Crescono redditi, occupazione e longevità, ma non la stabilità del lavoro. Il 7,5% degli italiani fatica ad arrivare a fine mese, i contratti a termine diventano una trappola e il Sud resta indietro
Un Paese che migliora, ma che resta profondamente diseguale: diviso per geografia, per sesso e per generazione. È il ritratto che emerge dal Rapporto Bes 2026 dell’Istat sul benessere equo e sostenibile, come racconta su la Repubblica Valentina Conte. Tra gli indicatori presi in esame, 54 migliorano, 55 restano stabili e 23 peggiorano. Un «generale avanzamento del benessere», lo definisce l’Istituto di statistica, che però non basta a colmare le fratture: a partire da quella tra un Nord che corre e un Mezzogiorno dove soltanto quattro donne su dieci hanno un lavoro.
Redditi in crescita, potere d’acquisto fermo
Gli italiani vivono più a lungo, con una speranza di vita salita al record di 83,7 anni. Crescono i redditi e cresce l’occupazione. Ma il potere d’acquisto ha recuperato appena il 2,2% negli ultimi due anni e, allargando lo sguardo, in trent’anni il reddito pro capite reale è aumentato solo del 2,8%.
La povertà assoluta riguarda ancora 5,4 milioni di persone. E nell’arco di un solo anno la quota di chi arriva a fine mese con grande difficoltà è salita dal 5,8 al 7,5%.
Più occupati, meno stabilità
Il mercato del lavoro racconta la contraddizione più evidente. Il tasso di occupazione tra i 20 e i 64 anni raggiunge il 67,6%, ma la stabilità non segue lo stesso passo. «Aumenta la precarietà di lunga durata e si riducono le transizioni da lavori instabili a lavori stabili», osserva l’Istat.
I lavoratori a termine da almeno cinque anni presso lo stesso datore salgono dal 19,4 al 21,3%. Quelli che riescono a passare a un contratto stabile scendono invece dal 16,6 al 12,3%. Anche la soddisfazione cala: gli occupati molto soddisfatti del proprio lavoro passano dal 51,1 al 47,8%.

Il conto più pesante lo pagano le donne. Il part-time involontario riguarda il 12,8% delle lavoratrici, tre volte la quota maschile. E il 68,9% del lavoro familiare non retribuito resta sulle loro spalle anche nelle coppie in cui entrambi lavorano: una percentuale rimasta immutata da dieci anni.
Laureati sottoutilizzati e fuga di cervelli
C’è poi il nodo delle competenze sprecate. Un laureato occupato su quattro tra i 25 e i 34 anni svolge mansioni poco o mediamente qualificate. Intanto l’Italia continua a perdere giovani laureati verso l’estero, mentre il Sud li perde verso il Nord.
La scuola che lascia indietro
I dati sull’istruzione mostrano insieme progressi e fragilità. Gli abbandoni scolastici precoci scendono all’8,2%, sotto l’obiettivo europeo fissato per il 2030. I Neet, i giovani che non studiano né lavorano, calano al 13,3% dal 23,7% del 2020.
Ma alla fine delle scuole medie il 43,1% degli studenti non raggiunge competenze sufficienti in italiano e il 45,5% in matematica: un peggioramento continuo. E solo il 31,3% dei 25-34enni è laureato, quasi 14 punti sotto la media dell’Unione europea. Il risultato è un doppio corto circuito: la scuola lascia indietro troppi ragazzi e le imprese faticano a valorizzare i titoli di studio.
Il disagio dei giovani
Proprio dentro queste contraddizioni, sottolinea la Repubblica, si può leggere il malessere dei giovani scesi in piazza in Italia. Durante la presentazione del Rapporto, dall’Istat è arrivata una riflessione: i ragazzi «ci stanno interrogando su quali siano le condizioni di vita che gli stiamo offrendo, sulle prospettive e sulle opportunità future». E soprattutto «ci stanno chiedendo di entrare nel processo decisionale che riguarda loro più che tutti noi».
Da qui l’ipotesi di introdurre nel Bes indicatori sulla rappresentanza giovanile, come già avviene per quella femminile. Una sfida coerente con l’invito del presidente dell’Istat, Francesco Maria Chelli, ad «accelerare per produrre informazioni sempre più rilevanti sui temi di frontiera», ancora poco esplorati dalla statistica.
Salute mentale e fiducia in calo
Esiste anche un disagio meno visibile. La salute mentale peggiora tra i più giovani, soprattutto tra le ragazze e le giovani donne, mentre migliora tra gli anziani. Eppure i 14-19enni registrano ancora i livelli più alti di soddisfazione per la vita e per le relazioni familiari e amicali.
Tra i 25-34enni, però, soltanto il 21,1% ritiene che la maggior parte delle persone sia degna di fiducia, oltre tre punti in meno in un anno. E tra le ragazze di 14-19 anni quasi una su due teme di subire una violenza sessuale. La nuova indagine Istat, aggiornata dopo undici anni, rileva lievi cali della violenza fisica e nella coppia. Ma la paura aumenta.
Grafico in allegato: Istat, Rapporto Bes 2026 (formato PNG 1200×675 e SVG per il sito).
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