Il welfare sta finendo. È questa la tesi con cui Massimo Giannini apre la sua analisi su la Repubblica, descrivendo lo Stato sociale come il “danno collaterale” della fase storica attuale. Guerre e politiche di riarmo, il dominio del complesso militare-industriale-digitale, il primato di un turbo-capitalismo neoliberista, l’aumento dei debiti pubblici e l’avanzata delle destre: secondo l’editorialista, tutto spinge contro la spesa sociale e verso il suo rapido ridimensionamento.
La protesta delle piazze e la rivolta delle Regioni contro quello che Giannini definisce “il pannicello caldo” del governo Meloni sulla sanità, scrive la Repubblica, sono soltanto l’ultimo sintomo di un fenomeno più vasto. Un fenomeno che interroga l’Europa intera: proprio il continente che con il Piano Beveridge seppe ricostruire, sulle macerie della Seconda guerra mondiale, un sistema solidale di assistenza pubblica “dalla culla alla bara”, oggi sembra pronto ad archiviarlo. La risposta di Giannini è netta: nato come patto sociale e costituzionale tra capitale e lavoro, il welfare declina insieme alle democrazie liberali che lo avevano pensato e realizzato dal 1945 in poi.
Una ritirata europea
Il ripiegamento, osserva l’editorialista di la Repubblica, è generale e riguarda anche i Paesi fondatori dell’Unione governati da forze “moderate”. In Germania, colpita dalla crisi della manifattura e impegnata in un piano di riarmo da 900 miliardi in dieci anni, la legge di bilancio del cancelliere Merz ha innalzato il tetto di reddito su cui si calcolano i contributi sanitari e aumentato dell’1,3% l’aliquota pensionistica.
In Francia, stretta tra un deficit oltre il 5% e la tensione sullo spread, la finanziaria del premier Lecornu porta le spese per la difesa da 57 a 63,4 miliardi, mentre dimezza le risorse per l’Assurance maladie, deindicizza le pensioni sopra i 1.260 euro al mese e congela le Allocations familiales, l’equivalente dei nostri assegni familiari.
La manovra italiana
In questo quadro, sottolinea Giannini, non sorprende che l’ultima manovra economica del governo prima delle elezioni sia, con 26 miliardi, “la più misera e mediocre degli ultimi 20 anni”. Una legge di bilancio che, secondo la Repubblica, non offre risposte al disagio sociale e ignora l’allarme rilanciato dal presidente Mattarella sull’inflazione che “erode i salari e il tenore di vita degli italiani”. Per chi è povero, nota l’editorialista, 500 euro di risparmi Irpef o 600 euro in meno di cedolare secca non sono cifre da disprezzare. Ma alla sanità vanno appena 2,4 miliardi: la metà di quanto chiedeva il ministro Schillaci e meno di un terzo di quanto reclamavano gli enti locali.
Le risorse disponibili sono scarse, ammette Giannini, ma la penuria sarebbe frutto anche degli errori di Palazzo Chigi e del Mef, che hanno mancato l’obiettivo del 3% nel rapporto deficit/Pil. E la maggiore flessibilità chiesta a Bruxelles riguarda soltanto gli investimenti nella Difesa, oltre a quelli per la transizione green.
Per non perdere consensi in vista del voto, prosegue l’analisi su la Repubblica, la premier ha distribuito pochi spiccioli a troppi beneficiari: un po’ su congedi parentali e bonus mamme, un po’ sulle dentiere degli anziani, un po’ sugli aumenti di stipendio e sugli affitti dei giovani che hanno un lavoro stabile. A questo si aggiungono un nuovo giro di flat tax per gli autonomi, a scapito dei lavoratori dipendenti a parità di reddito, un nuovo intervento previdenziale sulla “flessibilità in uscita”, lontano dall’abolizione della Fornero promessa quindici anni fa da Salvini, e la possibilità per gli automobilisti che hanno beneficiato dell’abolizione del bollo di far stampare “VIVAGIORGIA” sulla targa per 600 euro. Con il governo giallo-verde, ironizza Giannini, si sperimentò il decreto che aboliva la povertà; con quello sovranista arriva la legge che abolisce l’utilità.
Un sistema “ibrido” e a-sociale
