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Letizia Moratti: “La democrazia tutela anche chi la combatte”

La presidente della Consulta nazionale di Forza Italia ed europarlamentare del Ppe, in un intervento su Il Foglio, legge la scarcerazione del giovane come la sconfitta più profonda del suo estremismo: «Non ha vinto chi sogna la piazza contro lo Stato. Ha vinto lo Stato di diritto»

C’è un paradosso nella vicenda di Youssef Siher che, secondo Letizia Moratti, «dovrebbe farci riflettere tutti» e che dice della nostra democrazia «molto più di tante parole». È questa la tesi dell’intervento firmato dalla presidente della Consulta nazionale di Forza Italia ed europarlamentare del Ppe, pubblicato su Il Foglio.

Un uomo che ha contestato radicalmente lo Stato e le sue istituzioni, che attraverso i social ha promosso una mobilitazione segnata da una durissima e violenta contrapposizione, evocando una «guerra a questo presente», oggi è libero per decisione di un giudice di quello stesso Stato. Moratti, scrive Il Foglio, pur nutrendo «forti perplessità» sulla scarcerazione, dichiara di rispettare la decisione della magistratura ed esprime «solidarietà ed immutata stima» alle forze dell’ordine. Le indagini, ricorda, proseguiranno e sarà la giustizia, nella sua autonomia, ad accertare eventuali responsabilità.

Le garanzie dello Stato "nemico"

Il cuore della riflessione è un altro. Proprio lo Stato rappresentato come un nemico da combattere e abbattere, osserva l’europarlamentare nell’articolo pubblicato su Il Foglio, ha garantito a Siher un giudice indipendente, il diritto alla difesa e la presunzione di innocenza. Ha sottoposto l’azione della Procura al controllo di un’altra autorità giudiziaria. E quando quel giudice ha ritenuto che non vi fossero i presupposti per convalidare il fermo, «lo Stato ha aperto la porta della sua cella».

Per Moratti è difficile immaginare «una dimostrazione più limpida della forza della democrazia» e, al tempo stesso, del «fallimento meschino dell’ideologia rivoluzionaria e della deriva autoritaria» propugnata da Siher. La democrazia autentica, sostiene, non si misura da come tratta chi la applaude, ma da come tratta chi la contesta, chi la disprezza e persino chi vorrebbe sovvertirla con la violenza.

Stato di diritto contro ideologia della violenza

Qui, secondo l’esponente azzurra, emerge tutta la distanza tra lo Stato di diritto e l’ideologia della violenza. «La violenza divide il mondo tra amici e nemici. La democrazia riconosce diritti», scrive su Il Foglio. La violenza pretende di imporre la propria verità; la democrazia accetta che un giudice possa dire no persino allo Stato. La violenza cerca colpevoli, la giustizia cerca responsabilità provate. E questo, avverte, «non significa essere deboli. Al contrario».

Le ferite di Milano

Moratti torna poi alle immagini della città. Milano, ricorda, ha vissuto devastazioni, saccheggi, aggressioni: vetrine distrutte, strade trasformate in terreno di scontro, agenti aggrediti. Dietro ogni serranda abbassata c’è una famiglia, dietro ogni negozio devastato ci sono anni di sacrifici, dietro una divisa colpita c’è una donna o un uomo che quella sera avrebbe voluto semplicemente tornare a casa dai propri figli. A loro, sottolinea, «dobbiamo sicurezza», mentre alle forze dell’ordine si devono «gratitudine, rispetto e strumenti adeguati». Chi devasta, saccheggia o aggredisce, è la sua conclusione, deve rispondere delle proprie azioni con fermezza.

Quale Stato più forte

Ma proprio mentre si chiede uno Stato più forte, avverte Moratti, bisogna ricordarsi quale Stato si vuole rendere più forte. Non uno Stato arbitrario, che punisce qualcuno per ciò che pensa, ma uno Stato «autorevole perché sottopone anche se stesso alla legge»: capace di proteggere una vetrina e, nello stesso tempo, le garanzie di un indagato; di difendere un poliziotto e il diritto alla difesa; di esercitare la propria forza senza diventare mai ciò che i suoi avversari raccontano.

È questo, conclude l’intervento su Il Foglio, il paradosso che Siher e la sinistra che lo sostiene dovrebbero riconoscere. Lo Stato che ha contestato fino all’invito all’insurrezione gli ha garantito la libertà. Le istituzioni indicate come nemiche hanno tutelato i suoi diritti. Quella democrazia dipinta come oppressiva gli ha consentito di uscire dal carcere perché un giudice indipendente ha ritenuto insufficienti gli elementi per trattenerlo. «Per questo oggi non ha vinto chi sogna la piazza contro lo Stato. Ha vinto lo Stato di diritto». Ed è forse questa, chiude Moratti, «per l’estremismo di Siher e dei suoi accoliti, la sconfitta più profonda».

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