Sulla manovra del governo più longevo della storia repubblicana pesa un’incognita che in molti preferirebbero non nominare: lo spread.
È l’analisi che Sergio Rizzo propone nella sua rubrica “Contrarian” su MF-Milano Finanza, dove il differenziale di rendimento tra titoli di Stato viene descritto come il vero convitato di pietra al tavolo della legge di Bilancio.
Secondo quanto scrive MF, da quella “parolina” dipende anche la possibilità, nonostante tutto, di agganciare il treno che potrebbe portare l’Italia fuori dalla procedura d’infrazione europea già nella prossima primavera.
La speranza, osserva Rizzo, è che il mostro ancora sonnecchiante non si svegli del tutto: nella situazione attuale basterebbe poco per far decollare i rendimenti dei titoli di Stato e mandare in orbita la spesa per il servizio del debito pubblico.
A quel punto verrebbero meno non solo alcune mance elettorali che da tempo alimentano i sogni di fine legislatura, ma forse anche l’auspicato rientro dal “purgatorio” europeo.
I nuvoloni all’orizzonte
Sono questi, ricorda MF, i “nuvoloni all’orizzonte” evocati dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti davanti a uno sparuto plotone di parlamentari, appena diciotto, presenti alla Camera per ascoltare il suo intervento sul documento programmatico di bilancio, che prevede uno scostamento di ben 28,8 miliardi.
Il ricordo dell’ultima crisi dei debiti sovrani resta vivo e le tensioni sui titoli di Stato non accennano a diminuire.
Il caso Francia
Il problema, sottolinea il quotidiano finanziario, nasce in Francia, dove la crescita dello spread tra Bund tedeschi e obbligazioni decennali francesi riflette una situazione dei conti pubblici problematica, per non dire apparentemente fuori controllo.
In vent’anni il debito pubblico francese è quasi raddoppiato, passando dal 63 al 119% del Pil e raggiungendo la cifra di 3.600 miliardi: un livello che scalza l’Italia dal terzo posto nella graduatoria mondiale dei debiti sovrani, dietro Stati Uniti e Cina.
All’inizio di ottobre lo spread francese aveva toccato un massimo di 147 punti base, per poi assestarsi stabilmente sopra quota 130.
Il rischio contagio
La preoccupazione, spiega Rizzo su MF, è il contagio.
La crisi del 2011–2012 insegna che il virus della speculazione si trasmette con rapidità inusitata dal debito “paziente zero” ai debiti sovrani più fragili e quindi più attaccabili.
E lo spread con il Bund a dieci anni resta l’indicatore più attendibile del fattore di rischio.
Dal 30 settembre il differenziale tra i titoli decennali italiani e quelli tedeschi è tornato stabilmente sopra i 100 punti base, soglia che non veniva superata dal 23 giugno 2025.
Una circostanza che, secondo MF, aveva indotto la premier Giorgia Meloni, in uno slancio di eccessivo e fuorviante entusiasmo, a proclamare in Parlamento che “i titoli di Stato italiani vengono considerati più sicuri dei titoli di Stato tedeschi”.
Ma il superamento di quota 100, avverte il quotidiano, non è l’unico motivo di preoccupazione.
Il confronto con gli ex Piigs
C’è poi il confronto con gli altri Piigs, l’acronimo anglosassone, piuttosto spregiativo, con cui ai tempi della crisi dei debiti sovrani venivano indicati i Paesi dell’euro con economie deboli e alti debiti pubblici e quindi più esposti alla speculazione: Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna.
Secondo i dati riportati da MF, nei giorni scorsi lo spread italiano viaggiava intorno ai 107 punti base, contro i 60 della Spagna, i 45 del Portogallo e i 12 dell’Irlanda.
Perfino il differenziale tra i decennali greci e i Bund risultava inferiore al nostro, a 89 punti base.
“Un bel nuvolone, non c’è che dire”, commenta Rizzo.
Il costo per i conti pubblici
Il peso non è solo simbolico.
Come ricorda MF, ogni punto base di aumento dello spread comporta in teoria 35 milioni di euro di maggiore spesa per interessi sul debito pubblico italiano.
Non esattamente un buon viatico per una manovra già sottoposta, per ammissione dello stesso ministro dell’Economia, a forti pressioni da parte dei parlamentari.
Una legge di Bilancio, inoltre, che precede le elezioni politiche e porta con sé un carico enorme di aspettative, quasi tutte destinate a essere deluse.
L’ultima Finanziaria della legislatura, osserva il quotidiano, sconta già il pesante condizionamento dell’aumento delle spese militari e dovrà fare i conti con qualche misura per alleviare le difficoltà delle famiglie meno abbienti, il cui potere d’acquisto è eroso ogni giorno dall’inflazione.
Le conseguenze politiche, conclude Rizzo su MF, possono essere davvero rilevanti.
Resta da capire come la maggioranza di centrodestra riuscirà a mantenere le (troppe) promesse già fatte, a partire dal rendere strutturale il taglio del bollo auto e dalla riduzione dell’Irpef per il ceto medio.
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