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Oltre le tasse: l’Italia deve scegliere un modello di sviluppo per tornare a crescere | L’analisi di Paolo Maranzano e Roberto Antonio Romano

Il dibattito sulla politica economica italiana si è ormai ridotto quasi interamente alla questione fiscale. Ridurre le imposte, tagliare il cuneo contributivo, alleggerire il prelievo sul ceto medio: temi importanti, che incidono sui redditi e sulle condizioni materiali delle famiglie. Ma che rischiano di trasformarsi in un diversivo se non ci si chiede perché l’Italia continui a crescere meno delle principali economie europee e perché le risorse investite non riescano a invertire la tendenza. È la tesi sostenuta dagli economisti Paolo Maranzano e Roberto Antonio Romano in un’analisi pubblicata sul quotidiano Domani, che propone di partire proprio da questa domanda per valutare gli anni del governo Meloni.

Un contesto difficile, ma non un alibi

Gli autori non dimenticano il quadro in cui l’esecutivo si è mosso: la crisi energetica, la guerra in Ucraina, l’inflazione e un nuovo Patto di stabilità europeo che, pur introducendo una programmazione pluriennale, continua a restringere i margini della politica di bilancio. Vincoli che, secondo l’analisi di Domani, non assolvono il governo dalle proprie responsabilità, ma rendono semmai ancora più importante capire quali priorità abbia scelto.

Investire di più non basta

Il primo dato messo in evidenza riguarda gli investimenti. Tra il 2016 e il 2025 quelli italiani sono aumentati di circa il 40 per cento, ben al di sopra della media dell’area euro, anche grazie alle risorse del Pnrr. Eppure la crescita del Pil è rimasta inferiore a quella europea. Per Maranzano e Romano non si tratta di una contraddizione da liquidare con una generica denuncia della scarsa crescita, ma di un problema economico da spiegare.

Un indizio arriva dall’intensità tecnologica degli investimenti: il rapporto tra spesa in ricerca e sviluppo e investimenti complessivi è sceso da circa l’8 per cento nel 2016 al 6,3 per cento nel 2024. In altre parole, si è investito di più senza rafforzare in misura coerente la componente tecnologica del sistema produttivo. Il Pnrr ha fatto crescere il volume degli investimenti, ma non sembra aver cambiato il motore della crescita italiana. Il nodo, osservano gli autori, non è soltanto quanto si investe, ma in che cosa e con quali effetti sulla struttura produttiva. Se gli investimenti non alimentano ricerca, innovazione, produttività e capacità tecnologica delle imprese, la loro capacità di sostenere la crescita resta limitata.

Salari bassi, domanda debole

La stessa fragilità emerge sul fronte dei redditi. La quota dei salari sul Pil si colloca intorno al 29 per cento nel 2025, contro circa il 45 per cento in Germania e il 38 per cento in Francia e Spagna. Le differenze tra i sistemi produttivi invitano alla cautela, riconoscono gli autori, ma la distanza è troppo ampia per essere ignorata. Salari deboli significano minore capacità di consumo; una domanda interna insufficiente rende più difficile sostenere investimenti, innovazione e produttività. Un circuito che tende ad autoalimentarsi. Ecco perché, secondo l’analisi, le politiche fiscali, pur potendo migliorare il reddito disponibile di alcune categorie, non possono sostituire una strategia capace di incidere sulla qualità dell’occupazione, sulle retribuzioni e sulla specializzazione produttiva.

L’inflazione che pesa sui più deboli

Anche l’inflazione ha prodotto effetti distributivi diversi. Tra il 2016 e il 2025 i prezzi relativi ad abitazione, acqua ed energia sono aumentati del 43,6 per cento, quelli degli alimentari del 31 per cento. Le famiglie con minori livelli di spesa destinano oltre il 70 per cento dei consumi ad abitazione e alimentari: per loro l’aumento dei prezzi essenziali lascia margini ridotti per tutte le altre necessità. Non è dunque soltanto una questione di imposte, sottolineano Maranzano e Romano, ma anche di come garantire l’accesso a beni e servizi fondamentali e di quale ruolo debbano svolgere la regolazione pubblica e le imprese che li erogano.

Il peso del debito

C’è poi il capitolo della finanza pubblica. Nel 2026 la spesa per interessi sul debito è stimata in circa 97 miliardi di euro, mentre sanità e istruzione assorbono quote della spesa pubblica inferiori alla media europea. Il debito elevato limita le possibilità di intervento; la crescita insufficiente rende a sua volta più difficile ridurne il peso rispetto al Pil. Un circolo vizioso che, secondo gli autori, non si spezza con la sola disciplina contabile. Occorre guardare alla composizione della spesa, non soltanto al suo ammontare: quali risorse finanziano servizi, ricerca, infrastrutture e trasformazioni produttive, e quali investimenti possono aumentare la capacità di crescita.

Continuità più che svolta

Nel giudizio dei due economisti, le scelte del governo Meloni sono rimaste in larga misura in continuità con quelle precedenti, anche se era stato promesso il contrario. Tagli fiscali e misure sul reddito non hanno modificato i principali indicatori strutturali. La prossima manovra, peraltro, si presenta contenuta: proprio per questo, si legge su Domani, le priorità contano più degli annunci.

La questione, precisano gli autori, non è negare l’importanza delle tasse, ma evitare che diventino l’unico terreno del confronto politico. Ridurre il prelievo può essere utile, così come aumentarlo potrebbe servire a finanziare servizi pubblici. Ma con quali effetti sulla domanda, sugli investimenti e sulla capacità produttiva? E soprattutto, quali interventi possono rendere l’Italia meno dipendente da una crescita debole, salari bassi e scarsa intensità tecnologica?

La conclusione dell’analisi pubblicata da Domani è netta: non basta decidere chi paga meno imposte, occorre capire quale economia si vuole costruire. Altrimenti, anche quando cambia la distribuzione del prelievo, il modello di sviluppo resta sostanzialmente lo stesso.

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