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Alberto Cirio, governatore del Piemonte, sul fine vita: “Ho incontrato un malato, dico sì. Ma la legge spetti al Parlamento, non alle Regioni”

Il governatore del Piemonte e vicesegretario di Forza Italia si dice favorevole al suicidio medicalmente assistito, ma contrario a una norma regionale. Dopo l’incontro con l’associazione Luca Coscioni racconta il colloquio con un malato che da 15 anni vede soltanto il lampadario della sua camera.

«Sono un liberale, ma anche un cristiano. Per molto tempo ho vissuto questo conflitto interiore, poi ho incontrato un uomo che da 15 anni vede solo il lampadario della sua camera. Ho capito che il mio dovere è aiutare chi soffre». Con queste parole, in un’intervista a La Stampa firmata da Giulia Ricci, il presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio spiega la sua posizione sul fine vita: favorevole al suicidio medicalmente assistito per chi ha i requisiti fissati dalla Corte costituzionale, ma contrario a una legge regionale. Secondo Cirio deve essere il Parlamento a intervenire.

Il governatore lo ha ribadito, come riferisce La Stampa, durante l’incontro nel suo ufficio con Davide Di Mauro, coordinatore torinese dell’associazione Luca Coscioni, che ha appena depositato una proposta di legge di iniziativa popolare sostenuta da 16 mila firme di cittadini piemontesi.

Il dialogo con la Coscioni

Cirio dice al quotidiano torinese di aver apprezzato il confronto: «Credo che su questi temi le tifoserie, e le certezze che le alimentano, non siano utili a nessuno. Preferisco un approccio moderato e dubitativo». E aggiunge che chi ha dubbi è lui, non l’associazione. Alla base, spiega, c’è un insegnamento personale: «Il presidente Berlusconi mi ha insegnato che esiste una sfera di temi dove non vale il partito, ma la propria coscienza».

Il governatore descrive la sua posizione come il frutto di due identità. «Da una parte sono un liberale, e credo quindi che la libertà te la dia la nascita e non lo Stato, è tua da quando nasci a quando muori. Dall’altra sono cristiano, credo nella vita e penso di avere il dovere di difenderla». Per questo, racconta a La Stampa, prima di arrivare a una posizione ha cominciato ad approfondire, a studiare e a confrontarsi, «ma soprattutto sono andato a trovare un malato».

I cinque minuti davanti al lampadario

Il paziente incontrato da Cirio ha una malattia degenerativa: «Una di quelle cattive, quelle che non ti fanno morire». Da 15 anni è a letto e comunica solo muovendo un dito su uno schermo. «È lucido, ha la lucidità del dolore. Prima ha sofferto anche fisicamente, ma i palliativi lo aiutavano; ora il problema è psicologico. È solo, non ha figli».

Il governatore riferisce di avergli spiegato i propri dubbi e la sua crisi personale. Il malato gli ha scritto di sedersi su una sedia, nella sua camera da letto, e poi: «Presidente, guardi il lampadario». «E così ho fatto, finché non mi ha comunicato che erano passati 5 minuti. Poi, “ora guardi di nuovo il lampadario, per 15 minuti“». Cirio racconta a La Stampa di averlo interrotto prima: «Sono stati minuti interminabili. Lì, lui mi ha solo detto: “Io sono 15 anni che vedo solo quel lampadario”. Ho capito ancora una volta che temi così, più ne stai lontano, meno ti toccano. Se chiudi gli occhi, rischi di averne una visione superficiale».

A completare il percorso è stata la Corte costituzionale. «Mi sono innamorato della nostra Carta», spiega. Nella sentenza, quella con i quattro parametri per accedere al suicidio medicalmente assistito, il governatore dice di aver trovato «il giusto punto di equilibrio tra la libertà individuale del porre fine alla sofferenza e allo stesso tempo il rispetto della vita, io dovevo impegnarmi. Perché il mio dovere di cristiano è quello di aiutare chi soffre».

