Un salvadanaio pubblico per ogni bambino che nasce in Italia: 100 euro versati dallo Stato ogni anno, dalla nascita fino al compimento dei 18 anni. È il “Fondo Valore nuovi nati”, una delle misure per la famiglia contenute nel disegno di Legge di Bilancio per il 2027. Un’idea che non è nuova nel panorama internazionale, ma che, secondo l’analisi dell’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani dell’Università Cattolica firmata da Carlo Cottarelli, Marco Girelli e Gianmaria Olmastroni, presenta più di un punto critico: importi modesti, un beneficio esteso a tutti indipendentemente dal reddito e un costo che ricadrà soprattutto sugli esecutivi che verranno.
Come funziona il fondo
Secondo quanto ricostruito dall’Osservatorio CPI, lo Stato verserà 100 euro all’anno per ogni nuovo nato in un apposito conto presso l’INPS, per un totale di 1.800 euro a persona. La somma sarà gestita da Cassa Depositi e Prestiti. Anche i familiari potranno effettuare versamenti aggiuntivi, deducibili dal reddito imponibile entro certi limiti: come riportato da Il Sole 24 Ore, citato nell’analisi, fino a 2.000 euro per ciascun soggetto che versa e 5.000 euro per beneficiario.
Il denaro sarà utilizzabile solo al compimento della maggiore età, salvo emergenze, e unicamente per spese scolastiche e universitarie, per avviare un’attività o per versamenti in un fondo pensione. In conferenza stampa la premier Giorgia Meloni ha spiegato, come ricorda l’Osservatorio, che “la somma di questo salvadanaio non sarà tassabile, non sarà pignorabile, non sarà utilizzabile fino ai 18 anni di vita, salvo che non sia per un’emergenza straordinaria ma in quel caso servirebbe l’autorizzazione di un giudice tutelare”.
Restano però diversi aspetti da chiarire: non è noto se l’apertura del conto sarà automatica o su richiesta, né come verranno investite le somme, né quale sarà il trattamento fiscale dei rendimenti.
Le criticità: importi bassi e costi rinviati
Il primo nodo, osservano gli economisti dell’Osservatorio CPI, riguarda l’entità del beneficio. Gli importi sono in linea con quelli di diversi Paesi, ma non sembrano decisivi per il futuro di un giovane. Con un rendimento reale dell’1%, dopo 18 anni il fondo varrebbe meno di 1.700 euro a prezzi attuali; anche con un rendimento reale del 3% si resterebbe sotto i 2.100 euro. Il motivo è semplice: il potere d’acquisto dei 100 euro versati ogni anno si riduce nel tempo.
C’è poi il tema dei costi amministrativi. A regime, ipotizzando un numero di nascite stabile, il programma coprirebbe 6 milioni e 300 mila minorenni, e non è chiaro quale sarà l’aggravio per la Pubblica Amministrazione nel gestire una platea così ampia a fronte di un beneficio contenuto. Nel 2025, ricorda l’analisi citando i dati Istat, le nascite sono state 355.772.
Il punto politicamente più delicato è quello della distribuzione nel tempo della spesa. Il vantaggio dell’annuncio, sottolinea l’Osservatorio, viene incassato dal governo che introduce la misura, mentre il costo è in gran parte scaricato sui governi futuri. Con circa 350 mila nati l’anno, l’esborso iniziale sarà di appena 35 milioni di euro, ma a regime si arriverà a 630 milioni all’anno.
Infine, la scelta dell’universalità. Il beneficio andrà a tutti i nati, a prescindere dal reddito familiare: una decisione che gli autori definiscono “strana” alla luce della scarsità di risorse dello Stato italiano, tanto più che nella maggior parte delle esperienze estere il contributo è riservato, almeno in parte, alle famiglie a reddito medio-basso.
La lezione britannica
L’esperienza più citata è quella del Regno Unito. Tra il 2005 e il 2010 lo Stato ha versato per ogni nato 250 sterline all’apertura del conto e altre 250 al compimento dei 7 anni, somme raddoppiate per le famiglie a basso reddito. Considerando inflazione e parità di potere d’acquisto, si tratta di circa 690 euro per tutti e 1.380 per i nuclei meno abbienti. Erano consentiti versamenti privati fino a 9.000 sterline l’anno, i rendimenti erano esentasse e il denaro, a 18 anni, poteva essere usato liberamente.
Eppure, come riporta l’Osservatorio CPI, due diverse valutazioni hanno concluso che il programma non ha avuto effetti significativi sul tasso di risparmio e che molte famiglie hanno perso traccia dei conti nel corso degli anni. Un precedente che, secondo gli autori, vale la pena ricordare se l’obiettivo italiano è incoraggiare genitori e parenti a risparmiare per i figli.
