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La devastazione di Milano ha bruciato un’occasione | L’analisi di Enrico Galletti

La devastazione vista nel centro di Milano non ha soltanto lasciato vetrine in frantumi e supermercati assaltati: ha bruciato un’occasione.

È questa la tesi di Enrico Galletti, che sulle pagine del Corriere della Sera firma una riflessione amara a nome della sua generazione, quella che rischia ancora una volta di essere etichettata come “gioventù perduta“.

Un’occasione mancata

In un Paese che, come osserva Galletti sul Corriere della Sera, parla “di gran lunga più di pensioni che di giovani“, per qualche giorno si è tornati a parlare di ragazzi.

Ma lo si è fatto attraverso immagini di fronte alle quali, scrive l’autore, non c’è nemmeno uno spunto su cui discutere.

A pochi giorni di distanza, ciò che resta sono soprattutto gli sguardi: quelli di chi si trovava lì senza sapere davvero perché.

Chi ha preso parte alla guerriglia urbana, sostiene il giornalista, ha tradito per prima proprio la propria generazione.

Nessuno slogan, nessun leader

Il confronto con le mobilitazioni giovanili recenti è impietoso.

Non c’erano slogan né leader, sottolinea il Corriere della Sera: non erano i ragazzi dei Fridays for Future, capaci di consegnare al Paese messaggi precisi sull’onda di un movimento globale, né gli studenti delle tende piantate davanti alle università per protestare contro il caro affitti.

Erano ragazzi ai quali, in cambio delle vetrine spaccate, i social hanno offerto una sorta di palcoscenico digitale.

Galletti respinge anche i paragoni con il passato, compreso il Sessantotto, definendoli parallelismi inconsistenti.

La differenza, spiega, è innanzitutto di metodo: oggi fare ciò che è proibito non rende popolari solo nel proprio gruppo, ma garantisce un piedistallo esposto in Rete davanti a spettatori sconosciuti.

E poi c’è una differenza di merito.

L’autore racconta di essersi confrontato con alcuni coetanei convinti che le rivoluzioni abbiano sempre fatto rumore e che, per farsi ascoltare, oggi serva “bruciare come la nostra stessa generazione sta bruciando”, schiacciata da previsioni pessimistiche sul futuro e da stereotipi stantii.

I temi che restano fuori

Eppure i motivi per alzare la voce non mancherebbero: stipendi, contratti, il costo delle case che rende le città invivibili per i giovani, una politica che sembra aprire un dialogo con loro solo nei due mesi che precedono il voto.

Ma a quei manifestanti, osserva Galletti sul Corriere della Sera, di questi temi non importava nulla.

Nelle immagini che hanno fatto il giro del mondo non c’era l’ombra di un’idea, di una proposta, di una battaglia che valesse la pena combattere.

Per questo l’autore parla di un “tradimento generazionale“: con quelle scene si è persa l’occasione di consegnare all’opinione pubblica, tornata per un momento a occuparsi dei giovani, un tema concreto con cui fare i conti, costringendo magari la politica a rispondere nel merito.

Il messaggio arrivato è stato invece l’opposto: quello di una generazione che sfonda le vetrine e assalta i supermercati, che preoccupa anziché essere preoccupata, che vuole fare “casino” perché dentro ha il vuoto.

Dare voce agli altri ragazzi

La proposta di Galletti è guardare altrove: ai giovani che hanno contenuti da portare alla luce e che raramente trovano spazio.

Nei talk show di questi giorni, nota con una punta polemica, a parlare della protesta giovanile è stato il solito parterre di opinionisti con un’età media di sessant’anni.

Che cosa sanno, si chiede, di quelle che, al netto delle violenze, sono le vere priorità dei ragazzi di oggi?

L’auspicio che chiude l’intervento pubblicato dal Corriere della Sera è che si presenti un’altra occasione: che i riflettori tornino a puntare sui giovani e che chi accetterà di farlo, messo in pausa per un attimo il dibattito sulle pensioni, trovi dall’altra parte qualcosa di più del “vuoto cosmico” per cui oggi li si chiama generazione perduta.

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