Le piazze possono trasformare il malcontento in una forza politica, ma il passaggio dalla mobilitazione al cambiamento non è automatico. È il nodo dell’analisi di Donatella della Porta sul Manifesto, che legge le proteste studentesche e il ritorno della partecipazione dei lavoratori come segnali di una possibile ricomposizione sociale. A tenere insieme rivendicazioni diverse sono la contestazione delle disuguaglianze, la richiesta di investimenti pubblici e l’opposizione alla guerra.
Il punto di partenza è una domanda che attraversa il dibattito pubblico: protestare contro chi governa significa favorire la destra oppure può aprire uno spazio per un’alternativa progressista? Della Porta, sul Manifesto, contesta l’idea che il dissenso finisca necessariamente per rafforzare le forze conservatrici. Richiamando le mobilitazioni degli studenti in Serbia e il percorso di Lula in Brasile, l’autrice sottolinea invece la capacità delle piazze di contribuire alla costruzione di un’opposizione alla destra, pur in contesti differenti e non riproducibili meccanicamente.
La protesta, in questa lettura, rende riconoscibili insoddisfazioni che altrimenti resterebbero separate. Quando le persone scoprono che il proprio disagio è condiviso, lo scontento può diventare azione collettiva e, in alcuni casi, tradursi in nuova rappresentanza politica. Il Manifesto richiama le mobilitazioni contro l’austerità in Grecia e Spagna e quelle cilene per mostrare come i movimenti possano favorire la nascita di nuove forze a sinistra o rafforzare partiti già esistenti. Non si tratta, però, di un esito garantito.
Una delle caratteristiche più importanti delle mobilitazioni descritte da Della Porta è la capacità degli studenti di allargare il campo delle proprie richieste. Le rivendicazioni legate alla scuola e all’università diventano il punto di incontro con bisogni che riguardano altre generazioni e altri gruppi sociali. Secondo l’analisi del Manifesto, la domanda di maggiori risorse per l’istruzione pubblica si accompagna così alla contestazione delle spese militari, del ridimensionamento dei servizi e di disuguaglianze percepite come ingiuste.
È qui che emerge il confronto con il Sessantotto e con l’autunno caldo del 1969. Il richiamo storico proposto sul Manifesto non suggerisce una replica di quella stagione, ma individua un elemento comune: l’incontro tra la mobilitazione degli studenti e quella dei lavoratori. Sindacati, insegnanti e altre forme di organizzazione sociale tornano a incrociarsi con movimenti femministi, ambientalisti, pacifisti e con la partecipazione dei migranti, ampliando la base delle proteste.
La guerra occupa un posto centrale in questa convergenza. Della Porta richiama sul Manifesto le manifestazioni a sostegno della Global Sumud Flotilla e la continuità con le mobilitazioni contro quello che l’autrice definisce il genocidio israeliano a Gaza. Nella sua interpretazione, la solidarietà con i palestinesi si intreccia con la denuncia delle discriminazioni razziali e con la richiesta di pieni diritti per settori della popolazione che ne restano esclusi. La dimensione internazionale della protesta incontra così questioni sociali e democratiche interne.
Un altro terreno comune è la difesa del diritto stesso di manifestare. Nell’analisi pubblicata dal Manifesto, la repressione può alimentare la solidarietà tra i partecipanti e spingere altre persone a mobilitarsi, soprattutto quando l’intervento dello Stato viene percepito come indiscriminato e ingiusto. La richiesta di una democrazia più partecipativa diventa allora parte della protesta, insieme alla resistenza contro quella che i manifestanti avvertono come una regressione autoritaria.
Il fattore generazionale completa il quadro. Secondo Della Porta, sul Manifesto, la Generazione Z ha attraversato crisi finanziarie, climatiche e pandemiche, alle quali si sono aggiunte guerre e violenze che hanno indebolito la fiducia nel futuro. Le mobilitazioni per Gaza hanno inoltre coinvolto ragazzi giovanissimi, contribuendo alla loro formazione politica. La protesta non appartiene a una sola generazione, ma porta il segno delle esperienze di chi si affaccia ora alla vita pubblica.
La questione decisiva resta dunque la capacità di dare continuità a queste convergenze. Come sottolinea l’analisi del Manifesto, il presente non coincide con il Sessantotto e gli esiti delle mobilitazioni restano aperti. L’incontro tra studenti, lavoratori e movimenti per i diritti può ampliare lo spazio dell’opposizione e della partecipazione; trasformarlo in un cambiamento politico duraturo è la sfida ancora da affrontare.
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