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Milena Gabanelli, giornalista e ideatrice della rubrica Dataroom: “Un pensionato del ceto medio, dal 2012 ad oggi, ha perso circa 23mila euro”

“Un pensionato del ceto medio, dal 2012 ad oggi, ha perso circa 23mila euro”.

È uno dei numeri messi sul tavolo da Milena Gabanelli, ospite martedì 20 ottobre di Giovanni Floris a DiMartedì, su La7, per presentare “La resa dei conti. Inchiesta sull’Italia dei potenti e degli imbrogli contro la forza degli onesti”, il saggio firmato con Simona Ravizza e uscito in libreria per Fuoriscena proprio il 20 ottobre.

Il libro, come spiega la scheda dell’editore, prova a rispondere a una domanda semplice, perché ci sentiamo più poveri, partendo dai numeri reali: bilanci pubblici, dati fiscali, relazioni istituzionali.

Ne esce la fotografia di un Paese diviso in categorie.

Ci sono i “tartassati”, lavoratori dipendenti, precari e partite Iva a basso reddito colpiti da inflazione, contratti scaduti e da un Fisco che punisce anche il più piccolo aumento.

Ci sono i “traditi”, cioè i pensionati, il cui assegno perde valore per i continui tagli all’adeguamento al costo della vita.

E poi i “favoriti”, i “protetti” dalle lobby, i “fuorilegge” che evadono in attesa della prossima sanatoria.

In mezzo, i cittadini onesti, che finiscono per pagare due volte.

IL CONTO DEI PENSIONATI

La cifra citata in tv riprende il caso costruito da Gabanelli e Ravizza nell’inchiesta Dataroom pubblicata dal Corriere della Sera il 5 ottobre, realizzata con il Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali di Alberto Brambilla, che definisce “ceto medio” chi riceve una pensione tra 2.400 e 5.300 euro lordi al mese.

Il pensionato tipo, nel 2012, incassava 2.500 euro lordi, circa 1.674 netti.

Quell’anno il governo Monti blocca per due anni la rivalutazione degli assegni superiori a tre volte il trattamento minimo Inps.

La Corte costituzionale dichiarerà poi il blocco illegittimo, ma il recupero riconosciuto sarà soltanto del 10% di quanto spettava.

Dal 2014 l’adeguamento riparte, ma con il sistema “a classi”: basta superare di un euro una soglia perché la percentuale ridotta si applichi all’intero assegno.

Per chi supera cinque volte il minimo, il recupero si ferma al 50% dell’inflazione.

E la perdita si trascina: ogni aumento mancato abbassa la base su cui si calcola quello dell’anno dopo.

Nel 2022 tornano gli scaglioni, ma il danno è fatto: tra il 2012 e il 2022 il pensionato ha perso 22.979 euro lordi rispetto a quanto avrebbe ricevuto con un assegno sempre allineato al carovita.

Sono i “circa 23mila euro” di cui Gabanelli ha parlato in studio.

LA STANGATA DEL 2023-2024

Il conto, secondo Dataroom, non si chiude lì.

Nel 2023, proprio mentre i prezzi corrono, il governo Meloni reintroduce le classi: sopra circa 2.102 euro lordi nel 2023 e 2.272 nel 2024 il taglio si applica all’intero assegno, e il nostro pensionato recupera appena il 53% dell’inflazione.

Un’operazione che ha fatto risparmiare allo Stato circa 10 miliardi in due anni.

Tra il 2023 e il 2025 la perdita è di altri 14.519 euro lordi: in totale, dal 2012 al 2025, 37.498 euro.

Oggi quel pensionato riceve 2.826 euro lordi, 1.917 netti, e come lui ce ne sono circa 3,3 milioni.

C’è anche un altro modo di misurare l’impoverimento: nel 2011 la sua pensione valeva 5,34 volte il trattamento minimo, nel 2025 appena 4,72. “Ci vuole coraggio per considerare questa cifra una pensione da privilegiato”, scrivono le autrici.

REGOLE CHE CAMBIANO SEMPRE

Il punto, per Gabanelli e Ravizza, è doppio.

A perdere terreno non sono state solo le “pensioni d’oro”, come spesso viene raccontato.

E in trent’anni, dall’abolizione della scala mobile del 1992 in poi, il meccanismo di rivalutazione è stato modificato ben quindici volte.

Tanto che l’Ocse, ricordano le autrici, definisce la rivalutazione in Italia e in Austria “quasi discrezionale”: un pensionato può vedersi ridurre il potere d’acquisto all’improvviso, senza poterci fare nulla.

E il futuro preoccupa di più.

Dal 2036 tutte le pensioni saranno calcolate solo con il sistema contributivo, quindi partiranno già più basse, perché faranno media anche con gli stipendi degli anni di precariato.

Se a questo si aggiunge una protezione dall’inflazione che può essere ridotta a ogni manovra, avvertono le autrici, “non si parlerà più di classe media impoverita, ma di povertà conclamata”.

NON SOLO PENSIONI

Nel libro, come ha sintetizzato il Corriere della Sera nella sua recensione, il quadro è più ampio: lavoratori e pensionati sotto i 30mila euro annui sono quelli che subiscono di più l’erosione del potere d’acquisto; il sistema fiscale conta 573 regimi diversi, ognuno nato “in nome di un interesse specifico”; e la cedolare secca al 21% sugli affitti avvantaggia soprattutto chi dichiara oltre centomila euro l’anno.

Un’Italia in cui, è la tesi del libro, solo chi capisce come funziona davvero il sistema può scegliere se continuare ad accettarlo.

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