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Philippe Van Parijs, professore di Economia politica: “Reddito di base e tasse sulle grandi eredità per ricucire lo strappo con chi protesta”

Dalle piazze di Parigi a quelle di Milano, fino alla periferia di Napoli, dove commercianti e cittadini sono scesi in strada contro il carovita, l’Europa ribolle. Inflazione e aumento dei prezzi dei beni alimentari alimentano proteste popolari sempre più diffuse.

A offrire una chiave di lettura del malcontento è Philippe Van Parijs, professore di Economia politica a Louvain e tra i massimi teorici del reddito di base universale, intervistato da Fabrizio Goria per La Stampa a margine del Festival Internazionale dell’Economia di Torino.

La ricetta dell’economista belga punta a ricucire il pericoloso strappo che si è creato tra cittadini e istituzioni.

Ma Van Parijs mette subito in chiaro un punto: “Il reddito di base non è un’alternativa all’accesso a un impiego, ma uno degli strumenti necessari per dare a tutti la possibilità reale di un lavoro significativo”.

Nessuna panacea

Le proteste, spiega Van Parijs a La Stampa, nascono da istanze composite. “Identità, bisogno di riconoscimento e sfiducia costituiscono i grandi nodi irrisolti della nostra epoca”, osserva. “Nessuno studioso può sostenere l’esistenza di un singolo strumento in grado di profilarsi come la panacea definitiva per lenire i mali alla base delle rivolte attuali”.

Serve piuttosto “un vasto insieme di interventi strutturali”, di cui il reddito di base rappresenta soltanto “una tessera di questo mosaico”.

L’economista respinge l’idea che un assegno mensile possa trasformarsi in uno strumento per comprare il quieto vivere, lasciando intatta l’alienazione di fondo.

Al contrario, sostiene, “lo scopo primario consiste nell’abilitare ogni cittadino a ottenere una professione ricca di significato e utilità”.

Per arrivarci servono aggiustamenti dell’impalcatura educativa e “uno sviluppo senza precedenti della formazione continua nel corso della vita”, in modo da assicurare a ogni bambino, adolescente e giovane una speranza concreta di integrazione economica. “Senza tale inserimento nel tessuto produttivo risulta precluso il riconoscimento tra individui e collettività”.

Il lavoro come pilastro

Per Van Parijs la pace sociale si ricostruisce se la società si comporta non come un semplice erogatore di denaro, ma come una comunità capace di offrire una collocazione a ogni essere umano. “La nostra identità non si esaurisce nella sola etichetta professionale, ma il lavoro si conferma un pilastro per la tenuta del sistema”, afferma.

Le derive distruttive delle proteste nascono da infinite ramificazioni del disagio: “Fornire a tutti risorse in denaro per vivere non basta a spegnere i roghi. Occorre garantire un ruolo riconosciuto e difendere le esistenze in ogni ambito. La tranquillità monetaria erogata alla base rappresenta soltanto uno stadio di partenza”.

La questione fiscale

Sul fronte delle entrate, a domanda de La Stampa sull’ipotesi di un’imposta straordinaria sui più abbienti e sul rischio di una fuga di capitali, l’economista non ha dubbi: “Sarà inevitabile applicare prelievi maggiori su qualsivoglia forma di capitale nei prossimi decenni. Il peso relativo dei salari sul prodotto interno lordo affronterà una contrazione inarrestabile”.

Una tendenza che, ricorda, è stata cristallizzata anche da Sam Altman, il fondatore di OpenAI, in un saggio recente: la quota di Pil derivante dal lavoro umano è destinata a calare, mentre crescerà quella destinata ai profitti d’impresa. “Volendo perseverare nel modello dello Stato sociale per finanziare i servizi a venire, non ci resta alternativa. Dovremo esigere un contributo superiore al capitale”.

Il caso belga e la grande transizione

Senza correttivi, avverte Van Parijs, le distorsioni sono destinate ad aggravarsi.

L’esempio arriva dal suo Paese: “In Belgio si sta consumando un dramma scandaloso. Nel Paese non si era mai registrata una simile abbondanza media”.

Con l’imminente uscita di scena della generazione dei baby boomer, spiega, “stiamo per assistere alla più colossale transizione di denaro da una generazione all’altra della storia europea in termini assoluti”.

Il problema è il modo in cui avverrà. “Una fetta spropositata aggira le norme successorie abituali e sfrutta le donazioni fra soggetti in vita”, racconta l’economista a La Stampa.

Regalie che godono di aliquote al 3% e, in molte circostanze, dello 0%. “L’eredità convenzionale sconta gravami superiori ma colpisce in prevalenza persone con scarse consistenze da tramandare”.

Il risultato, per Van Parijs, “grida vendetta”: una parte della popolazione riceve milioni per il solo accidente di essere nata in una famiglia privilegiata. “Un impianto simile divarica le spaccature fra ceti e genera frustrazioni insanabili”.

Le ricette per i governi

Le strade possibili sono molte.

Si può intervenire sulle successioni o ridisegnare le aliquote sulle donazioni in vita, oppure inasprire i prelievi sui capital gain e sullo stock di patrimoni immobiliari e azionari. “La direttiva resta univoca. Le entrate scaturenti dal capitale andranno tassate con vigore”, sottolinea.

Un riordino della dottrina tributaria che, secondo l’economista, deve riguardare tutti: “In Italia, in Spagna, in Francia, in Lussemburgo e fin nel cuore di Bruxelles. Le menti al vertice del settore tecnologico sanno bene come questo passaggio sia essenziale”.

Il welfare non si tocca

Resta il timore che, in una fase in cui la crisi stringe la spesa pubblica per sanità e istruzione, il reddito di base finisca per cannibalizzare quel che resta del welfare per potersi finanziare.

Van Parijs lo esclude: “Nessuno teorizza una distribuzione monetaria in grado di smantellare l’impalcatura pubblica dei sistemi ospedalieri e scolastici. I pilastri del benessere diffuso restano intangibili”.

Il nodo, conclude l’economista nell’intervista a La Stampa, sta nei meandri della finanza pubblica: “Gran parte del reddito risulta autofinanziata e non dipende da fonti esogene sconsiderate”.

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