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Oltre la sfiducia organizzata: la democrazia alla prova delle urne tra elezioni delegittimate e radicalismi | Lo scenario di Barbara Stefanelli

Elezioni delegittimate, voto “svuotato”, rabbia populista e ascesa dei partiti radicali.

Mentre l’Europa si prepara a una nuova stagione elettorale, il processo democratico rischia di perdere il suo significato più profondo.

Sette giorni su dieci.

Secondo un calcolo del New York Times, ripreso da Barbara Stefanelli in un’analisi pubblicata sul Corriere della Sera, è questa la frequenza con cui Donald Trump, dall’inizio del suo secondo mandato nel gennaio 2025, ha messo in dubbio l’attendibilità delle elezioni.

Con un’unica eccezione: il voto che lo ha riportato alla Casa Bianca, un “trionfo” troppo netto per poter essere manipolato.

Tutto il resto, nella sua narrazione, è stato “aggiustato” da avversari disonesti o addirittura “rubato”, come a suo dire sarebbe accaduto nel 2020.

I democratici, ripete, “imbrogliano come dannati”.

Un ritornello che, con l’avvicinarsi delle elezioni di metà mandato, serve a preparare il terreno: se vince, ha parlato il popolo; se perde, il popolo è stato derubato.

Le elezioni, che Trump mostra di disprezzare, in realtà gli fanno paura, perché nelle democrazie possono ancora ribaltare gli scenari.

Una paura che Vladimir Putin non conosce.

A settembre la Russia ha rinnovato la Duma: secondo i dati ufficiali ha vinto Russia Unita, con un’affluenza vicina al 60 per cento, la più alta dal 2011.

Con l’opposizione esclusa dalla competizione e i dipendenti pubblici sorvegliati da schiere di “motivatori”, il risultato era scontato.

Come osserva il Corriere della Sera, gli autocrati non temono le urne perché le hanno svuotate di potere e riempite di applausi: il record di partecipazione diventa una dimostrazione di forza.

Grande folla, un solo esito, già scritto.

Il caso tedesco

C’è poi un terzo fenomeno da osservare, quello che emerge dalle elezioni libere.

In Germania, ricostruisce Stefanelli, le ali più radicali della politica hanno dimostrato una capacità che sfugge sia ai partiti di governo sia alle opposizioni tradizionali: riportare ai seggi persone che se ne erano allontanate da generazioni.

A settembre, in Sassonia-Anhalt, ha votato il 77,8 per cento degli aventi diritto, la percentuale più alta dalla riunificazione nelle consultazioni locali.

AfD ha sfiorato il 44 per cento, grazie a un bacino stimato di 57 mila voti arrivati da chi si preparava a non votare più.

Due settimane più tardi, in Meclemburgo-Pomerania, l’ultradestra è salita al 38 per cento, spingendo la Cdu fuori dal parlamento regionale.

Lo stesso giorno, a Berlino, la Linke, formazione a sinistra della Spd, è diventata il primo partito cittadino con il 26 per cento, mentre AfD superava il 16.

Due forze agli antipodi, accomunate dalla capacità di intercettare chi vive ai margini per reddito, età o luogo di residenza.

La “contro-democrazia”

All’inizio del millennio si è discusso a lungo della “contro-democrazia” teorizzata dal politologo francese Pierre Rosanvallon nel 2006: un popolo-veto che scende in campo per bloccare e correggere, facendo leva su poteri indiretti diffusi nel corpo sociale, dalle organizzazioni non governative ai media, fino ai social network.

Un movimento letto, a seconda dei punti di vista, come una risorsa o come una degenerazione delle democrazie mature, nelle quali la rigidità della legittimazione elettorale viene messa in discussione.

In una visione ideale, le due dimensioni avrebbero dovuto dialogare e stimolarsi a vicenda.

In vent’anni, invece, la “sfiducia organizzata” ha conquistato e scosso la scena, intrecciandosi con i populismi e finendo per paralizzare, anche attraverso le urne, la possibilità di progetti politici sostenuti da maggioranze solide.

Tre minacce al voto

Il processo elettorale, cardine delle democrazie rappresentative, rischia così di perdere valore in tre modi, sintetizza il Corriere della Sera.

Trump delegittima la competizione; Putin ne comprime gli spazi; i partiti più radicali spingono sì al voto, ma per gridare “no”, con una rabbia che diventa al tempo stesso strumento e fine, più che veicolo di una proposta alternativa di governo.

A pagarne il prezzo è ciò che le Costituzioni del dopoguerra avevano posto al centro: la volontà dei cittadini e delle cittadine di partecipare attivamente alla costruzione di un presente condiviso.

Quella italiana lo stabilisce fin dal primo articolo: la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

L’Europa al bivio

Incalzata da policrisi e guerre ibride, l’Europa si prepara ora ad affrontare anche questa prova.

La Spagna andrà alle elezioni anticipate il 29 novembre, la Francia sceglierà il nuovo presidente in primavera, l’Italia rinnoverà il Parlamento nel 2027, alla scadenza naturale o prima.

Ovunque la domanda è la stessa: le forze capaci di quella moderazione necessaria ai compromessi, su cui si regge ogni coalizione ma anche ogni vita individuale aperta agli altri, sapranno rimotivare gli elettori senza chiamarli alla guerriglia?

Oggi il 90 per cento di affluenza registrato nel 1946, alle prime elezioni nazionali italiane a suffragio universale, con le donne finalmente al voto, sembra quasi un’allucinazione.

Lo stesso vale per l’85 per cento delle prime Europee, nel 1979.

Eppure è ancora la Costituzione, all’articolo 48, a ricordare che l’esercizio del voto “è un dovere civico”.

Da voti da perdere a voti da riprendere, è la conclusione dell’analisi di Stefanelli.

La responsabilità tocca a chi fa politica, ma anche ai cittadini: non per sferrare un colpo e sottrarsi alle responsabilità, bensì per tracciare un segno a matita che sia una delega positiva.

Perché la rabbia, si sa, non governa.

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