Ma il tratto distintivo di quella che Giannini chiama la “manovra senza qualità” è soprattutto la sua impronta tendenzialmente a-sociale, paradossale per una premier che rivendica le proprie origini popolari nella destra missina. Più delle tre manovre precedenti, quest’ultima si fonda su un sistema “ibrido”, nel quale il welfare pubblico universalistico finanziato dalla fiscalità generale arretra non solo per ragioni di bilancio, ma anche per scelta ideologica: la stessa, osserva l’editorialista, che nel 2022 portò all’abolizione del reddito di cittadinanza, considerato un incentivo al divano anziché al dinamismo sociale.
Due gli esempi citati da la Repubblica. Il primo è il libretto previdenziale per i neonati: lo Stato versa un contributo di circa cento euro l’anno fino ai 18 anni, quando il ragazzo potrà ritirare circa 1.800 euro, una somma che basterebbe a malapena per una rata universitaria, oppure lasciarli investiti fino a 65 anni versando contributi aggiuntivi. La gestione spetterebbe alla Cdp, ma l’Ania si dice già pronta a fare la propria parte. Lo schema, per Giannini, è sempre lo stesso: il pubblico retrocede, il privato avanza.
Il secondo esempio è il voucher sanitario per gli over 75, destinato alle visite specialistiche “non coperte dal Servizio sanitario nazionale”. Il bonus per il singolo anziano vale appena 300 euro l’anno, il costo per lo Stato è di 1,6 miliardi, ma il vero affare, secondo l’editorialista, lo faranno studi medici e cliniche. Si tratta, di fatto, dell’ennesimo trasferimento netto di risorse dal pubblico al privato.
Il monito della Corte dei conti
Il processo, ricorda la Repubblica, è in atto ovunque: assicurazioni e mutue si spartiscono già una fetta da 15 miliardi di un mercato che ne vale oltre 150, ma con l’attuale governo l’accelerazione è definita “esponenziale”. A certificarlo, sottolinea Giannini, non è un oppositore politico ma la Corte dei conti: “Da anni si manifesta in modo lento ma costante il passaggio da un Ssn incentrato sulla tutela del diritto costituzionalmente garantito, a tanti diversi sistemi sanitari sempre più basati sulle regole del libero mercato”.
La sfida per il campo largo
Che le destre perseguano un disegno di progressiva destrutturazione del welfare, conclude l’editorialista di la Repubblica, è evidente e persino legittimo, a patto che lo dichiarino apertamente ai cittadini-elettori, chiamati sempre più spesso a pagare di tasca propria servizi che un tempo erano garantiti dallo Stato. Per ragioni opposte, in un’epoca di disuguaglianze insostenibili, è ancora più logico che le sinistre combattano per limitare ogni formula “ibrida” e rafforzare il pilastro pubblico dello Stato sociale.
Per farlo, però, avverte Giannini, hanno un dovere etico-politico, tanto più stringente in campagna elettorale: spiegare come intendono finanziare il lunghissimo elenco di proposte avanzate dal campo largo, dal salario minimo agli aumenti in busta paga per i neoassunti, dagli sconti in bolletta ai trasporti gratuiti per gli studenti. L’obiettivo è evitare che nella prossima legislatura i sogni keynesiani si trasformino nei soliti incubi panglossiani.
Il welfare, è la conclusione dell’analisi pubblicata su la Repubblica, è stato forse la più grande conquista dell’Europa del Novecento. Salvarlo è ancora possibile, ma comporta oneri politici e costi economici. Secondo Giannini conviene pagarli, perché si tratta di “una scelta di civiltà”.
Per saperne di più:

La vigilia della grande crisi | L’analisi di Giulio Tremonti

Banche e assicurazioni, dieci anni dopo: ora il risparmio deve tornare all'economia reale con invest...

Lasciate che la Cina copi: perché vietare la distillazione dell'intelligenza artificiale sarebbe un ...

Fondo pensione per i neonati, il modello del Trentino: “Funziona se non diventa un bonus” | L'analis...

Risparmio delle famiglie italiane, 233 miliardi da liberare per l'economia reale: in palio 154 milia...









