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La protesta degli autotrasportatori e la crisi del sindacato | L’editoriale di Giuseppe Vegas

La crisi della rappresentanza non risparmia più nessuno.

Dopo aver investito i partiti e le istituzioni delle democrazie liberali, ora colpisce anche i corpi intermedi, a cominciare dal sindacato.

È la tesi che Giuseppe Vegas sviluppa in un editoriale pubblicato da Il Messaggero, nel quale la recente protesta dell’autotrasporto diventa il caso emblematico di un sistema di mediazione sociale che non regge più.

Secondo l’analisi dell’editorialista de Il Messaggero, alla base c’è una sfiducia generalizzata, alimentata dall’incapacità della politica di mantenere le promesse che avevano generato consenso.

In uno scenario geopolitico tormentato, il malessere cresce perché si è interrotta la crescita costante del benessere che aveva garantito la coesione sociale: gli anziani vedono assottigliarsi il proprio potere d’acquisto, i giovani si preparano a vivere peggio dei genitori.

Ne nasce un conflitto tra generazioni che trova un solo punto di convergenza: la protesta contro i governi e contro il potere costituito.

A rendere tutto più acuto, osserva Vegas, è l’esplosione degli strumenti di comunicazione, che sostituiscono il vecchio sistema “mediato” con un individualismo autoreferenziale.

Anche le “formazioni sociali” a cui l’articolo 2 della Costituzione affida il compito di fare da collante tra organizzazione pubblica e bisogni collettivi rischiano così di essere travolte, fino a non riuscire più a rappresentare neppure i propri iscritti.

Il caso dell’autotrasporto

Per spiegare il fenomeno, l’editoriale de Il Messaggero guarda al settore dei trasporti su gomma.

In Italia, ricorda Vegas, non è mai esistito un vero sistema concorrenziale tra ferro e gomma, per ragioni legate all’orografia del Paese e, non secondariamente, alla passata presenza di una grande industria automobilistica.

Il risultato è che ancora oggi oltre il 90 per cento delle merci destinate ai siti produttivi e al consumo viaggia su strada.

Fino a poco tempo fa il comparto si reggeva su interessi convergenti: produttori di camion, compagnie petrolifere e autotrasportatori.

Le tensioni e gli scioperi non mancavano, ma rientravano rapidamente grazie alle rassicurazioni del governo di turno, di solito con la proroga delle tariffe agevolate sul carburante.

Oggi lo scenario è cambiato: l’industria dei mezzi pesanti non è più italiana e il prezzo del petrolio dipende dall’andamento dei conflitti in corso.

Gli autotrasportatori, sottolinea l’editorialista, sono rimasti soli, e la loro reazione è diventata più rabbiosa e molto più differenziata sul territorio.

Nord e Sud, grandi imprese e “padroncini”

La struttura stessa del settore si è profondamente trasformata.

Al Nord, dove operano soprattutto vettori stranieri e grandi imprese, il trasporto delle merci è proseguito quasi senza interruzioni.

Al Sud, dove il servizio è affidato in prevalenza a piccoli imprenditori, i cosiddetti “padroncini”, il blocco è stato pressoché totale.

La differenza, spiega Vegas su Il Messaggero, sta nella liquidità: le grandi aziende riescono a garantire la continuità dell’attività anche nei momenti difficili, mentre i piccoli imprenditori, che spesso guidano personalmente il proprio camion, non hanno riserve a cui attingere.

Una fotografia fedele del tessuto produttivo italiano, fatto di poche grandi imprese e di una miriade di piccole attività.

In passato queste disparità venivano compensate dalla solidarietà di categoria, assicurata da una gestione sindacale robusta.

Oggi, invece, ognuno tende a fare da sé.

E anche se la recente riunione a Palazzo Chigi con i sindacati di categoria è stata affollata, alla fine è toccato al governo trovare il bandolo della matassa.

La fine dell’unità sindacale

Se questa è la tendenza, avverte l’editorialista de Il Messaggero, scenari analoghi potrebbero ripetersi anche in futuro: la dispersione della storica unità sindacale, che nel bene o nel male aveva assicurato un accettabile livello di tenuta democratica del Paese.

Un segnale arriva già dalla decisione della Cisl di non aderire allo sciopero annunciato dalla Cgil, motivata con l’argomento che scioperare contro una manovra finanziaria non ancora scritta non rappresenta l’esercizio di un diritto sindacale, ma un atto politico.

In un’epoca in cui il lavoro non si svolge più nelle fabbriche, conclude Vegas, la perdita di rappresentatività del sindacato come soggetto autonomo dalla politica è una conseguenza prevedibile.

Così come è ragionevole aspettarsi che le organizzazioni dei lavoratori debbano cambiare pelle, anche per non essere soppiantate dai social.

Qualcuno potrebbe rallegrarsene, e guardando ai numerosi errori del passato non avrebbe tutti i torti.

Ma, secondo l’editoriale, la nuova realtà segna la fine di quel modello di economia sociale di mercato che ha guidato la crescita dell’Europa continentale, senza che sia stata ancora individuata un’alternativa valida.

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