirne il futuro?

Una scuola che rischia di chiudere, un’impresa che non trova giovani lavoratori, un paese che perde servizi, una famiglia che rinuncia a un figlio. Non sono fenomeni isolati, ma manifestazioni di una trasformazione strutturale.

Ecco perché continuare a considerare la crisi demografica come un semplice problema di natalità rischia di impedirci di comprenderne la reale portata.

Il problema non è soltanto quanti figli nascono, ma quando

Uno degli elementi più significativi del nuovo rapporto Istat riguarda l’età delle madri.

Nel 2025 l’età media alla nascita del primo figlio ha raggiunto per la prima volta i 32 anni. Quella complessiva al parto è salita a 32,7 anni.

Ancora più interessante è il rapporto tra istruzione e fecondità. Le donne laureate registrano in media 1,09 figli, con un’età media al parto di 34,9 anni. Tra le donne con licenza media, invece, la fecondità raggiunge 1,58 figli, con un’età media di 29,7 anni.

Questi dati non devono alimentare una contrapposizione tra istruzione e maternità. Al contrario, dovrebbero spingerci a riflettere su quanto sia ancora difficile conciliare formazione, realizzazione professionale e genitorialità.

In Italia si studia più a lungo, si entra spesso tardi nel mercato del lavoro, si raggiunge con difficoltà una stabilità economica e si affrontano costi abitativi che possono rendere complicata la costruzione di una famiglia.

Il risultato è che il tempo della realizzazione personale e quello della genitorialità finiscono troppo spesso per entrare in competizione.

Una società che costringe i giovani a scegliere tra costruire una carriera e costruire una famiglia è una società che deve ripensare le proprie priorità.

La geografia della natalità racconta Italie differenti

Il nuovo rapporto conferma anche quanto siano profonde le differenze territoriali.

La Sardegna registra appena 0,85 figli per donna, mentre la provincia autonoma di Bolzano raggiunge 1,54. Trento si attesta a 1,24, mentre Sicilia e Campania registrano entrambe 1,22 figli per donna.

Non esiste, dunque, un’unica Italia demografica.

Ci sono territori che riescono a conservare una maggiore capacità di attrazione e altri nei quali lo spopolamento si accompagna alla perdita di opportunità economiche e servizi essenziali.

L’esperienza delle province autonome di Bolzano e Trento merita attenzione. Non perché esistano modelli automaticamente trasferibili, ma perché dimostra quanto sia importante analizzare il rapporto tra politiche familiari, servizi territoriali, occupazione e qualità della vita.

La natalità non può essere affrontata con misure identiche in contesti profondamente diversi.

Nelle grandi città il problema può essere rappresentato dal costo delle abitazioni e dalla difficoltà di conciliare lavoro e famiglia. Nei piccoli comuni delle aree interne, invece, può essere l’assenza di servizi a rendere impossibile la permanenza di una giovane coppia.

Per questo ritengo necessario affiancare a una strategia nazionale politiche demografiche territoriali, capaci di rispondere alle esigenze concrete delle comunità.

Il lavoro femminile e giovanile deve diventare una priorità demografica

La questione occupazionale è uno dei nodi centrali della sfida demografica.

Non basta incentivare economicamente la nascita di un figlio se non si interviene sulle condizioni che precedono e accompagnano la scelta di diventare genitori.

Un giovane che non dispone di un reddito sufficientemente stabile difficilmente riuscirà a programmare il proprio futuro. Una donna che teme di compromettere il proprio percorso professionale con la maternità si trova davanti a una scelta che non dovrebbe essere obbligata.

Servono quindi politiche capaci di rafforzare l’occupazione giovanile, sostenere la partecipazione femminile al mercato del lavoro e rendere realmente accessibili i servizi per l’infanzia.

Gli interventi economici a favore delle famiglie rappresentano strumenti importanti. Ma devono inserirsi in una strategia più ampia, che coinvolga imprese, istituzioni, enti locali e organizzazioni sociali.

La conciliazione tra vita familiare e lavoro non può rimanere una responsabilità individuale. Deve diventare un obiettivo condiviso del sistema economico e produttivo.

L’immigrazione contribuisce, ma non sostituisce una politica per la natalità

Un’altra riflessione riguarda il ruolo della popolazione straniera.

Nel 2025 i bambini nati da almeno un genitore straniero rappresentano il 22,6% del totale. Anche le nascite da genitori entrambi stranieri, tuttavia, sono diminuite del 3,1% rispetto al 2024.

La fecondità delle donne straniere, pari a 1,74 figli per donna, rimane superiore a quella delle italiane, ferma a 1,07, ma è anch’essa in diminuzione.

