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Piano casa: “Per costruire servono risorse pubbliche. Il Piano Meloni va bene, ma non basta” | L’allarme di Antonio Ciucci, presidente dell’Ance

Il presidente dei costruttori Antonio Ciucci, intervistato da The Post Internazionale, denuncia vent’anni di disattenzione verso le politiche abitative, norme urbanistiche ferme agli anni Quaranta e Sessanta e costi dei materiali spinti in alto dalle guerre. E chiede allo Stato di tornare a investire.

In Italia la casa è stata dimenticata per vent’anni.

È la diagnosi, senza giri di parole, di Antonio Ciucci, presidente dell’Ance, l’Associazione nazionale dei costruttori edili, che in un colloquio con Niccolò Di Francesco per il settimanale The Post Internazionale (TPI) mette in fila le cause di un’emergenza abitativa fatta di affitti sempre più alti e di una crescente difficoltà di accesso all’abitazione.

Il messaggio è netto: senza risorse pubbliche non si costruisce, e il Piano Casa del governo Meloni, pur accolto con favore, da solo non basta.

Il nodo delle case popolari

“Le cause sono varie”, spiega Ciucci a TPI.

“La prima è che in Italia per troppo tempo ci si è scordati un po’ del tema della casa”.

I numeri del confronto europeo sono impietosi: l’Italia è il Paese con il minor numero di case popolari, circa 900mila abitazioni, pari al 3,5% del patrimonio abitativo nazionale.

In Francia la quota sale al 17%, mentre nei Paesi del Nord Europa supera il 20%.

Secondo il presidente dell’Ance, dopo il Piano Fanfani, che accompagnò la crescita del dopoguerra, non è più stata fatta una politica di questo genere.

A pesare è anche il crollo dell’attività edilizia: tra il 2005 e il 2025 i permessi per costruire sono diminuiti dell’80%, passando da 260mila a 50mila.

Ne è nato un divario tra domanda e offerta, aggravato dall’aumento del costo del costruito, prima per la guerra tra Russia e Ucraina e poi per la crisi in Medio Oriente e la chiusura dello Stretto di Hormuz.

Nel frattempo, sottolinea Ciucci, i redditi degli italiani non sono cresciuti.

Rispetto alla Spagna, osserva il presidente dei costruttori, l’emergenza in Italia è meno evidente perché il 77% degli italiani è proprietario di casa.

Ma il quadro demografico sta cambiando: “Per assurdo, quindi, serviranno più case, ma serviranno case differenti. Soprattutto serviranno case dove c’è lavoro”.

Il calo della popolazione, infatti, si accompagna a un aumento del numero delle famiglie, e il problema assume una rilevanza ancora maggiore nelle grandi città come Roma, Milano e Napoli.

Sul fronte pubblico, l’edilizia popolare è affidata alle Regioni, che però, secondo Ciucci, non dispongono di risorse finanziarie sufficienti.

E anche l’edilizia sociale, un tempo chiamata agevolata o convenzionata, è stata abbandonata nella convinzione che la risposta potesse arrivare dal privato, che oggi però non riesce più a darla perché il costo di costruzione è aumentato a dismisura.

“Per un piano casa servono le risorse”, insiste, “perché senza le risorse non si fanno né edilizia popolare né edilizia sociale, ovvero l’edilizia per il cosiddetto ceto medio, che è oggi quello più in difficoltà”.

Regole vecchie e amministrazioni indebolite

Il 2005, ricorda Ciucci a TPI, è stato l’anno del boom dell’edilizia, interrotto poi dalla crisi dei mutui subprime partita dagli Stati Uniti e arrivata in Europa.

Da allora si è passati a un modello basato sulla rigenerazione urbana e sul contenimento del consumo di suolo, senza però dotarsi degli strumenti normativi necessari.

“Abbiamo una legge urbanistica che risale agli anni Quaranta e lavoriamo ancora con un decreto ministeriale degli anni Sessanta”, afferma.

Un blocco dovuto anche all’assenza di norme aggiornate e a una capacità amministrativa che nel tempo si è indebolita.

