Nel nuovo libro “L’economia del bene comune” l’economista propone di superare la logica delle correzioni a posteriori: il bene comune deve diventare l’asse portante delle relazioni economiche, non un rimedio ai fallimenti del mercato.
Per anni Mariana Mazzucato ha sostenuto la necessità di uno Stato innovatore e di politiche economiche orientate alle missioni. Oggi l’economista, docente all’University College di Londra, dove dirige l’Institute for Innovation and Public Purpose, va oltre. In un’anticipazione del suo nuovo libro, “L’economia del bene comune” (Einaudi), pubblicata da La Stampa, Mazzucato spiega che quella ricetta da sola non è più sufficiente: per affrontare le grandi sfide del nostro tempo, dalla salute per tutti alla lotta ai cambiamenti climatici, serve un’economia nuova, fondata sull’azione collettiva.
Il punto di partenza, racconta l’autrice nel testo anticipato da La Stampa, è l’esperienza maturata nel tentativo di mettere in pratica le idee dei libri precedenti. Ne è emersa una convinzione: i problemi con cui ci misuriamo possono essere affrontati soltanto attraverso la collaborazione tra soggetti diversi e la loro intelligenza collettiva. Senza mettere al centro la creazione collettiva del valore, avverte, non si possono sperare risultati “buoni”. E “buono” non può significare semplicemente riempire i vuoti lasciati dal settore privato.
Oltre la logica del rimedio
È qui che Mazzucato muove la sua critica più netta. Finché i “beni pubblici“, come le strade, la difesa nazionale o la ricerca di base, saranno concepiti solo come rimedi all’assenza di investimenti privati, resteranno una teoria di ciò che il privato non fa. E finché i “beni comuni“, come laghi e boschi gestiti dalle comunità, saranno visti come soluzioni di ripiego di fronte all’incapacità di imprese e istituzioni, sarà difficile costruire collaborazioni proattive attorno a obiettivi condivisi. Un approccio che nasce da un fallimento, scrive l’economista, è negativo e reattivo per definizione, e destinato in ultima analisi all’insuccesso.
La proposta è rovesciare la prospettiva: impostare fin dall’inizio, nel modo giusto, le relazioni e le strutture economiche, anziché raccoglierne i cocci in un secondo momento. La domanda, secondo Mazzucato, non è più “che cosa dovrebbe fare lo Stato o il mercato?”, ma “come possiamo lavorare insieme, governi, imprese, comunità e individui, per risolvere sfide che riguardano tutti?”. L’economia del bene comune è dunque un’economia focalizzata sui risultati, che fa di partecipazione, apprendimento, trasparenza, reciprocità e condivisione dei benefici gli elementi centrali della collaborazione.
Dai vaccini all’Amazzonia
Gli esempi scelti dall’autrice rendono concreto il ragionamento. Durante una pandemia, se l’obiettivo è garantire a tutti l’accesso ai vaccini, non basta produrne in grande quantità: conta come vengono prodotti e distribuiti. Allo stesso modo, un fondo creato per migliorare la vita delle popolazioni della foresta amazzonica brasiliana funziona solo se quelle persone sono coinvolte nella sua gestione. Per il bene comune, sottolinea Mazzucato, è indispensabile che l’obiettivo riguardi tanto le collaborazioni per l’innovazione quanto la struttura dei meccanismi di finanziamento, così che conoscenza e potere siano condivisi. Da qui la necessità di occuparsi della “predistribuzione” e non solo della redistribuzione.
Il problema non è la crescita
Mazzucato ribadisce una tesi che le è cara: il problema del capitalismo non è la crescita in sé, ma il modo in cui la si persegue. I parametri utilizzati sono sbagliati perché confondono il prezzo con il valore, al punto che persino l’inquinamento fa crescere il Pil, se qualcuno viene pagato per bonificare le aree colpite. Sbagliato è anche il metodo di valutazione di costi e benefici, che non considera come, in ambiti quali il clima, i costi dell’inazione superino quelli dell’azione. E sbagliato è l’approccio che privilegia i risultati immediati rispetto alla trasformazione di lungo periodo.
Infine, l’economista giudica sterile lo stesso dibattito tra chi invoca la decrescita e chi considera la crescita prioritaria anche a scapito della lotta al riscaldamento globale. La via indicata è un’altra: concentrarsi su obiettivi di ampio respiro capaci di orientare i contratti tra pubblico e privato, come la decarbonizzazione dei trasporti attraverso investimenti nella mobilità sostenibile; guardare all’impatto di lungo termine delle misure, senza restare prigionieri di discussioni sui vincoli di bilancio; valorizzare e ricompensare chi contribuisce alla salute, al benessere e alla produttività. Solo così, sostiene, si potrà arrivare a una “crescita buona”.
Le relazioni al centro
Il cuore del libro, spiega l’autrice nell’estratto pubblicato da La Stampa, è l’attenzione ai rapporti tra gli attori economici: tra imprese e Stato, per esempio sui diritti di utilizzo dell’acqua e sui diritti di proprietà; tra capitale e lavoro, a partire dalla condivisione dei benefici; tra cittadini e Stato, perché tutti possano far sentire la propria voce nelle decisioni, anche a livello locale. A che serve parlare di un’economia più verde, si chiede Mazzucato, se si replicano gli stessi squilibri della vecchia economia?
Per costruire questa visione, l’economista attinge alla lunga tradizione filosofica del bene comune: dagli antichi Greci e dalla loro idea di “vita buona” ai pensatori comunitaristi contemporanei, fino agli approcci olistici delle filosofie non occidentali, fondati sulla dipendenza reciproca degli individui e su un rapporto più stretto con la natura. Il messaggio finale è chiaro: non basta guardare a come gli attori economici si relazionano tra loro, bisogna chiedersi anche a che cosa vogliamo arrivare insieme.
Il libro: Mariana Mazzucato, “L’economia del bene comune“, traduzione di Fabio Galimberti, Einaudi, collana Passaggi, 384 pagine, 22 euro.
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