Dal Canada a Singapore: i modelli già attivi
In Canada, dal 1974, esiste un conto deposito con vantaggi fiscali vincolato alle spese universitarie. Dal 2004, per i nati in famiglie a basso e medio reddito, lo Stato versa 500 dollari canadesi all’apertura e 100 all’anno fino ai 15 anni, per un massimo di 2.000 dollari, pari a circa 1.043 euro a parità di potere d’acquisto. Se le somme non vengono usate per l’università, tornano allo Stato.
Taiwan ha introdotto nel 2017 un conto per i bambini di famiglie a basso o medio-basso reddito: lo Stato versa 10.000 dollari taiwanesi all’apertura e raddoppia i versamenti privati, entro un tetto annuo di contributo pubblico. Come nella proposta italiana, il denaro è utilizzabile a 18 anni e solo per istruzione, formazione professionale o avvio d’impresa.
Il sistema più articolato è quello di Singapore, basato su tre conti collegati. Il primo prevede un contributo iniziale di 5.000 dollari di Singapore per il primo e il secondo figlio e di 10.000 per il terzo e il quarto, oltre al cofinanziamento statale dei versamenti familiari, con fondi spendibili subito per nido, scuola materna e sanità. Il secondo garantisce un versamento annuale agli studenti tra i 7 e i 16 anni. Il terzo raccoglie i saldi residui e finanzia l’università; a 30 anni, quanto non utilizzato confluisce nel fondo previdenziale individuale.
In Israele, dal 2017, l’Istituto Nazionale di Previdenza versa per tutti i minori 57 shekel al mese, circa 10 euro a parità di potere d’acquisto, e i genitori possono aggiungere la stessa cifra prelevandola dall’assegno familiare. A 18 anni il giovane può ritirare il capitale per studio, servizio militare o l’ingresso nella vita adulta, con un bonus ulteriore se attende i 21 anni.
La Corea del Sud, dal 2007, sostiene i minori di famiglie a basso reddito con un modello fondato su donatori privati e aziende sponsor, i cui versamenti vengono integrati dal governo. Al 2024, riferisce l’Osservatorio, il programma ha raggiunto 300 mila minori, accumulando l’equivalente di circa 423 milioni di euro.
L’Ungheria, infine, ha introdotto nel 2006 un sistema universale gestito dalla Tesoreria di Stato: alla nascita viene accreditato un contributo iniziale di 42 mila fiorini, mentre lo Stato aggiunge ogni anno il 10% dei versamenti familiari, quota che sale al 20% per le famiglie più fragili. Le somme sono investite in titoli di Stato e, a 18 anni, possono essere ritirate esentasse senza vincoli rigidi di utilizzo.
Le misure più recenti: Kazakistan, Stati Uniti e Germania
Tra le iniziative più recenti, l’analisi segnala il Kazakistan, dove dal 2024 metà del rendimento del fondo sovrano viene accantonata ogni anno per tutti i minorenni: 100 dollari a testa nel primo anno e 130 nei due successivi, utilizzabili a 18 anni per l’università o la casa.
Negli Stati Uniti, l’amministrazione Trump ha attivato un contributo universale una tantum di 1.000 dollari per i cittadini nati tra il 2025 e il 2028, versato su un conto d’investimento in fondi indicizzati azionari americani, vincolato fino alla maggiore età e poi trasformato in conto previdenziale. A livello statale, otto Stati, tra cui la California, hanno adottato misure simili a quella italiana: in California il contributo iniziale è di 100 dollari per i nuovi nati, ma sale fino a 1.500 per i bambini di famiglie a basso reddito.
Anche la Germania si prepara a una misura analoga, ma con finalità previdenziali: dal prossimo anno, ricorda l’Osservatorio CPI, i nati dal 2020 in poi riceveranno tra i 6 e i 18 anni 120 euro l’anno in un fondo dedicato, per un totale di 1.440 euro, vincolati però fino ai 65 anni.
Un confronto che fa riflettere
Il quadro internazionale tracciato da Cottarelli, Girelli e Olmastroni mostra che strumenti di questo tipo esistono, ma non sono una pratica diffusa e raramente hanno prodotto risultati decisivi. Nella maggior parte dei casi, inoltre, sono costruiti per sostenere in modo mirato le famiglie con redditi più bassi. Il fondo italiano sceglie invece la strada dell’universalità, con importi ridotti e una spesa destinata a crescere anno dopo anno fino a 630 milioni: una scommessa il cui conto, avverte l’Osservatorio, sarà pagato soprattutto da chi governerà dopo.
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