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Conti in ordine e proteste. Perché il rigore non basta | L’analisi

Tenere i conti in ordine è necessario, ma non basta.

È il cuore del ragionamento che l’economista Tommaso Di Tanno affida al quotidiano Domani, in un’analisi dedicata alle scelte di politica economica del governo Meloni e del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti.

Il punto di partenza è storico.

La vicenda italiana degli ultimi quarant’anni porta un marchio indelebile e negativo: la crescita sistematica del debito pubblico.

Con una sola eccezione, ricorda l’autore: gli anni dell’adesione all’euro, tra il 1996 e il 2001, con i governi dell’Ulivo.

Da allora tenere sotto controllo il debito complessivo e il deficit annuale è diventato, se non il principale, certamente uno degli obiettivi più importanti per tutti gli esecutivi che si sono succeduti.

Su questo terreno, scrive Di Tanno su Domani, il governo Meloni e in particolare Giorgetti hanno “assolto egregiamente” il compito.

Ma governare significa misurarsi con la realtà che si presenta e scegliere le priorità.

Quando le priorità cambiano

L’esempio più evidente è quello della pandemia.

Negli anni del Covid la priorità era fronteggiare l’emergenza, anche a costo di sforare i limiti di deficit.

Per questo, osserva l’autore, non si può rimproverare al governo Conte II di aver superato un disavanzo annuale dell’8 per cento.

La domanda da porsi oggi è un’altra.

Il ferreo controllo dei conti attuato dal governo Meloni tra il 2022 e il 2026 è davvero la priorità alla quale tutte le altre devono restare subordinate?

Per Di Tanno la risposta è no, perché ciò che appare migliore in un anno può non esserlo più in quello successivo.

Le vicende dell’ultimo anno lo dimostrano: guerre irrisolte, esplosione della crisi energetica, scuola in subbuglio, mancanza di abitazioni accessibili nelle grandi città.

Le priorità sono nettamente cambiate.

E se si vogliono tenere i conti in ordine, sostiene l’editorialista, occorre almeno modificarne la composizione, sia sul fronte delle entrate sia su quello delle spese.

Una riforma fiscale che ha riformato poco

Sul versante delle entrate l’unica riforma davvero portata a termine dal governo è quella fiscale.

Che però, secondo Di Tanno, “ha riformato assai poco”.

La riduzione del numero delle aliquote Irpef e la modifica degli adempimenti amministrativi presentata come “fisco amico” non possono passare per una riforma.

Sono passaggi, spiega l’autore, che si sarebbero potuti realizzare con leggi ordinarie.

Lo stesso vale per il concordato preventivo biennale e per le pur apprezzabili misure sulla riscossione e sulla redazione dei testi unici.

La redistribuzione della ricchezza ignorata

Il nodo, per l’analisi pubblicata da Domani, è un altro.

Manca qualsiasi presa d’atto della drammatica redistribuzione della ricchezza in corso, che in tutti i Paesi paragonabili all’Italia arricchisce i più ricchi e impoverisce i più poveri.

Non si è intervenuti sul catasto, pur conoscendone le distorsioni.

Non si vuole sentir parlare di patrimoniale, “perché fa perdere voti”.

Non si tocca la convenienza dell’imposta sulle successioni, che rende l’Italia “un paradiso fiscale non solo per morire ma anche, più semplicemente, per donare”.

E non si affronta con la dovuta energia, nemmeno in sede europea, il tema della tassazione delle Big Tech, perché altrimenti “ci staccano la spina”.

Al posto delle riforme, scrive Di Tanno, si distribuiscono “mancette qua e là”, come l’estensione della flat tax per le partite Iva da 85 a 100 mila euro.

E si presentano come epocali interventi del tutto marginali, come la riduzione temporanea delle accise e del bollo sulle piccole auto.

La leva fiscale, sostiene invece l’autore, andrebbe usata proprio in contesti come questo: elevando il prelievo in valori assoluti oppure redistribuendone il carico a parità di gettito.

Il paradosso della pressione fiscale

Il paradosso è che la pressione fiscale è comunque aumentata.

Era al 41,8 per cento nel 2022 ed è salita al 43,1 per cento nel 2025.

Senza che la collettività ne abbia avvertito alcun beneficio, e senza che nessuno dei problemi elencati sia migliorato.

Il versante della spesa

Anche sul fronte della spesa, prosegue Di Tanno su Domani, non si vedono tracce delle nuove priorità.

La politica energetica non ha prodotto interventi degni di nota.

Sul nucleare, ad esempio, restano aperte le domande di fondo.

La scelta referendaria di qualche decennio fa è ancora valida?

Il governo intende superarla con centrali di piccole dimensioni?

Non basta parlarne nei convegni, avverte l’autore: servono atti formali.

Lo stesso vale per la questione abitativa nelle grandi città.

Invece di mantenere una miriade di piccole agevolazioni, si potrebbero concentrare le risorse su un serio piano di sviluppo dell’edilizia popolare.

Abolire un’agevolazione è sempre sgradevole, riconosce Di Tanno, ma se non lo si fa mancano i soldi per le innovazioni.

La scuola, solo dove non costa

Della scuola il governo si è occupato, ma “solo dove non costa”: i telefoni, la percentuale di studenti stranieri nelle aule.

Intanto i bagni restano fatiscenti, i tetti continuano a far entrare acqua, le palestre sono ormai un lusso e i libri costano troppo.

Non sorprende, dunque, che gli studenti scendano in piazza.

Non c’è bisogno, osserva l’autore, che a “stimolarli” sia qualche sfasciatutto che spacca vetrine e finisce per sviare l’attenzione da un problema reale, che non si vuole affrontare per non disturbare il manovratore.

Conti in ordine, Paese nel caos

La conclusione dell’analisi è netta: conti in ordine e Paese nel caos.

Forse si sperava che non andasse così, chiosa Di Tanno.

Ma la realtà, scrive su Domani, è dura da sottomettere alla “legge dell’immagine del buon governo”.

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