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La rabbia di quei giovani tagliati fuori dalla società dei consumi | L’analisi di Don Claudio Burgio, il cappellano del Beccaria di Milano

Nel 1628 la folla milanese sfondava la porta del forno delle grucce gridando “Pane! Pane!”.

Quasi quattro secoli dopo, a Milano si torna a sfondare vetrine, ma il bottino non è più farina: sono scarpe, felpe, vestiti di marca.

A tracciare il parallelo è don Claudio Burgio, cappellano dell’Istituto penale minorile Cesare Beccaria e fondatore di Kayros, la comunità che accoglie minori in difficoltà segnalati dal Tribunale per i minorenni, dai servizi sociali e dalle forze dell’ordine.

Intervistato a Radio Popolare da Cinzia Poli e Claudio Jampaglia, il sacerdote, che in questi giorni sta incontrando i ragazzi finiti al Beccaria dopo gli assalti ai negozi della domenica, usa una formula precisa: “Io dico che è un assalto ai forni di manzoniana memoria, solo che questi forni oggi sono sostituiti da questi negozi di griffe”.

Il forno delle grucce e il falò in piazza del Duomo

Il riferimento è al capitolo XII dei Promessi Sposi.

È l’11 novembre 1628, giorno di San Martino: dopo due anni di raccolti scarsi e la revoca del calmiere sul prezzo del pane imposto dal gran cancelliere Antonio Ferrer, la città esplode.

La folla assalta il forno delle grucce, nella Corsia de’ Servi, saccheggia il pane, sventra i sacchi di farina, ne disperde una gran quantità.

Poi trascina madie e frulloni fino in piazza del Duomo e ne fa un falò. Renzo, appena arrivato in città, osserva la scena e coglie la contraddizione che la moltitudine non vede: “Se concian così tutti i forni, dove voglion fare il pane? Ne’ pozzi?”. Manzoni racconta una rivolta che nasce da un bisogno reale ma che si consuma nell’irrazionalità, distruggendo proprio ciò che serviva a soddisfarlo.

Non per fame, ma per fama

Oggi il bisogno è un altro. “È chiaro che nella Milano ricca vedere questi negozi e non potersi permettere le scarpe, i vestiti di una certa marca crea frustrazione”, spiega don Burgio.

Questi ragazzi, dice, “si sentono tagliati fuori dalla società, dalla società dei consumi soprattutto”.

Non per fame, ma per fama, è la sintesi che emerge dal dialogo in studio: le merci sostituiscono il pane come oggetto del desiderio e come segno di appartenenza.

Il sacerdote tiene però a separare i piani.

Le manifestazioni studentesche, premette, “avevano chiaramente altri argomenti, altre logiche”.

I protagonisti dei saccheggi sono un’altra cosa: “Sono ragazzi che non hanno logiche politiche, che non hanno ideologie, sono ragazzi che sono venuti a depredare. C’è un senso predatorio, c’è un senso di impunità, c’è l’idea che il gruppo in qualche modo copra le responsabilità personali”.

Al Beccaria, racconta, in questi giorni arrivano anche quattordicenni e quindicenni, “molti italiani, anche di buona famiglia”.

Un quadro che smonta le letture semplificate: secondo don Burgio nei disordini si è mescolato “un miscuglio di situazioni”.

Ci sono i ragazzi di seconda generazione che rivendicano un riconoscimento, quelli che vivono in povertà, e persino chi i vestiti rubati li ha poi regalati ai senzatetto.

Ragazzi che non sanno dire quello che provano

Come accadeva alla folla manzoniana, anche qui la consapevolezza è scarsa. “C’è una grande incapacità di comprendere, non solo la gravità”, osserva il cappellano. “Sono, come spesso dico, ragazzi che non sanno parlare, che non sanno verbalizzare anche quello che provano”.

Sotto la superficie ci sono “sentimenti di esclusione”, il fatto di non sentirsi ascoltati né visti, e un sentimento di antistato che serpeggia da tempo, con un’autorità che non viene più riconosciuta.

La rabbia di questi giorni, per don Burgio, “è la classica rabbia degli adolescenti che agiscono prima ancora di pensare, perché non hanno un pensiero critico”.

E accanto al disagio materiale c’è quello interiore: “la solitudine interiore, perché non hanno riferimenti anche valoriali”.

“Mancano gli adulti”

Il punto centrale, per il fondatore di Kayros, è un vuoto di presenze. “Me lo dicono in tanti ragazzi: mancano gli adulti, manca quell’adulto che è presente nella loro vita, non con logiche ormai superate e formali, ma un adulto che sa immergersi nei loro vissuti, nelle loro angosce”.

Le domande che i ragazzi gli rivolgono sono radicali: che senso ha vivere, cosa ci sto a fare al mondo. “Se queste domande sono eluse, se non sono in qualche modo seriamente considerate”, avverte, quei giovani finiscono per vivere in una logica di giustizia fai-da-te. “Se l’adulto non c’è e io non respiro nessun tipo di legge morale, non capisco cosa ci sto a fare al mondo, allora agisco”.

Il rap non è la causa

Nell’intervista a Radio Popolare c’è spazio anche per la musica, spesso indicata come detonatore.

Kayros lavora molto con la cultura dei ragazzi e ha accompagnato rapper oggi conosciutissimi, ascoltati anche dai giovanissimi coinvolti nei disordini.

Don Burgio respinge l’idea della censura: “Noi non crediamo nella censura”, dice, rivendicando il diritto di parola dei ragazzi in comunità, dove poi i temi delle canzoni vengono discussi con gli educatori.

Il rap, sostiene, “è una narrazione”: i testi violenti “non sono la causa, sono la conseguenza di vissuti e di infanzie rubate”, il segno e la cronaca “di una realtà, soprattutto di ragazzi di seconda generazione, di una realtà esclusa”.

Il pane e le griffe

Il parallelismo manzoniano regge fino a un certo punto, e proprio lì diventa istruttivo.

Nel 1628 la folla aveva fame e distruggeva i forni che avrebbero potuto sfamarla.

Nel 2026 i ragazzi non cercano pane, ma un posto in un mondo che misura il valore delle persone con il marchio delle scarpe.

Renzo si chiedeva dove si sarebbe fatto il pane, una volta bruciati i forni.

La domanda che lascia don Burgio è diversa, ma altrettanto concreta: dove sono gli adulti capaci di rispondere a quei ragazzi, prima che tornino in strada.

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