Per la prima volta si sono visti scendere in piazza ragazzini che frequentano ancora la scuola media.
In apparenza partecipavano a una manifestazione su temi sociali importanti, ma quello che molti di loro hanno fatto, in realtà, è stato spaccare tutto.
Da qui parte l’analisi dello psicoterapeuta Alberto Pellai in un editoriale pubblicato su Avvenire, intitolato “Il burattinaio e gli schermi”.
Un corpo potente, una mente ancora fragile
Secondo Pellai, piazza e rivolta sociale non sono luoghi e azioni per cui la preadolescenza possa dirsi pronta.
Con la pubertà il corpo cambia e si prepara alla scoperta del mondo, con un’energia e una forza mai avute prima.
Anche la mente diventa potente: il sistema limbico, la parte del cervello dove nascono le emozioni, prende il controllo e rende il ragazzo vulnerabile a qualsiasi proposta che metta in gioco questa potenza nuova, che non sa ancora “maneggiare bene”.
La preadolescenza, spiega l’editorialista di Avvenire, è il momento in cui si esce dal copione dell’obbedienza agli adulti e ci si prepara all’autonomia, ma senza avere ancora la maturità cognitiva per farlo bene.
Le reti neuronali che governano e regolano le emozioni, a quest’età intense e spesso fuori controllo, sono ancora fragilissime: vanno rafforzate con un lavoro paziente, costante e sapiente da parte del mondo adulto.
Dalle biciclette agli schermi
Fino a vent’anni fa, ricorda Pellai, i preadolescenti uscivano in bicicletta, andavano al campetto dell’oratorio o al parco, frequentavano oratori, associazioni sportive, scout, la banda, il coro.
Lì si muovevano per la prima volta da soli nel territorio di casa e incontravano i coetanei, ma anche gli adulti di una comunità educante che sorvegliava la crescita e dava una direzione a quella nuova potenza, trasformandola giorno dopo giorno in competenza.
Poi, all’improvviso, è arrivata una “seconda vita” a portata di mano: eccitantissima, sempre accesa, piena di cose divertenti e anche molto proibite.
Le biciclette sono sparite dalle città e gli adulti hanno pensato che tenere i figli a casa a giocare nelle community multiplayer fosse più comodo e più protettivo.
“Dentro lo schermo non cadi, non ti fratturi le ossa, non fai rumore”, scrive Pellai.
Così la vita virtuale ha inghiottito quasi tutto il tempo libero dei ragazzi, e la preadolescenza, la fase più fragile della crescita, si è buttata nel “Paese dei Balocchi” del digitale, felice di sfogarvi la voglia di potenza e di “sensation seeking” tipica di questa età.
Videogiochi, social media e siti pornografici hanno preso il posto di oratori, campi da calcio e uscite con gli scout.
Le famiglie più attente, osserva l’autore, hanno cercato un difficile equilibrio imponendo ai figli dosi obbligatorie di vita reale.
Se un tempo erano i figli a scappare fuori casa, inseguiti da genitori che volevano frenarne le richieste di libertà, negli ultimi dieci anni sono stati i genitori a dover spingere ragazzi e ragazze verso la vita reale, a cui spesso i figli avrebbero rinunciato volentieri pur di restare nella comfort zone del loro parco giochi virtuale.
Il burattinaio
Ora, secondo l’editoriale di Avvenire, le rivolte di piazza segnalano un fenomeno nuovo.
Dopo aver tenuto i ragazzi incollati allo schermo per anni, a fare quello che avrebbero dovuto fare nel mondo reale, cioè giocare e socializzare, il mondo online, che ormai controlla in buona parte la loro vita, comincia a dare ordini: “Vai in piazza e spacca tutto”.
E loro, come soldati obbedienti, escono di casa e spaccano.
Sugli smartphone è arrivato anche il messaggio “Non andare a scuola, perché è troppo pericoloso”, e complice la paura degli adulti molti a scuola non ci sono andati.
Per Pellai è un totale ribaltamento del concetto di villaggio educante.
Quello del mondo reale era fatto di persone che ci mettevano la faccia e si assumevano responsabilità precise verso i minori della propria comunità.
Nel mondo virtuale, invece, c’è qualcuno di cui non conosciamo né nome né volto che, come un burattinaio, dirige i figli più fragili e più digitalizzati, ne tiene in mano i fili e ne condiziona i movimenti.
Se il villaggio educante reale punta a trasformare la potenza dei preadolescenti in competenza, conclude l’editorialista, il mondo virtuale sembra spingere chi cresce verso l’azione impulsiva e violenta, dove trovare il proprio posto può significare “spaccare tutto” o “non andare a scuola”.
Il codice di comportamento che sta invadendo la vita dei più giovani è occulto e molto violento, distruttivo e “digitalmente nichilista”.
Un pericolo reale, avverte Pellai su Avvenire: per questo è arrivato il momento in cui il mondo civile deve obbligare il mondo online a cambiare rotta, invece di lasciare che i nostri figli diventino burattini del suo progetto perverso, di cui vediamo ogni giorno gli effetti.
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