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Patrizia Micucci, fondatrice di Aurora Growth Capital, sul contributo delle banche italiane: “Da prelievo a investimento”

La fondatrice di Aurora Growth Capital critica il meccanismo da 5 miliardi chiesto al settore finanziario per il 2027 e propone di orientare parte del risparmio gestito verso le Pmi italiane

Il contributo da circa 5 miliardi di euro chiesto a banche e assicurazioni per il 2027, così come è stato approvato dal Consiglio dei ministri, rischia di trasformarsi in «una grande occasione persa». È la tesi che Patrizia Micucci, Founder e Managing Partner di Aurora Growth Capital, sostiene in un intervento pubblicato da Il Sole 24 Ore, nel quale indica una strada alternativa: trasformare il prelievo in un investimento capace di generare crescita nel medio termine e di contribuire «in modo virtuoso» ai fabbisogni dello Stato.

Micucci dice di comprendere le esigenze di finanza pubblica, ma secondo lei un prelievo sul capitale di banche e assicurazioni produce tre effetti che vanno contro gli stessi obiettivi del governo.

Il primo è la riduzione del credito. Ogni euro sottratto al patrimonio di una banca, spiega su Il Sole 24 Ore, ne riduce di un multiplo la capacità di finanziare famiglie e imprese; per le compagnie assicurative, invece, si riducono le risorse investibili a lungo termine nell’economia reale.

Il secondo effetto riguarda la competitività dei campioni nazionali. Il contesto favorevole dei tassi, osserva Micucci, ha interessato tutte le banche dell’area euro: un onere soltanto italiano lascia gli istituti del Paese con meno capitale proprio proprio mentre competono nel mercato unico e nel pieno del consolidamento in corso in Europa.

Il terzo è la fiducia degli investitori internazionali. I principali gruppi italiani sono quotati e hanno una quota rilevante di azionisti esteri. Per loro, scrive l’imprenditrice, «un Paese che cambia le regole in corsa è un Paese più rischioso»: il premio al rischio sale, le valutazioni scendono e il costo del capitale aumenta per tutti, Stato compreso.

Il nodo dell'equity crunch

Per Micucci il prelievo, da solo, sposta risorse senza creare valore. Andrebbe quindi sostituito da un intervento che quel valore lo generi, sostenendo il sistema produttivo con benefici diffusi: più gettito per lo Stato, più attività per le banche, più occupazione per il Paese.

La manager parte dalla propria esperienza alla guida di un fondo di expansion capital: le Pmi italiane eccellenti, sostiene, non chiedono sussidi ma capitale per crescere, innovare e acquisire. Le banche raccolgono depositi e li trasformano in credito, ma il debito finanzia l’operatività, mentre la crescita richiede equity. Banche e assicurazioni controllano i principali asset manager italiani, che gestiscono circa 2.500 miliardi di euro di risparmio delle famiglie; eppure una parte rilevante di queste risorse continua a essere investita sui mercati esteri.

«Per anni si è parlato di credit crunch; oggi l’Italia soffre di un vero equity crunch», afferma Micucci nell’intervento su Il Sole 24 Ore. La carenza di capitale di rischio impedisce alle Pmi di investire in innovazione e di guidare il consolidamento delle filiere. E la quotazione in Borsa, per costi, tempi, obblighi e scarsa liquidità dei titoli a bassa capitalizzazione, non rappresenta un’alternativa efficiente per la maggior parte di esse.

La proposta in tre punti

L’alternativa indicata è chiedere a banche e assicurazioni di impegnarsi, attraverso i propri asset manager, su tre fronti.

Il primo riguarda la responsabilità dei vertici: chi guida banche e assicurazioni dovrebbe fare in modo che gli asset manager controllati siano valutati non solo sulla crescita delle masse, ma anche su come e dove allocano il risparmio, cioè sulla ricchezza che contribuiscono a creare e non soltanto su quella che amministrano.

Il secondo è un impegno di allocazione: inserire tra gli obiettivi operativi la destinazione di una quota della massa gestita a fondi di growth ed expansion capital dedicati alle Pmi italiane, gestiti da operatori indipendenti e selezionati con criteri trasparenti.

Il terzo punto riguarda formazione e offerta: preparare i consulenti finanziari abilitati all’offerta fuori sede a proporre soluzioni di investimento alternative, che uniscano rendimento e contributo alla crescita delle imprese italiane.

Secondo Micucci questa scelta non sottrarrebbe capitale agli intermediari, ma orienterebbe una piccola parte del risparmio già gestito verso un’asset class in grado di generare rendimento per i risparmiatori. Per lo Stato significherebbe gettito futuro, grazie a più crescita, più occupazione e una base imponibile più ampia. Il prelievo produce effetti immediati sui conti pubblici, mentre i benefici di questo impegno emergerebbero in due o tre anni: per questo, sottolinea, occorre iniziare subito.

«Le economie crescono quando il capitale incontra il merito», conclude Micucci su Il Sole 24 Ore. L’Italia dispone di risparmio e di imprese straordinarie, e le leggi di Bilancio potrebbero costruire il ponte che li unisce, «anziché indebolire chi quel ponte dovrebbe finanziarlo». Una scelta che, a suo giudizio, avrebbe rappresentato anche un segnale di stabilità e prevedibilità verso gli investitori internazionali, di cui il Paese ha bisogno.

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