Il Piano Casa e le proposte dell’Ance

L’Ance ha accolto favorevolmente il Piano Casa del governo, perché riporta l’abitazione al centro dell’agenda dell’esecutivo.

Ma, secondo Ciucci, si può migliorare a partire dalle risorse.

Sono stati stanziati 970 milioni di euro per la ristrutturazione di 60mila alloggi popolari, mentre le liste d’attesa per l’edilizia residenziale pubblica contano 300mila richieste: “Quindi stiamo dando una risposta al 10%”.

L’auspicio è che arrivino fondi anche dall’Unione europea, che si sta occupando della regolazione degli affitti brevi e che, secondo il presidente dell’Ance, dovrebbe preoccuparsi anche di trovare risorse per la casa.

L’altro punto da rafforzare è l’edilizia sociale.

L’associazione ha avanzato la proposta delle “Zes casa”, che prevede l’individuazione, insieme ai Comuni, delle aree del territorio in cui è possibile intervenire con semplificazioni, agevolazioni e risorse.

L’obiettivo è un mix di edilizia privata, agevolata e sovvenzionata, con piani sostenibili dal punto di vista economico, “perché senza sostenibilità difficilmente si può fare qualcosa”.

Perché il social housing non decolla

Il partenariato pubblico-privato, spiega Ciucci, funziona solo se c’è un piano economico e finanziario che regge: nessun investitore metterà un euro se non gli verrà riconosciuto un rendimento.

Il punto è garantire un’abitazione a chi guadagna 1.500 euro al mese senza che debba impegnare più del 30% del reddito, ossia 500 euro.

“Con i costi di costruzione di oggi non può riuscirci se non attraverso un sostegno pubblico”.

Un contributo che può arrivare in conto capitale, sotto forma di leva fiscale o di decontribuzione.

L’Ance, precisa, non vuole consumare suolo, ma rigenerare e riqualificare, anche se riqualificazione e rigenerazione costano di più della nuova costruzione.

Il patrimonio pubblico inutilizzato

Sul tema degli immobili pubblici vuoti o inutilizzati, Ciucci dice di attendere “con molta ansia” il monitoraggio e il censimento che dovrebbero essere avviati dal commissario del primo pilastro del Piano Casa.

Servirà capire quale patrimonio sia disponibile, quale possa essere riqualificato e a quali condizioni possa essere messo a disposizione: se le condizioni economiche saranno favorevoli, potrà beneficiare del contributo pubblico di cui l’associazione chiede l’introduzione.

Il peso del caro-materiali

Il presidente dell’Ance cita a TPI un dato Istat: negli ultimi sei anni il costo del costruito residenziale è aumentato del 25%, mentre le retribuzioni delle famiglie nello stesso periodo sono cresciute del 14%.

Un divario che pesa sulla possibilità di costruire ma soprattutto su quella di comprare.

“E quindi non si comprano e non si costruiscono, motivo per cui il nostro settore è in difficoltà”.

Le ripercussioni toccano anche le infrastrutture: molti cantieri sono in sofferenza e le imprese attendono ancora circa 2 miliardi di euro del Decreto Aiuti relativi al 2024 e al 2025, la misura straordinaria introdotta per sostenere gli aumenti dei costi nelle opere pubbliche.

La preoccupazione è che l’aumento dei costi di costruzione possa bloccare la parte privata del Piano Casa e mettere in difficoltà anche quella pubblica.

Il Superbonus, un’occasione sprecata

Infine il Superbonus, che per Ciucci è stato un’occasione sprecata per riqualificare il patrimonio abitativo pubblico.

“Il Superbonus è stato una buona idea, ma con una cattiva applicazione”, afferma.

L’obiettivo dell’efficientamento energetico era giusto, anche perché gli edifici pubblici consumano troppa energia.

Il problema è che le aziende territoriali che gestiscono il patrimonio pubblico, che avrebbero dovuto essere le prime a utilizzarlo, non lo hanno fatto o lo hanno fatto solo in minima parte.

Il sistema dei bonus, conclude il presidente dell’Ance, non va abbandonato, ma utilizzato con una logica di lungo periodo, attraverso un programma decennale e non, come avviene oggi, anno per anno.

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