L’immigrazione costituisce una componente importante degli equilibri demografici e del mercato del lavoro italiano. Può contribuire a compensare la riduzione della popolazione in età attiva e sostenere territori e settori produttivi.

Ma sarebbe un errore considerarla una soluzione alternativa alle politiche per la natalità.

Occorre piuttosto costruire una strategia integrata, nella quale la gestione dei flussi migratori regolari, l’integrazione sociale, la partecipazione al lavoro e il sostegno alle famiglie concorrano alla sostenibilità demografica del Paese.

Dalle misure economiche a una nuova narrazione culturale

È proprio su questo punto che credo sia necessario compiere un salto di qualità.

Negli ultimi anni il tema della natalità è entrato stabilmente nell’agenda politica nazionale. Sono stati introdotti e rafforzati strumenti di sostegno economico alle famiglie e interventi per favorire la conciliazione tra lavoro e genitorialità.

Si tratta di iniziative che vanno riconosciute e valutate nei loro risultati. Tuttavia, la persistenza del declino demografico dimostra quanto sia complesso intervenire su un fenomeno maturato nell’arco di diversi decenni.

Non possiamo aspettarci che singoli provvedimenti producano risultati immediati su dinamiche strutturali così profonde.

Occorre continuità, capacità di programmazione e una prospettiva che superi la durata delle singole legislature.

Ma, soprattutto, serve una nuova narrazione culturale della natalità.

Troppo spesso il dibattito pubblico si concentra sul costo dei figli, sulle difficoltà della genitorialità e sui sacrifici necessari per costruire una famiglia.

Sono problemi reali, che non devono essere minimizzati. Ma se raccontiamo la genitorialità esclusivamente come una rinuncia, rischiamo di trasmettere alle nuove generazioni un’immagine del futuro dominata dalla paura e dall’incertezza.

Dobbiamo invece tornare a raccontare anche il valore sociale della nascita, della famiglia, delle relazioni tra generazioni e della possibilità di costruire progetti di vita.

Questo non significa esercitare pressioni su chi non desidera avere figli, né trasformare una scelta personale in un obbligo collettivo.

Significa creare le condizioni affinché chi desidera diventare genitore possa farlo senza dover rinunciare alle proprie aspirazioni.

Un patto nazionale per il futuro dell’Italia

Da dove ripartire, allora?

Ritengo che l’Italia abbia bisogno di un vero patto nazionale per la demografia, costruito attorno a tre obiettivi fondamentali.

Il primo riguarda la stabilità delle politiche familiari. Le misure a sostegno della natalità devono essere strutturali, prevedibili e accessibili. Una giovane coppia deve poter programmare il proprio futuro sapendo di poter contare su un sistema di sostegni che non cambi continuamente.

Il secondo riguarda il territorio. Occorre investire nei servizi per l’infanzia, nelle scuole, nella sanità di prossimità, nei collegamenti e nelle opportunità lavorative. Una politica demografica efficace deve anche contrastare lo spopolamento delle aree interne e ridurre le disuguaglianze territoriali.

Il terzo obiettivo, forse il più difficile, è culturale. Dobbiamo restituire centralità al futuro nel dibattito pubblico, coinvolgendo scuola, università, imprese, associazioni, comunità locali e mezzi di comunicazione.

La natalità non può essere considerata una questione riservata alle famiglie o a un singolo ministero. Deve diventare un parametro attraverso il quale valutare le scelte economiche e sociali del Paese.

Il futuro non si misura soltanto con il numero dei nati

I dati Istat ci consegnano una fotografia severa, ma non una sentenza inevitabile.

La riduzione delle generazioni in età fertile rende particolarmente difficile invertire rapidamente la tendenza. Anche un eventuale recupero della fecondità richiederebbe tempo prima di produrre effetti significativi sul numero complessivo delle nascite.

Proprio per questo non possiamo permetterci di rimandare.

Nel mio viaggio attraverso l’Italia ho incontrato territori che stanno perdendo popolazione, ma anche comunità che cercano di reagire, amministratori che investono sui servizi, famiglie che scelgono di restare e persone che continuano a immaginare un futuro nei luoghi in cui vivono.

È da queste esperienze che dobbiamo ripartire.

Perché la vera sfida non consiste soltanto nell’aumentare il numero dei bambini che nascono. Consiste nel costruire un Paese nel quale i giovani possano scegliere liberamente di restare, lavorare, formare una famiglia e realizzare le proprie aspirazioni.

L’Italia che scompare non è necessariamente l’Italia che verrà. Ma per cambiare il futuro dobbiamo prima trovare il coraggio di immaginarlo.

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