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Quei bambini con il passamontagna | L’analisi

Ha 11 anni, frequenta la seconda media ed è il più giovane tra i saccheggiatori identificati dopo gli scontri nel centro della città. La giustizia minorile intanto sceglie la strada della comunità e dei domiciliari: “Riflettere sul loro disagio”.

Vestito di scuro, il volto coperto da un passamontagna, si muove tra i casseur come uno di loro.

I video che lo ritraggono durante la guerriglia urbana che ha sconvolto Milano sono diventati virali: lo si vede fuggire da un negozio di via Dante con addosso abiti e cinture appena rubati, poi ricomparire nell’assalto al Carrefour mentre tenta di infrangere i vetri, infine accanto a un cestino in fiamme, con la posa di un violento consumato.

Ma dietro quel passamontagna, come racconta il Corriere della Sera, c’è un bambino di 11 anni, di origine magrebina, che vive nel popoloso quartiere della Barona e frequenta le medie.

È il più giovane manifestante identificato dopo gli scontri.

Avendo meno di quattordici anni, come altri ragazzi coinvolti, non è imputabile, ma potrebbe essere segnalato alla Procura per i Minorenni e ai servizi sociali.

Secondo quanto ricostruito dal quotidiano di via Solferino, i compagni non hanno dubbi sul movente: “È andato lì per fare casino e diventare ricco, la roba che ha preso si rivende facile”.

Delle ragioni della manifestazione contro il carovita, invece, non sapeva nulla.

Un ragazzino che la piazza la conosce bene

Alla Barona, per trovarlo, basta andare in piazza.

“Col monopattino che sfreccia o sui pattini”, racconta una compagna di scuola al Corriere della Sera.

Sempre in movimento, a volte in compagnia di amici più grandi.

Già prima dei video “era uno di quelli capaci di farsi guardare da tutti”.

“Fa tanto casino”, ripetono i compagni di prima e terza media, che ricordano una ragazzina di cui si era innamorato e le scenate per attirarne l’attenzione.

Quando si chiede se gli parlano, una ammette: “Fa un po’ paura”.

In classe ha un seguito e gli altri evitano di metterselo contro.

Fuori c’è la strada, il calcio giocato tra i palazzi.

In zona un campo c’è, l’Iris, “ma frequentarlo costa”, osservano i ragazzi.

Sotto i filmati circolati in rete si moltiplicano insulti e sfottò.

Ci rimarrà male?

“Ma no, lui ride, è sempre fama”.

La scuola: “Ci si sente devastati”

Dentro l’istituto comprensivo che frequenta, il morale è a terra.

“Ci si sente devastati”, sintetizza la dirigente scolastica, intervistata dal Corriere della Sera.

Un’utenza variegata e progetti all’avanguardia, come lo “Stem in English” alle medie.

“Alcuni nostri docenti piangevano, c’è stato uno scoramento generale per il senso di impotenza, nonostante il nostro grande investimento su di lui, non solo di progetti, ma anche emotivo”.

Il bambino è arrivato in Italia quattro anni fa e non è chiaro se nel suo Paese frequentasse regolarmente la scuola.

Oltre ai corsi di alfabetizzazione, dalla prima media è stato avviato per lui un progetto educativo personalizzato.

“Ha delle fragilità, ancora non parla bene in italiano, fatica a stare in classe tutte le ore, ma non ha mai fatto vandalismi o risse. Frequenta con piacere”.

Tanto che, dopo gli scontri, si è presentato regolarmente in classe; dopo un giorno di assenza è tornato tra i banchi.

I video erano già arrivati ai professori.

“Anche i compagni li hanno visti e si sono spaventati. Lui dubitiamo che si sia reso conto”, aggiunge la preside.

Chiedergli il perché di quel comportamento?

“Lo faremo nei prossimi giorni”.

Intanto il clima in classe è cambiato.

A causa delle chat, l’account WhatsApp di alcuni ragazzi è stato hackerato.

“Temiamo che il vedersi famoso sui social sia controproducente per lui e non comprenda”.

Il suo programma educativo sarà rafforzato, ma fuori dalla classe.

“Per qualche tempo è meglio così. Ai compagni ho detto che c’è una linea di demarcazione ben netta tra bene e male, e che chi ruba commette un reato penale e ciò porta a conseguenze importanti”.