«Sì al fine vita, no alla morte programmata»

Sulla domanda se sia diventato favorevole al fine vita, Cirio risponde nell’intervista: «Sì, sono favorevole e sono arrivato a questa posizione dopo molti dubbi, ma dico no alla morte programmata, perché un conto è porre fine alle sofferenze, un altro volere una legge per decidere il giorno e l’ora nei quali morire». Il punto di incontro tra la sua coscienza liberale e quella cristiana, dice, è «riconoscere a chi soffre la libertà di poter decidere di porre fine al suo dolore, ma al contempo fare di tutto perché una persona non si veda costretta dalla sofferenza ad invocare il suicidio medicalmente assistito».

La strada indicata è quella del rafforzamento dell’assistenza: «Aumentando gli hospice e i compensi di chi ci lavora». Alla Fondazione Faro, che chiede più risorse, Cirio risponde che l’adeguamento delle tariffe era fermo da 13 anni e che ora riceveranno un milione in più. Secondo il governatore, in Piemonte i posti sono sopra la media nazionale, ma per la solitudine conta anche la qualità del luogo: «Un animale di affezione da poter tenere lì, uno spazio adeguato per vedere i familiari». Poi aggiunge: «Se poi, un piemontese mi chiede di accedere al fine vita e ha quei 4 parametri, io da presidente della Regione devo darglielo».

Circolare sì, legge regionale no

Cirio esclude però una legge regionale. Alla Corte, che ha stabilito che le Regioni possono legiferare, replica che esistono i ricorsi del governo. «Non ci serve la norma: abbiamo una circolare ufficiale che si è dimostrata efficace». Quanto alla tutela del personale sanitario, spiega che «se uno se la sente, lo fa. Se no, non sarà obbligato». Dalla circolare, ricorda, sono passati nove giorni prima che Alan, il primo caso in Piemonte, potesse accedere a quanto richiesto. «Quindi la circolare è sufficiente. E il contenuto è quasi identico a quello della proposta di legge Coscioni».

Il governatore dice di essere aperto a migliorare la circolare se servirà. All’obiezione che un atto del genere può essere cancellato in qualsiasi momento, risponde che resta comunque la sentenza della Corte. E motiva il no a una norma regionale con l’accordo con la Cei: «Serve una norma nazionale, non si può immaginare che si possa morire in un modo ad Alessandria e in uno diverso a Pavia».

Il pressing sul Parlamento

Secondo Cirio, una legge regionale sarebbe anche un modo per spingere la politica nazionale: «Quel messaggio io lo mando in modi diversi. Il partito di cui sono vicesegretario ha depositato una proposta di legge». Il governatore dà ragione anche a Marina Berlusconi, che aveva sollecitato più coraggio sui diritti. «Infatti senza indugi Forza Italia, con il nostro segretario Tajani e la presidente Craxi, sta lavorando per far calendarizzare al Senato quanto prima la nostra proposta di legge Zanettin».

Il presidente piemontese annuncia anche una lettera a Massimiliano Fedriga perché la Conferenza delle Regioni affianchi il Parlamento nella stesura del testo migliore. Ma con un’avvertenza, riportata da La Stampa: «Il Consiglio regionale è sovrano; se la legge andrà al voto, io porterò la posizione del mio partito: l’ennesima norma regionale rischia solo di essere un danno».

Le altre Regioni

Il dibattito piemontese si inserisce in un quadro in movimento, ricostruito sempre da La Stampa. La Toscana è stata la prima Regione ad approvare una legge che definisce procedure organizzative e tempi certi del Servizio sanitario regionale per le richieste di fine vita; poco dopo è arrivata la Sardegna. Dopo l’Emilia-Romagna, il Veneto è stato la quarta Regione a dare il via libera, la prima amministrata dal centrodestra, con un provvedimento che fissa procedure, tempistiche e priorità per le cure palliative. L’Umbria ha approvato con 11 voti favorevoli, tra cui quelli della maggioranza di centrosinistra, e sei contrari la proposta di legge «Liberi subito», nel ricordo della giornalista Laura Santi, morta nel luglio 2025.

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