Le tensioni sul mercato dei titoli di Stato francesi stanno sollecitando una riflessione sul rischio che si ripeta una “crisi del debito sovrano europeo” come quella vissuta una quindicina di anni fa.
A sostenerlo è Carlo Cottarelli in un intervento sul Corriere della Sera, nel quale l’economista precisa subito che quella possibilità è ancora molto lontana, ma che vale la pena capire quali fattori potrebbero aggravare la situazione.
I due motori del debito
Per misurare la gravità del problema francese, Cottarelli parte da quella che lui stesso definisce “una nota da nerd”.
L’andamento del rapporto tra debito pubblico e Pil dipende da due elementi.
Il primo è il cosiddetto “saldo primario”, cioè il bilancio dello Stato al netto della spesa per interessi: se lo Stato incassa 100 euro di tasse e ne spende 90 senza contare gli interessi, ha un avanzo primario di 10 euro, risorse che possono servire a pagare gli interessi e a ridurre il debito.
Se invece la spesa supera le entrate, si crea un deficit primario che si aggiunge al debito già accumulato.
Il secondo elemento è il differenziale tra il tasso di interesse pagato sul debito e il tasso di crescita del Pil.
Più alto è il tasso di interesse, più il debito aumenta; più alta è la crescita, meno sale il rapporto tra debito e Pil.
Negli ultimi decenni, spiega l’economista sul Corriere della Sera, la Francia ha sempre registrato deficit primari, ma la crescita del Pil superava il costo del debito, e questo frenava l’aumento del rapporto debito/Pil.
Perché Parigi preoccupa
Negli ultimi cinque anni, però, il deficit primario francese è rimasto su livelli ben più alti di quelli del decennio precedente: nel 2025 era pari al 3% del Pil.
Non solo: gli sviluppi politici, compresa la difficoltà di affrontare di petto il peso della riforma delle pensioni, hanno iniziato a preoccupare gli investitori.
Il risultato, scrive Cottarelli, è duplice: da un lato è cresciuto il tasso di interesse, dall’altro si è ridotta la crescita del Pil.
Per la prima volta da decenni, il differenziale tra i due è diventato leggermente positivo.
E se invece del tasso medio sul debito passato si considerasse quello sui nuovi titoli emessi, si arriverebbe a un differenziale di tre quarti di punto percentuale.
Se questa situazione dovesse durare nel tempo, per evitare un’esplosione del rapporto tra debito e Pil la Francia dovrebbe migliorare il proprio saldo primario di quasi quattro punti percentuali di Pil, con tagli di spesa o aumenti di tasse.
Non poco.
Da qui, osserva l’economista, il nervosismo dei mercati.
E l’Italia?
Quanto al nostro Paese, Cottarelli sottolinea sul Corriere della Sera che l’aumento dello spread registrato nell’ultima settimana è dovuto soprattutto a una discesa dei tassi tedeschi, e non a un aumento di quelli italiani.
Ma se le pressioni sulla Francia dovessero crescere, i problemi arriverebbero anche per Roma.
L’Italia ha un avanzo primario dell’1,2% del Pil quest’anno, che dovrebbe scendere di poco nel 2027 (0,9%).
Il punto debole è che anche il nostro Paese ha un differenziale tra tasso di interesse e tasso di crescita positivo, e anzi un po’ più alto di quello francese. Italia e Francia, rileva l’economista, sono ormai gli unici Paesi avanzati con un differenziale positivo: “un primato difficilmente invidiabile”.
In sintesi, secondo Cottarelli le politiche di bilancio relativamente prudenti del governo Meloni hanno protetto l’Italia da una crisi di fiducia causata da colpe proprie, ma non del tutto da una crisi nata altrove.
Il debito pubblico è rimasto alto e senza segni tangibili di riduzione: per questo restiamo esposti al contagio francese.
Il nodo politico dell’euro
L’economista ricorda infine che gli attuali livelli dei tassi di interesse e dello spread sono ancora lontani da quelli del 2011-2012.
Allora si era arrivati a quei picchi anche perché si era diffusa la convinzione che qualche Paese sarebbe stato costretto dai mercati, o avrebbe scelto, di uscire dall’euro.
Finché nessuno tornerà a parlare di questa eventualità, sostiene Cottarelli, una nuova crisi del debito sovrano resta improbabile.
Il rischio, quindi, è in gran parte politico.
Il Rassemblement National ha abbandonato la sua posizione contro l’euro, e il pericolo semmai arriva dalla Germania, dove l’AfD continua ad avere l’uscita dalla moneta unica nel proprio programma.
Anche in Italia, ricorda l’economista sul Corriere della Sera, il programma di Futuro nazionale prevede che il Paese debba comunque essere pronto a uscire.
Sono posizioni, conclude Cottarelli, per fortuna minoritarie: “Dobbiamo sperare che restino tali”.
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