Per recuperare il potere d’acquisto perduto dai lavoratori non basta rivolgersi al governo: una parte della risposta può arrivare dalle imprese, attraverso rinnovi contrattuali più generosi. È la tesi sostenuta da Carlo Cottarelli su L’Espresso, dove l’economista invita a considerare, per le aziende che dispongono dei margini necessari, aumenti delle retribuzioni superiori alla crescita della produttività.
La proposta nasce da una distinzione: un conto è il principio che dovrebbe orientare i salari in condizioni normali, un altro è il recupero di una perdita provocata dal disallineamento tra prezzi e stipendi. Secondo l’analisi pubblicata da L’Espresso, applicare rigidamente lo stesso criterio alle due situazioni rischia di lasciare irrisolto l’impoverimento dei lavoratori dipendenti.
I numeri richiamati da Cottarelli descrivono un arretramento consistente. Tra l’inizio del 2021 e la fine del 2022, l’aumento dei prezzi aveva determinato una riduzione del 13 per cento della retribuzione reale del lavoratore dipendente medio italiano. Alla rapidità dell’inflazione si era contrapposta la lentezza degli adeguamenti salariali, vincolati a contratti triennali senza indicizzazione o con meccanismi di recupero soltanto parziali.
Dal 2023, il rallentamento dei rincari e il progressivo rinnovo dei contratti avevano permesso alle retribuzioni di crescere più dei prezzi. Il recupero, tuttavia, era rimasto incompleto: a febbraio 2026, nella ricostruzione proposta su L’Espresso, il potere d’acquisto risultava ancora inferiore del 7,5-8 per cento rispetto a cinque anni prima. La nuova accelerazione dei prezzi iniziata a marzo avrebbe poi interrotto quel percorso, riportando probabilmente la perdita rispetto all’inizio del 2021 intorno al 10 per cento.
È su questo terreno che Cottarelli sposta l’attenzione dalla finanza pubblica alla contrattazione. Nell’analisi su L’Espresso, l’economista ricorda che gli interventi dello Stato hanno comunque un costo: anche una misura finanziata in deficit aumenta la spesa per interessi, con conseguenze che persistono finché il debito aggiuntivo non viene riassorbito. Se il mancato recupero dell’inflazione dipende anche dai tempi e dai risultati dei rinnovi salariali, la soluzione dovrebbe quindi essere cercata anche in quella sede.
L’obiezione più immediata riguarda la cosiddetta “regola aurea”: gli aumenti delle retribuzioni dovrebbero essere commisurati a quelli della produttività, per non comprimere eccessivamente i profitti e scoraggiare gli investimenti. Cottarelli ne riconosce la validità generale, ma osserva su L’Espresso che la caduta dei salari reali non è stata causata da una corrispondente diminuzione della produttività del lavoro. A determinarla è stata soprattutto la diversa velocità con cui si sono mossi prezzi e retribuzioni.
Nella prima fase, il rincaro delle materie prime importate aveva impoverito l’intero Paese, trasferendo risorse all’estero. Successivamente, però, secondo il ragionamento sviluppato su L’Espresso, i prezzi al consumo sono rimasti elevati in molti settori anche quando il costo delle materie prime si è ridotto. Questo andamento ha accresciuto i profitti delle imprese, creando potenzialmente spazio per aumenti salariali superiori alla dinamica della produttività.
Non si tratta, nell’impostazione di Cottarelli, di una ricetta da applicare indistintamente. Alcune aziende potrebbero avere già impiegato quei margini per assumere personale, contribuendo alla crescita dell’occupazione. Altre, soprattutto nei comparti ad alta intensità energetica, potrebbero vedere ridotta la propria capacità di intervento dal nuovo aumento dei costi dell’energia.
La proposta illustrata su L’Espresso è dunque selettiva: chiedere uno sforzo maggiore alle imprese che possono sostenerlo, senza ignorare le condizioni dei singoli settori. Rinnovi contrattuali più generosi aiuterebbero le famiglie a recuperare capacità di spesa e favorirebbero la ripresa dei consumi interni. Per le stesse aziende, conclude il ragionamento di Cottarelli, una domanda domestica più solida potrebbe anche ridurre la dipendenza dalle esportazioni in un contesto internazionale incerto.
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