Ma il pensiero, confessa la dirigente, torna continuamente a lui: un ragazzino “bellissimo e dolcissimo, ma che gioca in un altro campionato, che non è quello dei ragazzi della sua età”.

Gli altri minorenni: comunità o domiciliari

La vicenda dell’undicenne si inserisce in un quadro più ampio, quello dei tanti minorenni protagonisti dei saccheggi del fine settimana nel centro di Milano.

E proprio come per lui, a fare la differenza – osserva Luigi Ferrarella sul Corriere della Sera – non sono tanto le condotte di piazza, magari identiche, quanto i contesti familiari e scolastici da cui provengono.

Ci sono, scrive, “i sommersi e i salvati”, anche tra gli ultimi delle periferie.

Lo dimostrano le convalide degli arresti di cinque ragazzi decise dalla gip minorile Paola Ghezzi.

Due quattordicenni, un italiano di seconda generazione e un coetaneo nato in Bangladesh, difesi dalle avvocate Francesca Rena e Luna Rocchi, sono stati collocati in comunità “in considerazione dell’inadeguatezza del contesto familiare”, già emersa per il primo con l’apertura di un procedimento limitativo della responsabilità genitoriale e per il secondo con pregresse condotte di maltrattamenti familiari.

Tre quindicenni, due italiani e un albanese che, al contrario, una famiglia in qualche modo ce l’hanno e a scuola bene o male vanno, si sono visti applicare la misura meno gravosa della “permanenza a casa”, accompagnata “dall’immediata ripresa del percorso scolastico e dall’attivazione di un sostegno psicologico”.

Una misura ritenuta idonea a fronteggiare le esigenze cautelari e a consentire il superamento “dello stallo evolutivo in cui appaiono imbrigliati gli indagati”, difesi dai legali Daniela Damiano, Michele D’Agostino, Armando Sismondi e Nicolò Leitemperger.

La giudice, riferisce ancora il Corriere della Sera, constata “con un velo di amarezza” che tutti i giovani indagati sono portatori di un disagio che, “lungi dal giustificare le loro condotte, che hanno infatti assunto rilevanza penale, merita una riflessione del mondo adulto e soprattutto una risposta in termini educativi oltre che punitivi”.

Una risposta che li possa sostenere nella ripresa del percorso evolutivo “in maniera diversa e più responsabile”, portandoli in futuro a fare scelte di legalità, di rispetto degli altri e dei beni della collettività.

Un approccio diverso da quello, più rigido, del gip dei maggiorenni Fabrizio Filice, che aveva parlato di “un preciso progetto di destabilizzazione dell’ordine pubblico” e di una “triste vicenda che ha visto la città di Milano ferita da condotte per lo più poste in essere da giovanissimi”.

Sul fronte dei maggiorenni, la gip Maria Idria Gurgo di Castelmenardo, chiamata a decidere su sei richieste di convalida di arresti eseguiti dopo gli scontri della domenica, ha deciso su due giovani accusati di resistenza a pubblico ufficiale e non di devastazione, assistiti dai legali Giulia Geradini e Marco Moscatiello.

La Procura chiedeva il carcere; la giudice ha invece disposto i domiciliari con braccialetto elettronico per un diciottenne italiano e l’obbligo di presentazione alla polizia tre volte a settimana per un ventiquattrenne marocchino, valorizzandone incensuratezza, giovane età, il “sincero dispiacere” espresso nell’interrogatorio e la necessità di salvaguardare il lavoro, dato che entrambi sono assunti con regolare contratto.

Il sedicenne con il cappello del carabiniere

Tra i volti diventati simbolo di quei giorni c’è anche quello di un sedicenne originario del Marocco e residente a Desio, in Brianza.

Come riporta il Corriere della Sera, i video pubblicati su TikTok lo mostravano ballare in piazza Duomo tra i lacrimogeni, con in testa il cappello d’ordinanza sottratto a un carabiniere aggredito durante il primo giorno di disordini.

Gli investigatori dell’Arma lo hanno rintracciato e denunciato a piede libero per devastazione e saccheggio, furto e vilipendio alle forze armate.

Storie diverse, età diverse, ma un filo comune: ragazzi che cercano nella piazza e sui social una visibilità che altrove non trovano.

E un bambino di 11 anni che, come teme la sua scuola, rischia di scambiare la fama di un video virale per un traguardo.

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