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Sicurezza: l’ossessione per l’ordine alimenta il disagio, la paura diventa consenso e mancano risposte educative | L’analisi di Tommaso Greco

Tra le richieste di repressione e il bisogno di risposte educative: la violenza giovanile e la paura come motore di consenso

Più si parla di sicurezza, più ci si sente insicuri.

È il paradosso da cui muove l’analisi del filosofo del diritto Tommaso Greco, firmata su Avvenire, che legge i recenti episodi di violenza, danneggiamenti e furti come il sintomo di qualcosa di più profondo.

Al di là delle responsabilità individuali, ancora da accertare, e della condanna dell’uso smodato della violenza da qualunque parte provenga, ciò che emerge, osserva Greco, è il sospetto che a livello globale quanto più si agisce in nome della sicurezza tanto più cresca il senso di precarietà.

Non sarebbe un caso.

La sicurezza, scrive Greco su Avvenire, è diventata da tempo il luogo centrale della legittimazione politica: è su di essa che i governi chiedono il consenso dei cittadini.

Per questo il tema finisce per essere affrontato quasi sempre con parole, metodi e azioni che lasciano intatto, o addirittura accrescono, il senso di insicurezza.

La “monarchia della paura”

A sostegno della sua tesi, l’autore richiama la riflessione di Vittorio Pelligra sulla “monarchia della paura” e una frase di Luca Baiada: “nulla è più al sicuro con la sicurezza”.

Un’insicurezza prodotta paradossalmente proprio dalla sua ricerca ossessiva, che secondo Greco vale tanto sul piano interno quanto su quello esterno.

La ricerca della sicurezza dentro i confini, spiega l’articolo di Avvenire, appare come l’altra faccia di quell’“amore per la guerra” che sembra essersi impossessato delle menti dei governanti sulla scena internazionale.

Due i segnali indicati.

Da un lato, in entrambi i casi è la forza a occupare il centro della scena, considerata l’unica leva capace di produrre effetti concreti nel mantenimento dell’ordine.

Dall’altro, la delegittimazione, la censura e talvolta la criminalizzazione delle voci critiche o di qualsiasi iniziativa di protesta, che riguardi la sicurezza o le guerre in corso.

L’“epoca del manganello”

Quella che stiamo vivendo, anche nelle democrazie avanzate, sembra sempre più l’“epoca del manganello”, per usare l’immagine proposta da Greco: uno strumento brandito come minaccia che diventa il simbolo di una stagione in cui si rinnova quella che Simone Weil chiamava l’“adorazione della forza”.

Ci si potrebbe aspettare, ragiona l’autore, che il discorso sulla sicurezza interna proceda di pari passo con quello sulla pace.

Accade invece l’esatto contrario: chi insiste sul vecchio binomio “legge e ordine” all’interno dei confini è spesso pronto a imbracciare le armi all’esterno, producendo così il massimo dell’insicurezza, perché nulla distrugge il senso e la realtà della sicurezza quanto il trovarsi coinvolti in un conflitto armato.

In entrambi i casi, nota ancora Greco su Avvenire, la politica viene concepita, a partire dal linguaggio d’odio, come una continuazione della guerra con altri mezzi, rovesciando il celebre detto di Clausewitz.

Esattamente il contrario di ciò che la politica dovrebbe essere, perché nelle sue origini essa è proprio l’alternativa alla violenza.

Il “patto iniquo”

Quando la politica si chiude in se stessa e perde capacità di analisi e di distinzione, tema su cui era intervenuto sulle stesse colonne anche Danilo Paolini, diventa urgente cercare risposte che non si riducano a un appello vuoto e retorico alla “sicurezza dei cittadini”.

L’impressione, sostiene Greco, è che la sicurezza in nome della quale si militarizzano le città e si restringono gli spazi di libertà, soprattutto per le fasce più deboli, somigli al “patto iniquo” descritto da Jean-Jacques Rousseau: un accordo che i forti impongono ai deboli convincendoli che la loro sicurezza coincida con quella di tutti.

La sicurezza dimenticata

Farsi domande scomode, secondo l’analisi pubblicata da Avvenire, significa prima di tutto essere onesti con se stessi, in un’epoca in cui alcuni pilastri della stabilità esistenziale, come il lavoro e la salute, vengono considerati estranei a ogni discorso sulla sicurezza.

Quante volte, si chiede l’autore, chi parla di sicurezza include la sicurezza sul lavoro o quella delle cure sanitarie?

Proprio ciò che più contribuisce a farci sentire sicuri viene escluso dal dibattito, perché la sicurezza è stata ridotta alla sola tutela dell’incolumità fisica delle persone e dell’integrità dei beni.

Da qui il rovesciamento più paradossale.

I giovani della generazione Z, protagonisti delle proteste di questi giorni, manifestano in nome di una sicurezza esistenziale fatta di cura, casa, lavoro, scuola, università, certezze sul futuro, ambiente, possibilità di arrivare a fine mese, aspirazione alla giustizia e alla pace.

Eppure vengono rappresentati, genericamente e collettivamente, come attentatori alla sicurezza, come nemici del futuro.

Proprio loro, conclude Greco su Avvenire, che del futuro di tutti sono i garanti, e la cui voce andrebbe ascoltata invece di essere soffocata “mettendogli violentemente un ginocchio sul collo”.

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