Il bilancio del Pnrr non si esaurisce nella contabilità dei fondi e dei cantieri. La sua eredità più importante potrebbe essere il cambiamento imposto al rapporto tra l’Italia e l’Europa, alla macchina amministrativa e alla stessa competizione politica. È la chiave di lettura proposta dal Foglio, che invita a guardare oltre i ritardi e le contrapposizioni per misurare quanto il Piano nazionale di ripresa e resilienza abbia inciso sul paese.
La tesi del quotidiano è che il Pnrr abbia rappresentato una manovra di trasformazione più profonda delle singole leggi di bilancio. Non soltanto per i circa 196 miliardi richiamati nell’analisi, ma per il metodo che ha accompagnato le risorse: obiettivi, scadenze, riforme e risultati da conseguire. Un insieme di condizioni che ha riportato al centro il vincolo europeo, mostrandone, secondo il giornale, la capacità di orientare le scelte nazionali e di rendere più difficile una politica economica costruita soltanto su promesse.
In questa prospettiva, il piano ha avuto anche un significato politico trasversale. Il Foglio riconosce al governo Conte II il merito di averlo negoziato nell’interesse dell’Italia, al governo Draghi quello di averne rafforzato l’impianto e all’esecutivo Meloni quello di averlo portato avanti, intervenendo per modificarlo dove necessario. Il quotidiano sottolinea il contrasto con la posizione iniziale di Fratelli d’Italia, che nel 2022, quando era all’opposizione, si era astenuto sul piano. La continuità tra governi diversi diventa così uno degli elementi centrali dell’analisi: su un progetto strategico, la successione delle maggioranze non ha cancellato il lavoro precedente.
A sostenere questa lettura sono anche i dati di un rapporto sullo stato di salute dell’Italia curato da Roberto Garofoli, già sottosegretario alla presidenza del Consiglio con Mario Draghi, e presentato all’Anci. Il Foglio ne riprende alcuni indicatori per mostrare ciò che rischia di restare ai margini del dibattito. Nel Mezzogiorno, per esempio, i tempi medi di progettazione delle opere di valore superiore a 150 mila euro sono scesi da 20,4 a 7,1 mesi. È un cambiamento che riguarda la capacità delle amministrazioni di preparare gli interventi, prima ancora della loro realizzazione.
Un altro capitolo è quello della giustizia civile. Secondo i numeri riportati dal quotidiano, il “disposition time” è diminuito del 34,7 per cento. Si tratta di un indicatore costruito sul rapporto tra procedimenti pendenti e definiti, non della durata effettiva delle singole cause: una distinzione essenziale per leggere correttamente il dato. Nello stesso settore, l’arretrato si è ridotto del 46,8 per cento nei tribunali e del 53,2 per cento in appello.
Gli effetti richiamati nell’analisi interessano anche scuole e amministrazioni locali. Gli interventi ultimati per la messa in sicurezza degli edifici scolastici risultavano 1.513 al 16 aprile 2026, oltre il target europeo di 1.400. I tempi di pagamento degli enti locali sono passati da 42 a 26 giorni, con un miglioramento indicato nel 38 per cento. Sono risultati diversi per natura, ma accomunati dalla possibilità di misurare il funzionamento della pubblica amministrazione attraverso prestazioni concrete.
Sul fronte digitale, il Foglio riporta che il 96 per cento dei Comuni ha avviato un percorso di digitalizzazione e il 68 per cento dichiara di averlo completato, nel quadro della diffusione del cloud. Anche nelle energie rinnovabili l’articolo segnala un’accelerazione, attribuita in parte al Pnrr: le nuove installazioni annue sono passate da circa 3 gigawatt nel 2022 a circa 7 gigawatt nel 2024 e nel 2025. Il quotidiano osserva comunque che il ritmo resta inferiore a quello necessario.
Il Mezzogiorno e l’assistenza sanitaria completano il quadro. Nell’analisi del Foglio, che ricorda la destinazione al Sud del 40 per cento delle risorse del piano, la crescita del Pil meridionale tra il 2021 e il 2024 è stata dell’8,5 per cento, contro il 5,8 per cento del Centro-Nord. Il giornale collega parte di questa dinamica al Pnrr, senza presentarlo come l’unica spiegazione. Per le cure domiciliari, gli ultrasessantacinquenni raggiunti sono passati da 645.590 nel 2019 a 1.546.443 nel 2024.
Questo bilancio non cancella le criticità. Lo stesso Foglio riconosce che le risorse avrebbero potuto essere utilizzate meglio e che gli effetti sulla crescita sono stati inferiori alle attese. Richiama inoltre il rischio di impiegare i fondi per finanziare vecchi progetti scarsamente innovativi. Il punto, nella lettura del quotidiano, è evitare che queste debolezze diventino l’unico criterio di giudizio, facendo scomparire i cambiamenti già prodotti.
La questione decisiva riguarda ciò che resterà dopo il piano: procedure più rapide, amministrazioni più digitali, servizi più estesi e una maggiore capacità di rispettare gli impegni europei. Il Foglio sostiene che il Pnrr abbia mostrato la convenienza della cooperazione con l’Europa anche a forze politiche tradizionalmente scettiche. La sua eredità, in questa interpretazione, sarà tanto più solida quanto più i risultati ottenuti riusciranno a diventare il funzionamento ordinario del paese, anziché restare un’eccezione legata ai finanziamenti straordinari.
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