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Lasciate che la Cina copi: perché vietare la distillazione dell’intelligenza artificiale sarebbe un errore serio | L’analisi di The Economist

Anthropic e OpenAI contro i laboratori cinesi che imitano i loro modelli. Ma secondo l’Economist il vero vincitore di questa pratica non è Pechino: sono i consumatori e la stessa America

Per decenni le imprese americane hanno spostato le loro catene di montaggio in Cina, per poi ritrovarsi a lamentare la nascita, proprio lì, di concorrenti capaci di imitarle. Oggi, osserva l’Economist in un editoriale dedicato all’intelligenza artificiale, la stessa vecchia tradizione si ripete con i due laboratori di punta degli Stati Uniti: Anthropic e OpenAI denunciano che i rivali cinesi stanno copiando i loro modelli e chiedono al governo federale di fermarli. Il settimanale britannico, però, invita i legislatori di Washington a resistere alla tentazione di mettere al bando questa forma di “innovazione per imitazione”.

La rincorsa cinese

Nella corsa verso la cosiddetta superintelligenza, ricorda l’Economist, la Cina resta alle calcagna dell’America. Secondo gli esperti, i laboratori cinesi producono modelli che si collocano da tre a sei mesi indietro rispetto alla frontiera statunitense. Ci riescono pur disponendo di meno chip e di meno capitali, e lo fanno in gran parte grazie alla distillazione: un processo con cui modelli meno sofisticati imparano a imitare le risposte di quelli più avanzati.

Anthropic e OpenAI vietano questa pratica nei propri termini di servizio. Entrambe le società hanno protestato con il governo americano sostenendo che i concorrenti cinesi stanno sottraendo la loro proprietà intellettuale, e Anthropic chiede l’introduzione di sanzioni. Una delle soluzioni sul tavolo, una proposta di legge presentata al Senato, prevede sanzioni contro chi distilla, impedendo a queste aziende di offrire i propri modelli negli Stati Uniti e forse anche altrove.

Gli interessi dei laboratori e quelli dei consumatori

Il punto, sostiene l’Economist, è che gli interessi commerciali dei laboratori non coincidono con quelli dei consumatori. Gli utenti ci guadagnano quando sul mercato ci sono più modelli, e più capaci. Un’innovazione diffusa costringe i laboratori a competere su prezzo e prestazioni, due fattori che accelerano l’adozione e promettono guadagni di produttività potenzialmente enormi. I modelli cinesi distillati, per lo più liberamente scaricabili da internet, obbligheranno inoltre le aziende americane a misurarsi anche nei Paesi più poveri.

Secondo il settimanale, la distillazione è persino nell’interesse strategico degli Stati Uniti. I responsabili politici di Washington dovrebbero riconoscere ciò che i vertici dell’intelligenza artificiale cinese sanno già: questa tecnica rende il progresso della Cina dipendente dall’America. Pechino si troverebbe così mal preparata a un eventuale “decollo”, la fase in cui i modelli diventano capaci di migliorarsi da soli, e la copia potrebbe condannarla a un secondo posto permanente. Copiare, ricorda l’Economist, non garantisce il sorpasso, come scoprì l’Unione Sovietica quando produceva chip a partire da progetti americani rubati.

Un’arma da tenere in serbo

Interrompere la distillazione, argomenta l’editoriale, farebbe arretrare la Cina di qualche mese, non di più. Meglio allora conservare questa opzione per un momento di crisi. La dipendenza cinese consentirebbe infatti all’America di rallentare sia il proprio progresso sia quello del rivale, introducendo salvaguardie contro un’intelligenza artificiale fuori controllo. Già oggi, sottolinea il settimanale, le protezioni che impediscono ai modelli americani di affrontare temi rischiosi, come le armi biologiche, rendono più sicuri anche i modelli cinesi.

La questione di principio

Resta la questione di principio. Gli inventori, riconosce l’Economist, dovrebbero poter trarre profitto dal proprio lavoro e gli investitori da capitali allocati con intelligenza, il che significa proteggere le imprese dal furto di proprietà intellettuale. Eppure Anthropic e OpenAI non sembrano soffrire granché per effetto della distillazione: le due società hanno raccolto centinaia di miliardi di dollari e dominano il mercato, rendendo difficile sostenere che la copia danneggi gli investimenti sulla frontiera tecnologica.

Quello dell’intelligenza artificiale, osserva ancora il settimanale, è un settore singolare. I laboratori possono legittimamente limitare i tentativi di distillare i loro modelli, ma è ipocrita chiedere misure speciali, perché i loro imperi sono stati costruiti sul lavoro altrui, raccolto da internet. Se la distillazione fosse dichiarata illegale, Anthropic e OpenAI diventerebbero le uniche aziende protette dall’uso dei propri dati per addestrare altri modelli.

Consentire la distillazione, precisa l’Economist, non significa stravolgere il diritto della proprietà intellettuale. I contenuti generati dalle macchine non hanno un autore umano e dunque non possono essere tutelati dal diritto d’autore. Gli stessi laboratori difendono le proprie pratiche sostenendo che l’uso dei dati di addestramento, prelevati dal web, rientra nel “fair use”, anche perché ciò che un modello riceve in ingresso è diverso da ciò che produce. Lo stesso ragionamento, conclude il settimanale, vale per i modelli distillati.

Gli imitatori cinesi hanno scosso i laboratori e gli investitori americani, e la loro preoccupazione è comprensibile. Ma il vero beneficiario della distillazione, secondo l’Economist, non è la Cina: sono i consumatori, che ottengono modelli più economici, e l’America, che consolida il proprio vantaggio tecnologico.

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